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Cure palliative, Meeting Rimini: curare il dolore o la persona ...

Cure palliative, Meeting Rimini: curare il dolore o la persona …

Il confronto viene aperto da una domanda: curare il dolore o la persona sofferente? “Perché pur essendoci molte leggi che garantiscono l’accesso alle cure palliative, non è ancora chiaro di che cosa si tratti”. È uno spazio gremito quello che accoglie i relatori dell’incontro sulle cure palliative, svoltosi nella giornata inaugurale del Meeting, nell’ambito delle proposte dell’Arena Meeting Salute.

Ad introdurre il tema Paola Marenco, dell’Associazione Medicina e Persona. Si riparte dunque dall’intuizione e dal metodo della fondatrice di questa disciplina, Cicely Saunders – di cui il Meeting ospita una mostra –, una donna che, alla luce della sua poliedrica esperienza in campo medico-assistenziale, ha favorito un approccio globale al dolore del paziente, così come al suo bisogno.

Il primo intervento è stato quello di Raffaella Pannuti, presidente della fondazione ANT (Associazione nazionale turmoi), una Onlus che permette la collaborazione di diversi attori, tra medici, operatori e soprattutto volontari per permettere ai pazienti di essere curati a casa propria. La missione dell’ ANT è appunto quella di creare le condizioni per l’esercizio di un diritto, che la legge accorda a tutti, incoraggiando partnership che possano favorire in concreto quella che si definisce “eubiosia”, una buona vita, anche laddove ci siano condizioni di particolare sofferenza.

Marco Maltoni, direttore dell’Unità Cure Palliative di Forlì, ha parlato delle possibilità offerte dalle strutture di hospice. “Secondo le intenzioni della Saunders – afferma – queste dovrebbero essere luoghi di bellezza”, in grado di restituire alla persona malata e alla sua famiglia il senso del presente anche di fronte alla malattia. Perché si possa percorre questa strada, tuttavia, è necessario che cambi il modo di intendere questa disciplina, favorendo soprattutto l’erogazione di cure palliative c.d. precoci, non solo quando il medico ritenga che la prognosi non possa migliorare, ma fin dalle prime fasi della patologia, quando il paziente comincia ad avvertire dolore.

A questo approccio olistico e cooperativo ha fatto riferimento il terzo ospite, il dott. Giuseppe Civardi, referente dolore di FADOI, la federazione delle associazioni dei dirigenti ospedalieri internisti. Questi ha evidenziato come le cure palliative spesso vengano accordate prevalentemente ai pazienti oncologici, trascurando invece i bisogni che emergono in altre patologie. È una cambiamento di cultura quello che ci si attende, che veda il palliativista come uno specialista in grado di supportare gli altri professionisti laddove se ne ravvisi la necessità.

Ultimo intervento quello del prof. Gian Franco Gensini, già docente presso l’Università di Firenze ed oggi presidente di Cesmav (Centro Studi Medicina Avanzata) e della SIT, Società Italiana Telemedici-na. Secondo il relatore, è proprio nelle direzioni indicate che, seppur con i necessari tempi istituzio-nali, si sta avviando l’accademia italiana. Proprio negli ultimi mesi, per veicolare la sensibilità che ha contraddistinto l’incontro, i direttori dei corsi di laurea in medicina, a livello nazionale, hanno trovato un accordo per introdurre specifici insegnamenti sulle cure palliative già nell’ambito della forma-zione pre-lauream, generalizzando e diffondendo così l’alfabetizzazione dei nuovi medici su questi temi.

Il dialogo è rimasto aperto, Soprattutto di fronte alle questioni che oggi interessano il fine vita. È opinione di tutti i relatori che il tema delle cure palliative debba essere avvertito con rinnovata re-sponsabilità. E questo con un particolare caveat a che le istituzioni riconoscano in concreto quanto garantito dalla legge 38/2010, sostenendo gli enti e le associazioni del terzo settore oggi impegnate su questi fronti.

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