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Alessandra Ferri: «A 55 anni ho rivoluzionato la danza»

Alessandra Ferri: «A 55 anni ho rivoluzionato la danza»

Alessandra Ferri, ovvero l’emancipazione dai cliché. Dietro questa icona internazionale non c’è – come da stereotipo – una bambina condizionata dai sogni materni: c’è n’è una che assilla i genitori per essere mandata a scuola di danza. Non c’è un’adolescente che soffre la disciplina: ce n’è una che preme per andare a studiare a Londra. Non c’è, poi, un’adulta votata solo all’arte: c’è una donna che ama e mette al mondo due figlie, che si ritira all’apice della forma per assaporare la felicità privata, salvo rimettersi in gioco dopo sei anni di pausa.

Alessandra Ferri, una vita sulle punte

«Mi sto godendo un nuovo capitolo: la grazia di impersonare donne della mia età, non ruoli romantici. Le Giselle, le Carmen, le Giuliette, le Manon… Fantastiche ma basta, riguardano un’altra Alessandra. Adesso sono una cinquantacinquenne con la consapevolezza di quanto sia straordinario esserlo» spiega alla vigilia dell’arrivo a Milano dove, al Teatro alla Scala, dal 7 al 20 aprile sarà in Woolf Works, che il coreografo pluripremiato Wayne McGregor ha tratto dagli scritti della Woolf.

E nella danza ci sarà anche un prima e un dopo Alessandra Ferri. Non era mai capitato che un’artista over 50 fosse d’ispirazione per tante coreografie inedite, da Chéri di Martha Clarke (dai romanzi di Colette) a Duse di John Neumeier.
Sì, è piuttosto eccezionale. Chi ha avuto una lunga carriera nella classica (Carla Fracci, Margot Fonteyn) ha continuato a esibirsi negli stessi ruoli. Io voglio portare in scena la bellezza della vita, e la vita è bella sino alla fine.

Può sembrare uno slogan però, in effetti, l’alternativa all’invecchiamento non è augurabile…
Anche senza essere così drastici (ride) conviene focalizzarsi su quanto c’è di positivo. Se a 50 pretendi di essere come a 30, hai già perso: ti procuri inevitabilmente frustrazioni e insicurezze. Se ti limiti a essere la versione migliore di te a 50, allora sei vincente. In Inghilterra ho accettato di pubblicizzare una linea di creme soltanto perché li ho convinti a definirli “pro aging”, non “anti aging”.

Magari nel cambiamento del corpo c’è addirittura qualche vantaggio.
Per quanto mi riguarda, sì. Possiedo una consapevolezza che da giovane non avevo: conosco ogni mio tendine-muscolo-articolazione, so fino a che punto forzare o no… Ho minor resistenza tra un allenamento e l’altro e necessito di più ore per riprendermi, ovvio: in compenso, mi serve meno tempo per esercitarmi perché l’esperienza supplisce. A vent’anni non ti senti mai a posto.

«A vent’anni si è stupidi davvero» cantava Guccini.
Si è vulnerabili. Ne sono sempre stata cosciente e ne soffrivo. Crescendo, maturando, mi sono chiesta: per quale motivo stare male? Stop! Ho una parte indifesa ed è meravigliosa: è quella che mi rende me stessa assieme alla parte forte, alla parte triste e alla parte allegra. Una volta che ho imparato a vedere con gioia queste sfaccettature, questi chiaroscuri, si sono uniti tanti frammenti. Ho trovato l’equilibrio.

La forza della fragilità l’ha definita Brené Brown in un saggio che ha contribuito a invertire il punto di vista comune.
La fragilità ci riguarda tutti: non riuscire a guardarla o rinnegarla… quella sì che è vera fragilità! Nella mia vita questa presa d’atto ha segnato la svolta. Ti dà un potere immenso, ti libera. Ha cambiato persino il rapporto con la scena.

