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Adele Tulli: "L’Italia è un laboratorio sul gender"

BERLINO – E’ un viaggio negli stereotipi di genere, nella complessità di una società come quella italiana, sospesa tra tradizioni patriarcali e liberatorie rotture di schemi quello intrapreso da Adele Tulli in Normal, a Berlino in Panorama Dokumente e in sala con Istituto Luce Cinecittà ad aprile. A partire dalla prima scena, con quella bambina docile e impaurita che subisce il rituale dei buchi nelle orecchie. Attraverso l’infanzia e l’adolescenza e fino all’età adulta siamo “educati” ad essere maschi e femmine “come si deve”. Un susseguirsi di situazioni quotidiane, guardate con ironia ma anche con tenerezza, forse grottesche, forse “normali” nel duplice senso di una parola ambigua (e ancor più ambigua in inglese): normale è ciò che è sottoposto alla norma, non ciò che è “naturale“.

La preparazione al matrimonio, con i consigli per le future spose, le madri che fanno ginnastica nel parco usando il passeggino come attrezzo ginnico, la fabbrica di giocattoli dove sono confezionati piccoli ferri da stiro rosa, il coach che insegna ai ragazzi a rimorchiare e condurre la conversazione, l’addio al nubilato con le torte a forma di fallo in locali specializzati, le selezioni di Miss Italia con il paradosso di queste ragazze che sognano di diventare scienziate mentre si mostrano in bikini alla giuria e alle telecamere, i maschi alpha e le femmine con il tutù rosa e i fiorellini nei capelli… Normal, insomma, ha uno sguardo stratificato e complesso, interroga lo spettatore che reagirà diversamente, in base al sesso o all’età, al vissuto personale, ai pregiudizi che nutre. Così la regista si confronta con temi teorici ma lavora su un piano emozionale, corporeo. 

La giovane autrice (classe 1982, è la figlia di Serena Dandini) ha idee molto chiare e un concreto percorso internazionale – vive tra Roma e Londra – ha al suo attivo 365 Without 377 sulla fine delle leggi antigay in India vincitore del Torino GLBT 2011. Prodotto da FilmAffair, in coproduzione con AAMOD e Istituto Luce Cinecittà, insieme a Intramovies, in collaborazione con Rai Cinema e Ginestra Film, Normal è venduto all’estero da Slingshot Films. Spicca in una selezione italiana che punta molto sui temi del corpo e dell’identità di genere, dell’adolescenza e della crescita. 

“Nei miei film precedenti – spiega Adele Tulli – ho lavorato su temi relativi al genere e alla sessualità sempre scegliendo protagonisti che riflettessero il punto di vista di chi si colloca ai margini delle convenzioni sociali dominanti. In questo lavoro volevo sperimentare un cambio di prospettiva, concentrandomi proprio su ciò che viene considerato convenzionale, normativo, normale. L’idea è di creare degli accostamenti che riescano a provocare un senso di straniamento e di sorpresa davanti allo spettacolo della ‘normalissima’ realtà di tutti i giorni”. 

Come è arrivata a formulare l’ipotesi di questo documentario? E’ vero che è legato alla sua tesi di dottorato?

Sì, alla mia ricerca di dottorato in Inghilterra intitolata “Visible Resistence” che tenta di articolare una riflessione sulle convenzioni di genere attraverso il mezzo cinematografico. Volevo osservare l’ordinario da punti di vista spiazzanti. Sono temi di cui mi occupo da prima di arrivare all’audiovisivo, non solo a livello di studio, ma anche di attivismo politico nei movimenti femministi ed LGBT. Nel 2015, quando ho iniziato la mia ricerca, questa parola, “normal”, normale, naturale, tradizionale era molto presente nel dibattito pubblico. Così volevo riflettere sulle convenzioni e le norme di genere che ci formano e influiscono sul nostro agire quotidiano.

Vedendo il film ho pensato a un classico della letteratura femminista come Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belotti. Sembra che non molto sia cambiato quanto a modelli educativi.

Non penso che non sia cambiato niente, ma certo uno dei problemi che viviamo è che ci viene detto che il femminismo negli anni ’70 è servito tantissimo perché adesso c’è la parità e non serve più, invece non è così. Molti diritti e consapevolezze sono stati acquisiti, è vero, però c’è ancora una lunga strada da fare e tante riflessioni ancora aperte.

