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Abruzzo, tutta Italia in attesa del primo test politico dell'era sovranista

Abruzzo, tutta Italia in attesa del primo test politico dell’era sovranista

Osservare l’Italia dall’Abruzzo. Il voto, domani, per eleggere un nuovo consiglio regionale e un nuovo governatore è un “laboratorio” per studiare le formule politiche prossime venture.

L’Abruzzo come l’Ohio: se il piccolo stato americano, sempre in bilico tra repubblicani e democratici, spesso decide il voto americano; il voto in Abruzzo domani segnerà il destino del centrodestra, del centrosinistra e dei 5 Stelle, almeno di una parte della sua governance. Per un motivo, soprattutto: è il primo test vero, numeri reali e persone in carne ed ossa, dell’era sovranista.

Chi scommette di più sul voto in Abruzzo sono senz’altro Salvini e Di Maio. Nell’ultimo mese sono stati più in Abruzzo che nei rispettivi ministeri e la campagna elettorale, non a caso, è diventata il teatro da dove sono stati innescati conflitti istituzionali, internazionali e nazionali, tra caso Diciotti, immigrazione, Tav sì e Tav no, pro triv  e no triv, gilet gialli e crisi diplomatica con Parigi.

Tutta roba che c’entra molto poco con l’Abruzzo. “Ho visto in giro molti leader, ministri e vicepremier in questo mese – racconta Giovanni Legnini, ex sottosegretario, ex vice presidente del Csm  e candidato per il centrosinistra con un insieme di liste civiche tra cui anche il Pd – e alla fine i candidati mi sono sembrati a servizio del leader nazionale presente in quel momento.

Hanno parlato poco di Abruzzo e molto di Tav e Macron”. E invece Abruzzo oggi vuol dire disoccupazione, aziende che chiudono, bisogno urgente di infrastrutture, ricostruzione del terremoto di dieci anni fa.

Una corsa a tre

Salvini e Di Maio speravano fosse una corsa a due, una  faccenda tra loro per contarsi veramente quasi un anno dopo il voto delle politiche e dopo 8 mesi al governo in cui sono cambiate tante cose. Soprattutto per il consenso.

Invece la corsa è a quattro (il quarto candidato è Casa Pound) ma soprattutto a tre. Quando prima di Natale Giovanni Legnini ha ufficializzato davanti ad un’assemblea con oltre 130 sindaci e amministratori locali, senza simboli di partito, bandiere o endorsement nazionali, che si sarebbe candidato “per riconnettere la società, il mondo del lavoro, dell’impresa e della scuola con le loro rappresentanza”, è stato chiaro a tutti che era spuntato il terzo incomodo.

Legnini, la sfida

Sul risultato di Legnini si sta concentrando l’interesse di osservatori e analisti di ogni parte politica. Quello che l’ex vicepresidente del Csm sta cercando di fare è il primo vero tentativo di rilancio del centrosinistra dopo la disfatta del 4 marzo.

Ovverosia cercare di rispondere alla domanda se e quale spazio può avere un centrosinistra non più Pd-centrico, dove cioè il Pd non sia più il cuore ma uno dei soggetti propulsivi. “Ho cercato di dare vita ad un progetto politico inedito dove civismo, diverse aree culturali e politiche, l’associazionismo cattolico e il Pd possano lavorare insieme” ha spiegato il candidato governatore.

Legnini è l’artefice della costruzione di un progetto politico più largo, con una buona dose di umiltà, l’umiltà dell’ascolto prima dell’arroganza della decisione. Non il civilizzatore dei barbari che unisce le truppe contro un presunto pericolo (troppo facile, soprattutto sbagliato) ma colui che ha compreso le ragioni di chi aveva creduto in un cambiamento ma è rimasto deluso.

Cinque anni fa e anche oggi. Il 4 marzo 2018 il Pd aveva raccolto il 18 % dei consensi pagando il prezzo di una giunta Pd che ha lasciato macerie.

Legnini, abruzzese doc, riparte da qui con otto liste diverse, molta società civile, tanti giovani, gente che ha lavorato nei territori e ha deciso di provarci di nuovo. C’è anche un pezzo di quella Forza Italia che ha già deciso di non poter seguire la deriva sovranista di Salvini.

  “E’ una partita aperta” ha ripetuto venerdì prima del silenzio della vigilia. I sondaggi lo vedono vicino, molto vicino agli altri due competitor.

Così tanto da non precludere alcuna possibilità.

Il forziere dei 5 Stelle

Un anno fa in Abruzzo i 5 Stelle sono arrivati al 39,6, molto più in alto rispetto al dato nazionale (32,7).

Motivo per cui considerano la regione un loro forziere di voti. Qualsiasi risultato sarà la prima prova rispetto al successo di un anno fa.

