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Birmania, io non esisto

Birmania, io non esisto

Scappano da più di 40 anni ma la loro persecuzione, considerata tra le peggiori al mondo, sembra non avere fine. Sono i rohingya della Birmania, una minoranza musulmana che ha la colpa di vivere in un paese buddhista. Una nuova ondata di violenza che ha causato l’esodo verso il Bangladesh di almeno 370mila persone (dati Onu), ha riportato l’attenzione dei media internazionali su questo popolo mentre l’opinione pubblica si è schierata contro il premio Nobel e leader birmana Aung San Suu Kyi per «il suo scarso impegno nel tutelarli».

Per capire di più di quello che da anni accade ai rohingya, siamo andati a incontrarli. Vi proponiamo questo reportage che abbiamo pubblicato ad agosto 2016.

Un pomeriggio, in un ghetto tropicale, assisto a una scena atroce, in una città sperduta della Birmania, di nome Sittwe. Sotto una palma, c’è una dolente adunata, di donne e bimbi e uomini spenti.

Sono tutti musulmani; si muovono tutti al ralenti. C’è un Kapo, che abbaia ordini, e ci sono guardie buddiste, rigide nelle divise grigie, i piedi piantati, l’aria indifferente. Le guardie allineano il drappello lungo un camion, dieci per volta, e il Kapo del ghetto, un panciuto collaborazionista, legge i nomi da un elenco. La scena evoca buchi neri, appelli nazisti; non sono criminali, non hanno fatto niente. Il camion ha posto per una decina di persone, alla fine salgono, pigiati come bestie, in 30. C’è una ragazza, smarrita nella calca, che non dimenticherò. Avrà non più di 18 anni e piange silente, aggrappata a una sbarra, e contempla il baratro in cui è precipitata.

Ci sono guerre e conflitti, in fase acuta, con trincee e soldati, armi e sponsor. E ci sono notti eterne, di allucinazioni infinite, cui si fa l’abitudine: tale è l’incubo in cui sono incagliati i Rohingya. Un popolo dimenticato, di religione islamica, che ha visto i propri figli uccisi dalla polizia, le proprie case bruciate, le proprie botteghe usurpate dai vicini, e che ora languisce, senza diritti, nell’angolo più derelitto della Birmania. Ci sono, in Myanmar, circa tre milioni di musulmani, su una popolazione di sessanta: il 5 per cento della popolazione. Di questi, un milione circa soffre nel Nordovest del Paese, sul Golfo del Bengala, nel Rakhine, sottoposti a duro regime di apartheid. In 120 mila sopravvivono internati in una quarantina di campi; gli altri sono confinati nei villaggi, tenuti in ostaggio da divise rapaci, sottoposti a estorsioni e ai lavori forzati. «Le condizioni sono spaventose», mi dice Kasper Engborg, dell’Ocha, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari dell’Onu.

«Regna la paura. L’incertezza li uccide». E dunque suona come una beffa, in questo paesaggio balcanico, la celebrata transizione alla democrazia della Birmania. «Dov’è Aung San Suu Kyi?», mi chiederà desolato Abdul Huq, un vecchino di 80 anni, un pescatore senza barca, cui i Rakhine hanno ucciso il nipote, a coltellate. Pur avendo vinto le elezioni, pur essendo al potere da marzo, la nostra eroina, premio Nobel per la Pace, non si è mai vista da queste parti. «Da lei ci si aspettava una battaglia forte, sui diritti», mi dice un acuto osservatore internazionale, il cui nome non cito, poiché ci sono state minacce, anche serie, agli occidentali.

«L’abbiamo sopravvalutata ma, in fondo, è la figlia di un generale». La storia, spiega, è quasi banale: «I Rohingya mi ricordano gli ebrei nella Germania di Hitler. Erano l’élite della società. I mercanti, gli artigiani, i costruttori. L’invidia ha giocato un ruolo cruciale. I Rakhine hanno deciso di liberarsene e se ne sono liberati». L’inizio della fine per Habi Noor e la sua famiglia ha una data: 13 giugno del 2012. Habi è un giovane pallido di vent’anni che incontro in uno dei campi di internamento, nella fangosa periferia di Sittwe, la capitale del Rakhine. Fino a quel giorno, viveva con la sua famiglia in un’ampia palafitta e vendeva medicine in una bottega del centro. Pur essendo ricorrenti le ingiustizie, la vita aveva la sua normalità. La dittatura, al potere per cinquant’anni, ha impiegato particolare zelo nella repressione delle minoranze, in particolare dei Rohingya, cui non ha mai perdonato l’essersi schierati al fianco dei colonialisti britannici, durante la Seconda guerra mondiale.

