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Armie Hammer: «Grazie Luca (Guadagnino), per la lezione. Sull ...

Armie Hammer: «Grazie Luca (Guadagnino), per la lezione. Sull …

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Armie Hammer è alto un metro e 95. E non è una promessa mancata della pallacanestro, casomai una promessa mantenuta dell’arte che ha sempre voluto praticare. Contro il parere della famiglia (il nonno Armand è stato un tycoon del petrolio, il padre Michael Armand è editore e produttore tv) che probabilmente l’avrebbe preferito in doppiopetto. E contro il destino: «Per sei anni non sono riuscito a trovare un solo lavoro» ci racconta il co-protagonista di Chiamami col tuo nome. «Ma, ancora più grave, non avevo idea di chi fossi e cosa volessi. Quando anche il mio agente mi ha detto che non mi avrebbe rinnovato il contratto perché non gli servivo a niente, finalmente mi sono svegliato».

Candidato a un Golden Globe, inserito in tutti i pronostici sulle nomination agli Oscar per il film di Luca Guadagnino che sta facendo incetta di premi (noi lo vedremo il 25 gennaio), Armie Hammer comincia oggi a capitalizzare i risultati di quel risveglio. Sentimentale. Chiamami col tuo nome ha infatti prodotto molti innamoramenti: per il regista, a suo dire, «capace di mostrare semplicemente che l’amore è l’amore», per l’Italia, «che nel film è la terza protagonista, alla pari del mio personaggio o di quello di Timothée Chalamet», per il suo mestiere, «perché mi ha insegnato che le persone si assomigliano più di quanto vogliamo credere».

Non è un caso che Chiamami col tuo nome racconti una storia d’amore tra due uomini, ma a giudicare dal successo che sta riscuotendo ovunque, parli a tutti.
È un film di solo amore, senza nemici. L’unico antagonista è il tempo. Perché il tempo di queste due persone, che si sono incontrate in un’estate italiana, finirà e loro ne sono consapevoli. È una storia in cui nessuno si ammala, non ci sono omofobi violenti, nessuno viene rifiutato dalla famiglia o dagli amici, nessuno è obbligato a fare coming out e subirne le conseguenze. Ci sono due persone che si innamorano e basta….

Per costruire il personaggio ha ripensato al suo primo amore?
La mia pubertà è stata abbastanza standard, ricordo bene la mia prima volta, quando mi sono sentito non più un ragazzo, ma un uomo, ma non le dirò quanti anni avevo. Per il mio personaggio, però, più che alla mia sessualità ho fatto appello all’urgenza dei desideri. Desiderio di piacere, di innamorarsi, di dire o fare la cosa giusta, di mostrare luoghi che si amano o creare momenti speciali, quell’ansia che – quando contraccambiata – si trasforma in passione, in energia. Quella per fortuna la provo ancora e non ha niente a che fare con l’età.

Lei è relativamente giovane per essere padre, all’epoca del primo figlio, nel 2014, aveva pensato che avrebbe potuto rendere più difficile la sua carriera?
Ero sposato da un paio d’anni, non avevamo pianificato di avere un figlio, ma quando ho saputo che mia moglie era incinta non ho pensato nemmeno per un secondo alle conseguenze sulla carriera. Alla fine della giornata, nonostante le soddisfazioni che mi dà il lavoro, ciò che davvero conta sono le persone che amo, non potrò mai avere rimpianti. Anche ora che il mio nome ha un minimo di popolarità so che ogni film potrebbe essere l’ultimo e, se così fosse, allora dove sarei se non avessi costruito una famiglia?

Cosa farà se i suoi figli un giorno le diranno che vogliono essere attori, dopo aver dovuto lavorare sodo per convincere la sua famiglia che quella era la sua strada?
Dirò loro la stessa cosa che mio padre disse a me: «Sei proprio sicuro? Non vorresti studiare invece?». Ma sarei preoccupato per loro più di quanto mio padre lo è stato per me, perché io, a differenza sua, conosco tutto: i rifiuti e il dolore che provocano…

Quando si è riappacificato con la sua famiglia?
Quando ho dimostrato loro che tenevo solo a questo, che non c’era nessun piano B. Sono testardo e orgoglioso: dimostrare ai miei che ce l’avrei fatta è stata la molla della mia determinazione.

Fin da bambino la sua è stata una vita nomade.
Sì e l’ho introiettato, ogni volta che oggi arriviamo in un posto che non conosco dico a mia moglie: «È fantastico, potremmo trasferirci qui…», e lei: «Non lo faremo». Io sono sempre pronto a fare trasloco, ma devo fare i conti con chi ha bisogno di stabilità. Ovvero quasi tutti.

Da bambino le piaceva traslocare?
Mai stato un bambino infelice perché viaggiavamo. Non mi importava granché cambiare scuola e amici. Ogni viaggio era una scoperta. Ogni trasloco un’avventura. Era strano, ricordo compagni di scuola che mi dicevano: «Ho vissuto in questa casa tutta la vita». E io: «Ma davvero è possibile? Che noioso…».

È vero che suo padre decise di trasferirsi alle Isole Cayman nel 1993 dopo aver visto il film Il socio dal romanzo di John Grishman?
Ci siamo andati in vacanza dopo che lui aveva visto il film e si era incuriosito. Poi una volta lì si è convinto che fosse il posto giusto dove vivere.

Fu scelta giusta?
Quando per tutto l’anno giri a piedi nudi, se hai fame prendi un cocco per terra e se vuoi andare a trovare i tuoi amici l’unica opzione è prendere la barca, be’ non puoi che dirti: “Questa è vita”.

Stanley Tucci che l’ha diretta in Final Portrait, ha dichiarato: «Armie è perfetto per il ruolo, forse è solo un po’ troppo bello».
Tra tutte le obiezioni che ho registrato su di me, questa è la prima volta… E mi imbarazza un po’. Ma nel film Alberto Giacometti (interpretato da Jeoffrey Rush, ndr), facendo il mio ritratto, dice: «Certo che lei ha un bel ceffo». In compenso.

Fa una vita da star?
Vado dappertutto e nessuno mi riconosce. Per essere una star bisogna fare cose ben precise che io non ho mai fatto e credo mai farò.

Ha un rapporto sano con la fama?
Mi sveglio al mattino, preparo la colazione ai miei figli. Facciamo una passeggiata al parco. Sono a casa con loro come qualunque papà.

Ma lavora con gente che vive la vita pazza delle star.
Ed è una follia. Non avevo mai visto niente del genere fino a quando ho lavorato con Johnny Depp (in The Lone Ranger, ndr). Era come guardare una puntata di Fear the Walking Dead. La gente intorno a lui subiva una metamorfosi, si trasformavano in tanti animali, gli tiravano i capelli, lo assalivano. Non c’è niente di divertente o di glamour in questo: è la scoperta del lato oscuro delle persone.

Come si fa a essere famosi senza diventare prede dei “Walking Dead”?
Non lo chieda a me. Lo chieda a Tom Hanks.

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