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Barbara Recensione: la misteriosa femme fatale di Osamu Tezuka

Barbara Recensione: la misteriosa femme fatale di Osamu Tezuka

Quando si parla di Osamu Tezuka, tutti noi dovremmo alzarci in piedi e rivolgere un profondo inchino a una personalità maiuscola per l’industria dei manga. Il compianto sensei è considerato, d’altronde, il padre fondatore di un intero genere, nonché il fautore di un’identità tecnica ben precisa per chiunque – ancora oggi – voglia approcciarsi al manga. Eppure, persino descrivere in tal modo l’operato di Tezuka nel corso del Novecento sarebbe ugualmente riduttivo: l’autore si è fatto anche voce di opere dall’importantissima vena poetica, ma soprattutto portatrici di una serie di temi di rilevanza assoluta, oltre che di una modernità sempreverde.

Se già abbiamo avuto modo di analizzare nella nostra recensione I.L. La ragazza dai mille volti, in cui Tezuka riversò gran parte della sua critica sociale, lavori antologici come I Tre Adolf rappresentano una lettura imprescindibile dal punto di vista artistico e storico. Grazie a J-POP Manga, che sta portando in Italia opere vecchie e inedite del leggendario mangaka in una collana chiamata Osamushi Collection, abbiamo potuto leggere Barbara, altro e importante tassello che compone una bibliografia che non può assolutamente mancare dagli scaffali di ogni appassionato.

E me ne vado nel vento spietato
Se con le opere che abbiamo citato in precedenza Osamu Tezuka cercò di riversare nella sua scrittura una forte venatura polemica contro società e politica del dopoguerra, in opere come Barbara il sensei trascrisse un’intimità profonda, volta a mettere a nudo le perversioni e i desideri più disparati della psiche umana. La storia narra di Yosuke Mikura, uno scrittore nipponico estremamente noto nel suo campo, esteta verace e artista tormentato alla ricerca costante di una musa ispiratrice e del concetto di bellezza assoluta.

Dietro la sua figura calma, rassicurante e avvolta da una spessa coltre di popolarità, tuttavia, si celano i fantasmi di una personalità ambigua e pericolosa. Mikura è, in sostanza, un maniaco sessuale, ossessionato di ogni tipo di perversione. Un giorno il protagonista, passeggiando tra i vicoli di Tokyo, si imbatte in una senzatetto, una bellissima ragazza che dice di chiamarsi Barbara.

Barbara è a sua volta una donna dalla personalità eccentrica: le sue origini ignote tradiscono una cultura sopraffina, che le permette di citare poesie di autori d’élite come Verlaine. Subito tra i due personaggi nasce un legame indissolubile, che ben presto si trasforma in una spirale d’amore e odio: Barbara è bellissima, ha un corpo mozzafiato e più volte trascina Mikura nei piaceri del sesso spregiudicato, portandolo più volte sull’orlo di una tensione sessuale costante. Ma è, al tempo stesso, una bambina viziata, un’alcolizzata, una figura misteriosa che più volte sconvolge il cuore del protagonista con atti di dubbia moralità.

Tezuka dipinge in Barbara la sua femme fatale definitiva, una figura iconica e iconografica. Da cultrice di letteratura sopraffina a donna-oggetto vittima di una società maschilista, da dea capricciosa e volubile ad amante indomabile e vendicativa. È un enigma costante, un mistero che solo col progredire del racconto inizia a svelarsi pian piano tanto a Yusuke quanto al lettore. L’opera è un racconto di estetica, di amore e di morte, di esoterismo e folklore, ma anche di solitudine e dipendenza.

Barbara è un manga totale: ha una poetica così delicata da potersi scolpire facilmente nell’Olimpo della letteratura ed è (a distanza di quasi 50 anni dalla release originale sulle pagine di un magazine di Shogakukan) un racconto in tutto e per tutto attuale – capace, peraltro, di ispirare un adattamento live-action di produzione internazionale di cui al momento ignoriamo la data di uscita. Tezuka riversò nell’opera un grido feroce contro la mercificazione del corpo e del sesso così come dell’arte. Un’invettiva contro il rapporto che, nell’immediato dopoguerra, lo star system e l’intrattenimento stavano pian piano costruendo con la politica e, al tempo stesso, un affresco psicologico che rende Barbara un imperdibile classico a fumetti.

Un’opera senza tempo

Il manga targato J-POP struttura la narrazione in quindici capitoli: la scrittura di Tezuka in Barbara è inizialmente episodica e la lettura dell’opera potrebbe risultare inizialmente lenta e poco amalgamata tra un racconto isolato e l’altro. Ma è osservando l’insieme col passare del tempo che si assume, progressivamente, la percezione di una scrittura sopraffina, soprattutto perché gli ultimi 4-5 capitoli imbastiscono un’impennata feroce tanto nei toni quanto nei ritmi del racconto.

Ciò, in ogni caso, non deve spaventarvi: nonostante l’iniziale e dovuta lentezza, la sceneggiatura di Barbara tiene incollati alle pagine del manga dall’inizio alla fine, perché in ogni singola tavola della sua opera Osamu Tezuka ha dipinto un mosaico sontuoso, maturo e profondo.

L’ironia tipica di certe storie del sensei, anche nelle sue opere più tragiche, si alterna al dramma, ai contenuti maturi, alla violenza e all’esistenzialismo. Nella continua ricerca dell’estetica e nel viaggio (ideologico) di de-formazione che compie Yusuke Mikura c’è un che di felliniano e surrealista: una parabola al contrario, in cui chi ha apparentemente tutto si ritrova prima o poi a non possedere niente. In nome dell’amore sfrenato, delle pulsioni, delle esagerazioni e del misticismo.

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