Non esistono i Rohingya, era il mantra della Giunta, amplificata dai megafoni della tirannide. Sono stranieri del Bengala, arrivati nel 1824, con le truppe inglesi, e in Bengala devono ritornare. Tale è l’odio dei militari, che nel 1982 hanno approvato una legge sulla cittadinanza, escludendoli dai cento e più gruppi etnici dell’Unione, condannandoli a una condizione di apolidi, nella terra dei loro avi. «Ma io sono nato qui», mi dice ora Habi. «Mio padre è nato qui. Mio nonno è nato qui. Sono Rohingya e sono birmano», dice rammentando il giorno in cui la sua identità è diventata un ergastolo. «Il 13 giugno, i Rakhinesono arrivati, con i coltelli e le cerbottane,  e hanno dato fuoco alle nostre case». C’era stato lo stupro misterioso di una donna buddista, da parte di un musulmano, e la rappresaglia di un manipolo di buddisti che avevano ucciso a colpi di accetta dieci ragazzi islamici. Erano seguiti scontri; Habi Noor sfoglia foto apocalittiche, di roghi, di morti.

Si ferma, alla fine, su un’immagine, di un giovane immobile in una corona di sangue. «Si chiamava Mohamad Shafè. Aveva 24 anni. Stavamo scappando e la polizia gli ha sparato. L’ho visto con i miei occhi. L’hanno colpito al petto. Mi sono fermato e l’ho preso in braccio. È morto mentre cercavo un riparo. Piovevano pallottole. Ho dovuto lasciarlo per strada. Ho detto ai soldati di seppellirlo ma il suo corpo non è mai stato trovato». I militari erano lì, ad aspettarli, tra i campi di riso, con dei camion. «Ci hanno ordinato di salire e ci hanno portato qui». Qui è una capanna di bambù di dieci metri quadrati, in cui vivono in sei: ci stanno tutti solo di notte, stesi immobili sui pagliericci. Vivono con le razioni umanitarie dell’Onu, riso, ceci e olio di palma, razioni che non bastano, la fame morde. Non possono uscire, non possono andare al mercato, all’università, al lavoro, non possono andare da nessuna parte. Chi ha i soldi, ed è gravemente malato, paga le guardie e va con la scorta armata all’ospedale. La gente muore di febbre e di malaria, la gente muore per il morso di un cane.

I ragazzi si immolano, come le donne in Afghanistan. In una clinica, una baracca senza muri, ho visto un giovane rantolare su una branda di ferro; si girava e rigirava, come un fantasma, il corpo ustionato, la pelle a brandelli. Si era dato alle fiamme con la benzina. Suicidio, aveva concluso il medico. «Ma la cosa più triste di tutte sai qual è?», mi dice ora Habi Noor. «Che in prima linea c’erano i monaci». L’incendiario attivismo di una frangia di monaci buddisti è, per noi occidentali, un mistero fitto, adusi come siamo ai messaggi rassicuranti del Dalai Lama.

Ma la loro islamofobia è nota e notorio è il leader del Ma Ba Tha, il Comitato per la Protezione della nazionalità e della religione. Se c’è un nemico numero 1 dei Rohingya, il suo nome è Ashin Wirathu. Ha 50 anni ed è l’abate del più importante monastero di Mandalay, la seconda città del Myanmar. Spande odio sui social network, dove è solito definire i musulmani «cani». Incuriosita dal personaggio, vado a trovarlo; mi sembrava che un asceta non potesse essere un nazista, mi pareva fosse una contraddizione in termini. Ma non c’è niente del Buddha nell’uomo che attendo in uno studio di legno; su un muro conto 21 sue foto, sorridente, pensoso, al mare, sulle copertine di giornale. Al suo arrivo, mi squadra; siede, ieratico, dietro un banchetto e aspetta, mentre un suo assistente, un giovane monaco, registra tutto.

