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Cara di Castelnuovo: un centinaio di famiglie disposte ad accogliere i migranti sgomberati

Cara di Castelnuovo: un centinaio di famiglie disposte ad accogliere i migranti sgomberati

(Foto: AFP/SIR)

Ad oggi sono almeno un centinaio le famiglie da tutta Italia che si sono rese disponibili all’accoglienza delle persone migranti del Cara di Castelnuovo di Porto, che chiuderà il 31 gennaio per volontà del Viminale. Sono ancora in corso i trasferimenti degli ultimi 215 ospiti presso strutture in altre regioni, sugli oltre 500 totali. Negli ultimi giorni gli uffici comunali sono stati presi d’assalto da mail di cittadini che hanno intenzione di aprire le porte della propria casa a chi rischia di finire in strada per effetto del decreto sicurezza. Al momento nessuna famiglia ha ancora accolto ma la situazione dovrebbe sbloccarsi presto. La preferenza è per una accoglienza a lungo termine nel territorio, per non interrompere i percorsi di integrazione avviati e non sradicare i bambini dalle scuole. Il Comune, con l’appoggio di una rete di associazioni e uno staff composto da un medico, due assistenti sociali e una psicologa, in collaborazione con la Asl Rm4, sta lavorando ininterrottamente da tre giorni per valutare tutte le domande e le richieste da parte degli ospiti del Cara, gestito dalla cooperativa Auxilium. Sarebbe una sorta di “seconda accoglienza” in famiglia per quelli con il permesso umanitario che non rientrano nella ricollocazione prevista: potrebbe diventare una alternativa concreta alle conseguenze negative del dl sicurezza. Nei prossimi giorni si definiranno i termini e le modalità, nel rispetto della legalità.

“Sono arrivate tantissime offerte da tutta Italia. Si propone chiunque abbia un minimo di senso di umanità”.

Poi è chiaro, lo screening va fatto in base alle caratteristiche di chi accoglie e di chi viene accolto”, conferma al Sir Lucia Pedicino, vicesindaco . “Posso assicurare che di solidarietà ce n’è stata tanta – sottolinea -, ma bisogna ponderare bene tutti gli aspetti. Perché dare un’accoglienza per una settimana o dieci giorni ha poco senso. Vogliamo dare alle persone una continuità e un’accoglienza più a lungo possibile per cercare di ricostruirsi una vita. Stiamo cercando di trovare una soluzione diversa per fronteggiare gli effetti del decreto sicurezza. In base al caso valutiamo cosa si può fare o meno, ovviamente rimanendo nella legalità”.


La situazione al Cara – dove continua il via vai di pullman verso le strutture di Umbria, Toscana, Piemonte, Lombardia, Abruzzo, Marche, Molise, Campania ed Emilia Romagna – è ancora confusa. Molti ospiti non sanno cosa fare. Anche perché quelli che sono in Italia da meno tempo non parlano italiano e non capiscono le informazioni che ricevono. Il Comune di Castelnuovo è in contatto con realtà della società civile come Refugees welcome, specializzata nell’accoglienza in famiglia, o associazioni per le vittime di tratta che hanno già esperienze simili. “C’è una buona rete che ci sta supportando, siamo molto soddisfatti per l’aiuto che ci stanno dando”, dice Pedicino. Nella scelta delle famiglie si cercherà di privilegiare quelle del territorio per non interrompere i processi d’integrazione avviati da due o tre anni “ma nulla viene escluso – precisa -, perché

“l’obiettivo è salvaguardare gli ospiti. Se ci viene data una offerta di continuità maggiore fuori dalla provincia di Roma la prenderemo in considerazione”.

Nella parrocchia di Santa Lucia, una famiglia disponibile all’accoglienza. Anche tra i parrocchiani di Santa Lucia, la chiesa nel territorio di Castelnuovo di Porto, qualcuno ha dato disponibilità: “Per ora soltanto una famiglia – dice al Sir padre José Manuel Torres, parroco di Santa Lucia – ma dobbiamo aspettare perché bisogna fare tutto bene e in maniera ordinata. Questa settimana si chiariranno le richieste di accoglienza con le disponibilità”.

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