martedì , dicembre 11 2018
Home / Medicina Oggi / Cervello di 17 mila anni fa ‘rinato’ in 3D chiave per curare la dislessia
Cervello di 17 mila anni fa

Cervello di 17 mila anni fa ‘rinato’ in 3D chiave per curare la dislessia

Cervello di 17 mila anni fa 'rinato' in 3D chiave per curare la dislessia

Un cervello di 17 mila anni fa ricostruito in 3D negli Usa, a partire dalla scatola cranica di un ragazzo ritrovato in uno dei siti archeologici italiani più interessanti per la presenza di scheletri paleolitici: la grotta del Romito a Papasidero, in Calabria. E la ricostruzione del Dna dell’antico preadolescente. Due elementi che rappresentano una prima tappa per la raccolta dei dati che permetteranno di disegnare l’evoluzione del cervello umano, in particolare delle aree e dei geni che sovrintendono al linguaggio. Con risvolti pratici anche immediati, come la possibilità di trovare forme di cura per la dislessia. E’ lo studio a cui sta lavorando un’equipe eterogenea di studiosi italiani di diversi atenei – archeologi, neuroscienziati, fisici, antropologi molecolari – coadiuvati dall’università della California Irvine.

Tutto parte dallo scheletro del ‘Romito 9’, ritrovato a Papasidero nel 2011 (insieme altri due scheletri: Romito 7 e Romito 8) dall’equipe di Fabio Martini, docente di archeologia preistorica all’università di Firenze, a distanza di alcuni decenni da ritrovamento dei primi 6 resti. “Si tratta dello scheletro – spiega Martini all’Adnkronos Salute – di un preadolescente, le cui ossa del cranio erano ancora plastiche, in sviluppo, tanto da lasciare, seppure in maniera invisibile all’occhio umano, l’impronta del cervello, rilevabile con le tecnologie sofisticate di oggi”. A partire da questa possibilità il fisico Claudio Tuniz del Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam di Trieste ha realizzato il modello informatico, che ha permesso di stampare, negli Usa, l’organo ‘antico’.



“A Trieste – racconta Fabio Macciardi, studioso di neuroscienze dell’università della California e docente di genetica medica all’università degli studi di Milano, raggiunto in Usa al telefono dall’Adnkronos Salute – Tuniz ha fatto la ricostruzione teorica, grazie alle tecnologie avanzate del suo laboratorio. Ha preso il cranio, lo ha posto in modo da permettere una rotazione completa e ha realizzato circa 4mila radiografie, più o meno 10 per ogni grado della rotazione completa. La mappa ha permesso la stampa del cervello, qui in California, dove sono disponibili le strutture necessarie”. Su piano genetico, invece, il lavoro della professoressa Olga Rickards, ordinario di antropologia molecolare all’università di Tor Vergata, ha permesso l’estrazione del Dna dallo scheletro di 17 mila anni fa.

“Un lavoro complesso – continua Macciardi – che necessita di un laboratorio di sicurezza, isolato. E precauzioni simili a quelle dei laboratori in cui si manipolano virus, per evitare la contaminazione del Dna antico”. Lavorare sull’elica ‘archeologica’, infatti, è molto complesso. “In molti scheletri antichi il Dna non si trova perché degradato. Ed è difficile estrarlo dalle ossa. Siamo stati fortunati a trovarne. Si tratta infatti di una molecola organica, rimasta in un ambiente ‘morto’ per millenni. Si frammenta, si rompe, si contamina (batteri, funghi, manipolazioni). E’ un reperto anche quello, che deve essere maneggiato con cura”.

La professoressa Rickards “è riuscita a sequenziarlo”, aggiunge Macciardi, che nei suoi studi si occupa di schizofrenia, autismo e disturbi le linguaggio. “Oggi molti ricercatori lavorano per trovare i geni legati alle patologie del linguaggio. Ma si tratta di una competenza molto complessa e si rischia di perdersi in un mare di ‘informazioni’ genetiche. Serve scegliere solo quelle importanti che sono, probabilmente, sia quelle conservate nei millenni, sia quelle sviluppate nell’evoluzione”.

E qui entra in gioco il cervello in 3D e la sequenza del Dna ‘archeologico’. “Abbiamo realizzato, sui dati ottenuti, molti confronti con quelli contemporanei. E il nostro obiettivo è realizzare, su 70 scheletri molto più antichi, lo stesso lavoro. Potremmo così ottenere una vera e propria mappa dell’evoluzione del cervello e del linguaggio degli ultimi 200 mila anni. Sapere con precisione quali sono i geni del linguaggio”. Ma anche ‘datarli’. “Alcuni antropologi pensano che il linguaggio sia nato insieme all’arte, al pensiero simbolico (50 – 60 mila anni fa). Altri addirittura pensano a 500 mila anni fa. Due estremi su cui potremmo essere più chiari incrociando i dati morfologici e genetici delle diverse fasi evolutive”. Un progetto che ha, al momento, un limite. “Si tratta di studi costosi che hanno bisogno di finanziamenti che bisognerà trovare”, dice Macciardi.

Lo scheletro del ragazzino di 17 mila anni fa, sottolinea l’archeologo Fabio Martini, “ha raccontato e racconterà molto. Gli strumenti di oggi ci permettono di realizzare molte ricerche. E’ la prima volta che la tecnologia ci permette di toccare con mano un cervello antico. Possiamo vedere chiaramente che l’area del linguaggio, è quasi uguale, nella morfologia, ad oggi”. Il lavoro rappresenta ” lo studio più completo su un individuo così antico”.

Anche da un punto di vista storico-archeologico il ragazzo denominato Romito 9 – l’ultimo dei nove scheletri trovati nella grotta del Romito, il più antico – ha permesso ai ricercatori di fare passi avanti. “E’ la prima volta che troviamo una sepoltura di quell’epoca. E abbiamo molte indicazioni. Si colma così una lacuna su riti funerari sconosciuti in quell’età. Abbiamo ora un tassello che ci mancava”, conclude Martini.

Leggi Anche

Certificato medico di buona salute: cos’è

Certificato medico di buona salute: cos’è

Cosa contiene il documento sulla sana e robusta costituzione di una persona. Quando è obbligatorio …