Gli chiedo cosa voglia dire Wirathu. «È il mio nom de guerre», dice. «Vuol dire eroe. Anzi, supereroe». Ed è questo che vuole essere? «Fin da piccolo». I Rohingya, dice, non sono affatto deboli. La loro pena è una farsa. «Uno show per voi bianchi. Hanno un sacco di soldi. Sono sostenuti dall’Onu e dalla Conferenza dei Paesi Islamici». La loro segregazione, insiste, è necessaria. «Il problema è l’Islam. Una religione di killer che si moltiplicano in fretta facendo tutti quei figli». E quale sarebbe la soluzione? «Dovrebbero andarsene, certamente. Via, in un qualsiasi Paese islamico. La Birmania è dei buddisti e così resterà».

La cosa stupefacente di questa intervista non è il suo banale razzismo: è che in decine di incontri non ho trovato una voce diversa. Ho cercato, invano, che qualcuno mi parlasse di riconciliazione; ho assistito, sempre, al trionfo dei vittoriosi sulle spoglie degli sconfitti. Il segretario esecutivo dello Stato Rakhine, un omone chiamato U Ting Maung Swe, mi ha parlato dei Rohingya come di una peste bubbonica. «Se gli permettiamo di muoversi, si diffondono per tutto il mondo. Noi siamo un muro. Glielo impediamo». Speravo che gli studenti dicessero cose diverse, pensavo fossero solidali con i coetanei musulmani esclusi dall’università. Ma avevo sottovalutato l’eredità nefasta di mezzo secolo di dittatura sulla mente umana. «Sono clandestini e poi non si lavano», disse Linn Linn Maw, una leggiadra fanciulla, della facoltà di inglese.

«E poi l’ha detto pure Aung San Suu Kyi: non chiamateli Rohingya». E dunque, perché non si ribellano? Internati, oppressi e derubati, è un miracolo che in questo fango non abbia ancora attecchito il seme del terrorismo. I musulmani non hanno un seggio, nel nuovo Parlamento democratico, e neppure un braccio armato. Ed è evidente che non torneranno a casa. «La decisione è stata presa», mi ha detto l’acuto osservatore internazionale. «Siamo qui a limitarne i danni». E allora perché non fanno qualcosa? Ci pensavo dopo aver assistito all’adunata di donne e bimbi e uomini spenti, pigiati dentro un camion, nel ghetto di Aung Mingalar. È la stessa domanda che ha percosso i sonni degli ebrei per generazioni dopo Auschwitz.

Ziad ul Haq, l’imam della moschea principale, chiusa dalle autorità, sfollato anch’egli, invitava alla pazienza. «Diamo al nuovo governo il tempo di lavorare», diceva pacato. «Cinquant’anni di dittatura non si disfano in pochi mesi». Poi arrivava un uomo, con la camicia a quadri e il sarong blu, un uomo che era rimasto un uomo, un uomo vivo, finalmente. Si guardava intorno, le spie, le spie, naturalmente. Aspettava un varco, per consegnarmi la sua rabbia, il suo sdegno. Glielo offrivo, salutandolo in arabo, e all’improvviso, nel ghetto, avevamo una lingua segreta, al riparo da orecchi maligni.

Partivano lunghi minuti che percuoteranno i miei sogni. «Ha visto, ci tengono chiusi qua dentro da quattro anni come le bestie. Ha visto, loro passano davanti al ghetto con le loro auto e noi li guardiamo dalle nostre celle. Dicono che siamo del Bangladesh. Ma io sono un Rohingya da mezzo millennio. Noi siamo birmani. Loro dicono che non lo siamo. Ma non abbiamo un’altra patria. Perché ci fanno questo? Ebrei, buddisti, cristiani, musulmani: siamo tutti esseri umani. Ha visto? Invece ci trattano come subumani. Se dici una cosa ti vengono a prendere la notte a casa e sparisci. Se ti allontani dal ghetto finisci in manette. E qual è il problema? Che io sono scuro e tu sei più chiaro?». L’uomo faceva una pausa, io prendevo nota del suo flusso di coscienza. L’uomo si guardava intorno. «Ci hanno rubato il futuro». Fissava il suolo. «Ci hanno lasciati nelle tenebre». Poi mi stringeva la mano e mi ringraziava e mi diceva: «Per favore, non ci dimentichi».

 

 

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