Pasolini con i suoi Comizi d’amore è stato un punto di partenza?

E’ inevitabile in Italia pensare a Pasolini. Ho fatto tantissimi viaggi da Nord a Sud usando soprattutto Bla Bla Car per costruire dialoghi con sconosciuti. In queste lunghe conversazioni mi mettevo in gioco in prima persone sulle dinamiche di genere e su come influenzano le nostre vite.

In questa Berlinale si parla molto di parità di genere. Non c’è il rischio che diventi un boomerang, che sia sentita come un’imposizione?

E’ l’effetto quota, certo. Ma se c’è qualcosa che non va nella società rispetto alla rappresentazione delle donne nel mondo del lavoro e nell’immaginario, uno dei modi per risolverlo è quello delle quote, sulle quali non sono in disaccordo. E’ vero che è un’arma a doppio taglio perché ti ritrovi a diventare una bandierina o essere accusata di non meritare quel posto. E’ un cane che si morde la coda. Ma le quote servono. Con il 50/50 le cose cambiano più rapidamente che con i cambiamenti culturali che sono lenti.

Lei ha un percorso decisamente internazionale. Come mai ha scelto l’Italia come territorio per questa esplorazione?

Ogni paese ha la sua specificità socioculturale e l’Italia è un laboratorio. Siamo diventati famosi per episodi imbarazzanti come quello del bunga bunga e pensavamo di aver toccato il fondo. Essendo italiana so relazionarmi alle dinamiche socioculturali che mi circondano.

Il film è molto aperto: nessuna voce fuori campo. I significati prendono corpo attraverso la giustapposizione delle scene.

Lo è volutamente. Non voglio che sia letto come pedagogico o ideologico, spero di parlare di questi temi in modo creativo e poetico. Essendo aperto, libero e fluido, penso che possa comunicare a un pubblico non solo italiano, perché le dinamiche di genere e le convenzioni sociali sono al di là dei confini.

Come mai ha scelto di diventare regista dopo studi di orientalistica?

Ho cominciato un po’ per caso. Avevo studiato indologia, ma mi sono sempre occupata di questioni di genere e lotte LGBT, ero interessata ai movimenti gay in India, paese dove fino al 2009 l’omosessualità era illegale. Ho vissuto un anno a Bombai e mi sono trovata lì durante la decriminalizzazione dell’omosessualità. Si respirava una tale energia, forza e vitalità che è venuta spontaneamente l’idea di fare un film, 365 Without 377, prodotto da Ivan Cotroneo. Così mi sono innamorata del linguaggio documentario.

Cosa pensa del ddl Pillon?

Quando ho cominciato a fare questa ricerca c’era l’onda di movimenti genderfobici che cominciava a circolare molto, ma sembrava espressione di una parte minoritaria del mondo cattolico. Invece adesso sta diventando inquietante, sono questi movimenti ad aver sostenuto il ddl in Parlamento.

Le piacerebbe fare televisione?

Non mi è mai venuto finora. Questo è il mio terzo lavoro e mi sono concentrata e appassionata al linguaggio del documentario, che ha acquistato grande forza in Italia con autori come Stefano Savona, Gianfranco Rosi e Minervini. Per me il documentario non registra la realtà, ma è un atto di rappresentazione, di finzione. 

Il finale di Normal, con le immagini dell’unione civile di una coppia di uomini, sembra suggellare un discorso che porta a mettere in discussione la “normalità” e trovare nuove forme identitarie. E’ così?

E’ un finale volutamente aperto perché il film non è pedagogico né accademico. Anzi, vuole creare uno spazio di confusione per potersi interrogare. Il finale è po’ spiazzante, un corto circuito. Mi interessa chiedermi – e spingere lo spettatore a fare altrettanto – cosa sono i processi di assimilazione della norma, come negoziamo il desiderio di normalità? Siamo senza via d’uscita in un mondo di convenzioni da cui non riusciamo a liberarci? Il film è un mosaico fatto di associazioni in cui inquadrature, musiche e montaggio tentano di raccontare l’ordinario cercando di sovvertirlo.

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