In che senso?
Ho perso il timore. Ora non mi torturo. Quel che dovevo dimostrare l’ho dimostrato, ogni spettacolo è un dono. Vado con la serenità e la gratitudine di fare una cosa meravigliosa, cosciente del privilegio di realizzare il mio sogno di bambina.

Allora perché aveva deciso di ritirarsi?
Per dare più spazio alla famiglia. Nel giro di qualche anno, comunque, ho capito: certo che sono madre, certo che sono stata moglie o compagna, però la mia essenza più potente, l’identità della mia anima è legata alla danza. È lì che vivo di luce propria. Non è stato un ritorno, è stato un andare avanti. Non mi ha motivato la nostalgia del palcoscenico oppure quella degli applausi, no. Mi hanno spinto il desiderio e la necessità di essere interamente me stessa: io sono una donna che balla. Non so quanto durerà, per quanto abbia già impegni sino al 2021… Sto nel presente, non mi proietto nel futuro.

Sin dall’esordio l’hanno definita “ballerina drammatica”: corrisponde alla sua natura?
Di sicuro le storie passionali mi affascinavano perché avevano le mie stesse sfumature. Adesso chi sta male per amore non mi interessa minimanente…

Be’, la protagonista di Chéri è un po’ così.
Non tanto, perché nel finale lei se la passa benissimo e s’ammazza lui! (ride)

Nelle relazioni come è cambiata?
In vari periodi ho avuto bisogno di un uomo a fianco, di essere “vista”, sennò non mi sentivo “abbastanza”. Ecco, mi è passata: non ho urgenza di qualcuno a ogni costo. L’amore di coppia rischia di essere imprigionante. Sono curiosa di scoprire se ne esista uno non limitante. Vedremo.

Oggi è sola, quindi.
Sì. Non consentirò di venire risucchiata né pretenderò da un uomo che riempia i miei vuoti. Quando arriverà – se arriverà – uno che la vede come me, fantastico! Altrimenti, sono contenta così.

Ha ribaltato gli stereotipi pure nel suo legame con il collega Herman Cornejo, più giovane di 18 anni.
Occorre affrancarsi da condizionamenti, canoni, preconcetti. Si è vivi finché si ha l’entusiasmo di cambiare, di sperimentare. È stata una storia bella.

Non è faticoso continuare a portare assieme in tour Trio?
Nooo! Noi ci vogliamo un sacco di bene! Herman è un artista straordinario, è un dono quando ci reincontriamo e condividiamo quella magia che va al di sopra di qualsiasi situazione quotidiana. Il vero amore sta in quei momenti lì, oltre che nei rapporti con i figli, con gli amici: è superiore alle relazioni sentimentali.

Più che un’intervista, stiamo tessendo un “elogio dell’età”.
(ride) La maturità mi offre la possibilità di scegliere le situazioni che mi fanno bene. Scegliere dove posare il mio sguardo, usare l’energia per ciò che mi rende contenta. Non è negare gli eventi dolorosi, non è diventare ebeti, bensì focalizzarsi sulla luce e non sul buio. Non permettere che gli ostacoli ti blocchino, usarli per evolvere.

La scommessa di lasciare dopo 35 anni New York per trasferirsi a Londra è frutto delle raggiunte consapevolezze?
Mi attirava tornare in Europa e mi è rinato l’amore per questa città così bella. Con mia figlia Emma, che sta finendo il liceo, lo abbiamo deciso a maggio 2017 e a luglio eravamo qui! Matilde, la primogenita, si è stabilita a Milano (ha creato una linea di vestiti e accessori): possiamo incontrarci con maggiore facilità.

Gli strumenti per questa “crescita” glieli ha dati la psicoanalisi? O forse un percorso spirituale?
Me li sono dati io! Ho deciso che così doveva essere. Oggi mi ritrovo sollevata dalle paure, dai condizionamenti sociali-culturali-familiari. E vivo più sorridente.

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