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Breve disamina del fenomeno mafioso del contesto rurale siciliano

Breve disamina del fenomeno mafioso del contesto rurale siciliano

 

A completamento della prima lettera ricevuta dal sindaco emerito di Mezzojuso, Antonino Schillizzi, pubblichiamo la seconda parte

Ascoltai per la prima volta la parola mafia da ragazzino, chi la pronunciò abbassò il tono di voce, chinò il capo e si guardò in giro in modo circospetto. Capii subito che la mafia non era una cosa bella.

Raggiunta la maggiore età, dovetti fare i conti con un gravissimo episodio, l’omicidio di Giuseppe Moscarelli nelle campagne di Mezzojuso che allora era vice presidente della sezione comunale dell’Alleanza Coltivatori Siciliani, Associazione in cui avevo cominciato, da alcuni mesi, una collaborazione. In quella circostanza conobbi Girolamo Scaturro, allora Presidente Regionale dell’Alleanza Coltivatori Siciliani che con tutto il gruppo dirigente si recò presso la Stazione dei Carabinieri per cercare di capire e di sapere. Non mi vollero con loro, io aspettai fuori dalla Caserma. Il grave episodio fu documentato dai giornali nazionali, Corriere della sera in testa, che mandò un inviato a Mezzojuso, e da tutti gli altri giornali.

Scaturro mi disse che i Carabinieri indagavano in tutte le direzioni. Ancora oggi l’omicidio rimane impunito e alla famiglia Moscarelli non furono riconosciuti i benefici della legislazione antimafia. Giuseppe Moscarelli era tra i fondatori della sezione comunale dell’Alleanza Coltivatori Siciliani, ne era il vice presidente, era cioè un sindacalista. L’autore dell’omicidio non fu trovato e non fu stabilito l’origine del delitto.

Quando diventai giovane funzionario prima, e dirigente dopo, della Confederazione Italiana Coltivatori, in una delle tante riunioni che facevamo a Roma, Mommino (Girolamo) Scaturro mi fece una battuta: figghiuzzu me (figlio mio) ricordati che in Sicilia c’è la mafia, c’è l’antimafia e c’è la mafia dell’antimafia. In tempi recenti, un caro amico carabiniere, mi disse “c’è pure la mafia sbirra”.

In questa sede non ci interessa fare l’analisi etimologica o sociologica delle battute o dei detti, ma presi coscienza di come a volte i cosiddetti paladini dell’antimafia agiscono con metodi simili alla mafia che dicono di combattere.

Per affrontare la situazione di Mezzojuso denunciata dal programma Non è l’arena su LA7, isolando i fatti dal contesto storico sociale della nostra cittadina, abbiamo prima descritto alcuni aspetti della particolare storia che non sempre è complementare a quella degli altri comuni siciliani e, nel contempo, (adesso) fare una breve disamina della mafia rurale.

 

Quando nasce e dove nasce la mafia?

Non vi è un vero e proprio atto di nascita, è la storia che ci deve venire incontro.

In Sicilia, sembrerà strano, il feudalesimo finisce sostanzialmente nel 1812 quando i Borboni promulgano una Costituzione in cui abrogano il Mero e Misto Imperio, ossia il diritto di amministrare la giustizia civile e penale all’interno del proprio feudo. Con detta Costituzione vengono tolti tanti altri privilegi agli aristocratici padroni dei feudi, barone o galantuomo come dir si voglia.

Le condizioni di vita dei braccianti senza terra, dei mezzadri e dei piccoli contadini nella Sicilia rurale dell’800 erano drammatiche, e rimarranno tali fino alla fine degli anni quaranta del ‘900. Parecchia sociologia ci descrive il contadino che cominciava a lavorare all’alba e finiva al tramonto sei giorni su sette. Ignoranti, malnutriti e sporchi vivevano in tuguri assieme al mulo e ad altri animali, con un piccolo tavolo a tre gambe appoggiato al muro, un focolare, un letto di paglia e poco altro. Una sorta di tendina riparava la privacy della coppia dai numerosi figli.

Il lavoro più gravoso per il contadino era la mietitura del grano. A quaranta gradi, sotto il sole cocente di giugno e luglio, in cui persino la pausa pranzo, (un po’ di pane, qualche oliva e una sarda salata), era una sofferenza in assenza di un albero per ripararsi dai raggi del sole.

I baroni, abrogato il Mero e Misto Imperio, preferiscono ritirarsi nelle grandi città e lasciano i feudi in gabella (affitto) a guardie e uomini d’arme: i gabelloti. Questi, a loro volta, lasciarono in affitto piccoli appezzamenti di terra a contadini (chiamati coloni o burgisi). Inoltre i gabellotti assoldarono ladri e banditi senza scrupoli e li fecero entrare nelle Compagnie d’Armi per far da guardia ai terreni. Queste Compagnie erano comandate da un capitano, che si impegnava a difendere il feudo.

I campieri invece andavano in giro a cavallo armati di fucile e compivano qualunque sopruso contro i contadini e i pastori.

Se prima le condizioni socio economiche dei contadini erano difficili, con i gabelloti si complicò ulteriormente. L’abigeato diventò un reato diffuso.

La descrizione della Sicilia rurale di quegli anni, anche se in modo sintetico e schematico, ci fa capire quanti sussulti di ribellione, quanta violenza fisica e psicologica la vita di campagna riservò alla povera gente. Se poi il contadino aveva una bella moglie….

