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Cucchi, Ilaria in aula: "Aveva sul volto la solitudine della morte"

Cucchi, Ilaria in aula: "Aveva sul volto la solitudine della morte"

ROMA – “L’ultima volta l’ho visto due giorni prima del suo arresto”. Inizia così la lunga deposizione a processo di Ilaria Cucchi. È il processo Cucchi bis, in cui sono imputati i carabinieri  Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, tutti accusati di omicidio preterintenzionale (si tratta dei militari che la procura indica come coloro che arrestarono Stefano Cucchi); in più c’è il maresciallo Roberto Mandolini, che risponde dei reati di calunnia e falso, mentre Vincenzo Nicolardi, insieme a Tedesco, è accusato di calunnia nei confronti di tre agenti della penitenziaria, processati per questa vicenda e poi assolti. 
 
· I problemi con la droga, poi una nuova vita
“Mio fratello ha avuto problemi di tossicodipendenza.. Aveva iniziato ad avere cambi di umore. Non ce la potevamo fare da soli ad aiutarlo. Nel 2004, il 4 gennaio, Stefano decise di entrare in comunità. Ci rimase fino al maggio 2007. Fu un percorso a vari stadi. Nel novembre 2007, però, mio fratello ebbe una terribile ricaduta. Lui iniziò con le droghe leggere fino ad arrivare all’uso di cocaina ed anche eroina”. 
 
Stefano, ha ricordato Ilaria a processo, “era uscito dai problemi, anche grazie a una nuova comunità, nel settembre 2008. Era andato a vivere a Morena. Si stava riprendendo la sua vita, cercava di dimostrare agli altri di essere all’altezza. Aveva un progetto per realizzare una costruzione. Aveva anche ordinato dei biglietti da visita. Andava a messa la mattina presto, andava a correre, lavorava. Poi andava a fare pugilato”.
 
· L’avvocato difensore negato
“Quella notte (il 15 ottobre 2009, ndr) venne arrestato con Emanuele Mancini, un suo amico. Io parlai con Emanuele solo dopo la morte di Stefano. Gli chiesi come fosse andata la vicenda dell’avvocato. Mancini mi disse che Stefano, dopo l’arresto, alla stazione Appia, chiedeva dell’avvocato Stefano Maranella, il legale cui la nostra famiglia si rivolge. È un amico. Ma la cosa da parte dei carabinieri non fu fatta. Lo trattarono malissimo anche verbalmente. Mi riferirono che gli venne detto: guarda, come minimo hai l’Aids, non fai schifo?”.
 
· Il processo per direttissima a Stefano 
“Mio padre ci raccontò l’arrivo di Stefano in aula. Era preoccupato. Alla mia domanda: come sta Stefano? rispose: Ilaria, tuo fratello ha il volto gonfio. In quel momento pensai: forse questa è la volta buona che capisce (in seguito mi pentii amaramente di questo pensiero). Prima dell’udienza, mio padre si avvicinò all’avvocato Stefano Rocca (il legale nominato d’ufficio, ndr), e gli disse: io la pago. Come per dirgli: lavori bene. Poi Stefano gli si avvicinò con le manette ai polsi. E lui gli disse: adesso ci sarà solo la comunità”. 
 
· L’ospedale e il muro di gomma
“Il sabato sera vengono a casa dei carabinieri a notificare che Stefano era stato trasferito all’ospedale Sandro Pertini. I miei si preparano e vanno al Pertini. Il lunedì gli viene spiegato che non possono parlare con i medici: ci vuole l’autorizzazione del pm. Allora parlano con una poliziotta della giudiziaria e lei gli assicura che mio fratello sta bene. Invece Stefano era agonizzante”. 

· La notizia della morte da un decreto di autopsia
“Siamo venuti a conoscenza della morte di mio fratello tramite un decreto di autopsia. Io non ho capito bene a che ora è morto. Ricordo che salgo a casa di mia madre, lei apre la porta con questo foglio in mano. E mi dice: Ila, stefano è morto. Ma come, le dico, sei giorni fa stava bene? Non può essere morto. Pensavo ad uno sbaglio. Andiamo al Pertini e un poliziotto della penitenziaria mi dice: suo fratello si è spento. Ma come si è spento?, replico io. E il poliziotto: guardi, le carte sono in regola. A questo punto arriva arriva una dottoressa e ci dice: ma perché non avete chiesto di parlare con i medici? Mia madre sbotta: sono giorni che chiediamo di parlare con lui”.
 
· Lo shock all’obitorio
“Quando arriviamo all’obitorio ci sono due agenti in borghese. Ci fiondiamo nel corridoio, chiediamo di vedere Stefano. Ci dicono che non è possibile. Dopo dieci minuti arriva il fax del pm che ci autorizza. Viene aperta la porta: io non entro, i miei si precipitano dentro. Sento le urla disperate dei miei genitori: oddio, cosa ti hanno fatto? Allora sono entrata. Una scena pietosa, non mi sembrava lui. Era dietro a questa teca di vetro. Guardavo l’espressione del suo volto per capire cosa fosse successo. Aveva il volto tumefatto, un occhio fuori dall’orbita, una  mascella visibilmente rotta. E poi l’espressione del volto. Rappresentava la sofferenza, la solitudine di come è morto. Allungai la mano per toccarlo, ma la mano si fermò sul vetro”.

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