La candidata Sara Marcozzi ha un po’ scontato in questo mese di campagna elettorale la presenza e la mediaticità di Luigi di Maio tanto che a volte è sembrata più una comparsa che la candidata governatrice. Così come  Reddito di cittadinanza e tema migranti sono sembrati gli unici temi in agenda nel programma della Marcozzi che ha potuti poco e male parlare dei sui punti programmatici.

I 5 Stelle scontano, come sempre, il fatto di non stringere  alleanze con nessuno e questo li penalizza rispetto all’alleanza di centrodestra e anche al “progetto Legnini”. Ma quello che conta, al di là del governo di quella che diventerebbe la prima regione a 5 Stelle, sono i voti.

Di Maio ha bisogno assoluto di sapere a che punto sta il consenso suo e del Movimento. Dopo mesi di sondaggi che li danno in lenta ma progressiva discesa, in favore invece del raddoppio leghista, per il leader grillino è necessario fissare punti fermi da dove far discendere la tattica dei prossimi mesi in vista della Sardegna ma soprattutto delle Europee e quindi dell’alleanza di governo.

Sarà, il voto di domani, il termometro su quanto il Reddito di cittadinanza paga in termini di consenso. E così altre partite, Tav sì-no, alleanza con i gilet gialli, la sfida a Macron, i porti chiusi, gli sgomberi, eccetera, eccetera.

Tutti temi che hanno occupato la campagna abruzzese.  Ma che non hanno parlato di Abruzzo.

Il 3 febbraio Di Maio e Di Battista erano a Ortona per la campagna elettorale. Anche per la candidata Marcozzi non è stato simpatico essere accolta al grido “buffoni, andate a lavorare”.

Era una delegazione dei tremila abruzzesi che lavorano alle piattaforme estrattive in mare. Il decreto approvato l’altro giorno ha sospeso le trivelle per 18 mesi.

Tremila posti di lavoro in meno. Ci poteva essere senz’altro un modo per rispettare le ragioni dell’ambiente e preservare i posti di lavori.

Salvini vuole essere il più votato

La campagna d’Abruzzo è stata soprattutto un palcoscenico per le competizioni, le tensioni e l’ossessiva rincorsa all’annuncio del governo giallo verde. Un vero e proprio inseguimento, reale e sui social, tra i due vicepremier.

E’ chiaro a tutti che Salvini ha un solo obiettivo in questo voto: un anno fa era al 14%, (Fi al 15 e la coalizione al 35%) ora punta da essere il partito più votato. Sarebbe la prima volta in una regione del sud.

Sarebbe un indizio importante in vista delle Europee e dei futuri assetti di governo. Un ottimo motivo per andare a chiedere non tanto una crisi di governo (perché mai il Quirinale dovrebbe sciogliere le camere) ma almeno un forte rimpasto per il riequilibrio dei pesi interni nella maggioranza.

Il piano del Capitano, mai esplicitato ma evidente, è quello di avere il tempo di dirottare su di sè tutto il consenso possibile, a destra, sinistra e nei 5 Stelle.  Il “piano” passa, ancora una volta, dall’aver confermato l’alleanza con Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Chiunque ha osservato la foto opportunity l’altro giorno con Meloni al centro, Berlusconi a sinistra e Salvini a destra, ha potuto notare tutto l’imbarazzo del leader della Lega a farsi immortalare con un ciò che considera “vecchio e superato”.

Il compromesso necessario e i riciclati

L’alleanza a tre è dunque una medicina amara, il compromesso necessario.

Marco Marsilio, il candidato, è un romano con qualche link in Abruzzo. E questo non facilita.

  Marsilio è di Fratelli d’Italia, il risultato di una spartizione che ha assegnato l’Abruzzo in quota Fdi e la Sardegna in quota Lega (o meglio, partito sardo d’azione). Oltre all’agenda Salvini – immigrazione, caso Diciotti, attacchi all’Europa – sul taccuino di questo mese di campagna è rimasto molto poco di specifico relativo al candidato Marsilio.

Tranne un fatto: Marsilio ha detto no ai riciclati in lista in arrivo dalla giunta Pd di D’Alfonso, una addirittura era stata candidata nelle liste Monti, e che si sono ripresentati, dopo un anno sabbatico,  nelle liste di Lega e centristi (Udc, Idea di Quagliariello e Dc di Rotondi). E’ finita che qualcuno è rimasto nonostante i veti, altri sono stati sostituiti.

Dalla moglie e da un socio in affari. Sono pacchetti di voti che si spostano non per un credo o una scelta politica ma perchè seguono una persona e ciò che può garantire nell’esercizio della funzioni.

Un milione al voto

Gli indizi del laboratorio Abruzzo possono essere molti. Andranno a votare circa un milione di persone.

Il sistema è proporzionale, a turno unico con premio di maggioranza.  Vince chi prende un voto più dell’altro.

Il tema dell’affluenza può risultare decisivo. Sia per l’esito del voto che per la sua lettura e interpretazione.

Il meteo dà sole in Abruzzo. Una bella sciata a Roccaraso potrebbe fare la differenza.

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