Con la fine del feudalesimo, per colpa di gabelloti, soprastanti e campieri, la vita nelle campagne peggiorò. Il sentimento antiborbonico cominciò a manifestarsi sempre più con maggiore intensità fino a culminare alla sollevazione del 1860 a fianco di Garibaldi.

Il gabelloto, il soprastante ed il campiere, rappresentano il prototipo mafioso.

 

Con l’Unità d’Italia, si verifica il fenomeno del brigantaggio, per tanti motivi che non stiamo ad analizzare si diffonde un sentimento antiunitario ed antisabaudo.

La rabbia dei giovani per l’introduzione della leva obbligatoria (ben cinque anni), il sentimento antipiemontese ed antisabaudo della gente analfabeta, che non capiva nemmeno la lingua dei Carabinieri Regi, porteranno il 16 settembre del 1866 alla rivolta del “sette e mezzo”. Squadre di picciotti insorsero contro uomini e simboli della pubblica amministrazione ed al grido di “viva la repubblica” incendiarono archivi comunali, attaccarono le caserme e uccisero tanti carabinieri.

A Mezzojuso non fu ucciso nessuno ma furono bruciati gli archivi comunali.

La rivolta fu repressa con spargimento di sangue, ma il sentimento antipiemontese non fu sopito.

Con due leggi del 1866 e 1867 vennero soppressi molti ordini religiosi e i possedimenti vennero incamerati all’erario. La confisca delle terre della Chiesa doveva servire a risollevare le classi più povere. ma le modalità di ridistribuzione non furono consoni all’intento, infatti, i beni nazionali furono venduti, esclusivamente ai creditori dello Stato (in cambio della restituzione dei titoli del debito pubblico).

Si ottenne il risultato di far finire le nuove proprietà nelle mani di pochi privilegiati: la borghesia, gli affaristi, funzionari dello Stato ed in parte alla nobiltà.

Nelle zone rurali il processo di liquidazione della feudalità stava lentamente sostituendo al vecchio feudatario il proprietario unico.

Il neonato Regno d’Italia si era subito preoccupato (anche per far fronte ad esigenze di bilancio) della liquidazione delle terre espropriate alla Chiesa, ma non riuscì a redistribuire ai contadini meridionali una qualche proprietà fondiaria.

L’odiosa legge sul macinato complicò la situazione sociale della gente.

“Il mugnaio doveva pagare al fisco la tassa in ragione dei giri; ma a seconda della diversità tra mulino e mulino, anzi da macina a macina, il prodotto di un ugual numero di giri variava… .si aggiunga che il mugnaio, tenuto a pagare la tassa in ragione dei giri, nel farsi rimborsare dal cliente…. doveva e non poteva altrimenti che conteggiargli la tassa secondo il peso. E giri e peso non andavano mai d’accordo; e fisco, mugnai, clienti, ognuno si riteneva danneggiato, derubato e ingannato.”

 

I componenti dell’ex polizia borbonica vengono accorpati nei ranghi del Ministero degli Interni del Regno d’Italia e destinati ad operare nelle città, mentre i Carabinieri Regi presidieranno tutto il territorio nazionale.

In questo contesto di difficoltà di comprensione, anche della lingua, per risolvere i problemi delle zone rurali, gli individui, preferiscono soluzioni extra legem.

Nella Sicilia post unitaria nasce la cosiddetta Onorata Società. Un mondo variegato di personaggi, di uomini agiati e meno agiati, (i picciotti), che decidono i contrasti tra le parti, che hanno regole ferree, tra cui uno speciale senso dell’onore tutto declinato al maschile. Per uomo d’onore nell’accezione comune, (di allora), si intendeva un appartenente alla mafia, ma la locuzione più comune era ntisu (sentito, ascoltato); un cristianu, (cristiano) ntisu era una persona rispettata.

Il fenomeno mafioso, (soprusi, angherie, taglieggiamenti, pizzo) si diffuse in Sicilia, e, con l’emigrazione di fine ottocento si radicò a New York e Chicago. Per famiglia si cominciò ad intendere il clan di interesse con la denominazione del cognome del Capo.

Nel periodo del ventennio fascista, vanno ricordati i tentativi di ripopolamento delle campagne con la distribuzione di terre ai coloni, le bonifiche e la costruzione dei borghi rurali. Mentre contro la mafia, Cesare Mori (il Prefetto di ferro) cominciò il suo lavoro con il famoso assedio di Gangi (1 gennaio 1926) e continuò con le retate nei Comuni.

La struttura socioeconomica dell’agricoltura della Sicilia interna rimane sostanzialmente identica fino a tutti gli anni ’50 del ventesimo secolo. A cambiarne la struttura fu l’introduzione delle macchine trebbiatrici prima, (primi anni cinquanta) e mietitrebbiatrici dopo. La mafia rurale raccontata dalla saggistica non esiste più, emigra a Palermo (e nel mondo), e si concentrerà in tanti altri settori dell’economia: mafia americana, siciliana, dei giardini, degli appalti, dei cimiteri, dei mercati ortofrutticoli, la mafia dei colletti bianchi, mafia capitale, mafia nigeriana, mafia turca, mafia cinese…. .

Abbiamo voluto focalizzare l’attenzione sulla mafia rurale perché è quella che ci interessa ai fini della nostra riflessione. Della cosiddetta “mafia dei pascoli”, di recente declinazione, ne parleremo a parte in un successivo intervento se la Themis Metis, riterrà di ospitare ancora le mie riflessioni

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