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Ecco perché la tecnologia cambierà radicalmente le nostre vite

Ecco perché la tecnologia cambierà radicalmente le nostre vite

Benché Ray Kurzweil, attuale direttore del reparto ingegneria di Google, eserciti da sempre una grande influenza sul pensiero futurista in generale e sul mio lavoro, in questo libro devo spesso contraddirne le opinioni. Kurzweil prevede che i computer supereranno la potenza di elaborazione di un singolo cervello umano entro il 2025, e che entro il 2050 un singolo computer potrebbe eguagliare la potenza di tutti i cervelli umani combinati18. Questi sviluppi, secondo Kurzweil, annunciano quindi l’avvento della così detta Singolarità, il momento in cui i computer supereranno la potenza di calcolo del cervello umano. Il momento a partire dal quale l’intelligenza umana potrà diventare sempre più non-biologica e le macchine potranno andare oltre la loro programmazione originale, in maniera indipendente e, probabilmente, ricorsiva: insomma, un momento decisivo nella storia dell’umanità.

Alla fine del 2015, ecco come si è espresso Kurzweil davanti al suo auditorio presso la Singularity University: “Evolvendo, ci avviciniamo a Dio. L’evoluzione è un processo spirituale. C’è bellezza e amore, creatività e intelligenza, nel mondo: tutto proviene dalla neocorteccia. Dunque espanderemo la neocorteccia cerebrale e diventeremo più simili a Dio.”

Anch’io ritengo che il momento in cui i computer raggiungeranno le capacità del cervello umano non sia lontano, ma – Dio o non Dio – diversamente da Kurzweil, non penso che dovremmo rinunciare volontariamente alla nostra umanità in cambio di un’intelligenza non-biologica illimitata. Mi sembra un pessimo affare – un downgrade, invece che un upgrade –, e in questo libro spiegherò perché credo fermamente che non dovremmo intraprendere una strada che punti verso quella direzione. I computer oggi non dispongono ancora della potenza necessaria a realizzare la visione di Kurzweil. A mio parere, i chip sono ancora troppo grandi, le reti non sono ancora abbastanza veloci e la rete elettrica non è ancora in grado di supportare la richiesta energetica di simili macchine.Ovviamente, non si tratta che di ostacoli temporanei: non passa giorno senza l’annuncio di un’importante scoperta scientifica, mentre in tutto il mondo, nel segreto dei laboratori, altri progressi scientifici stanno per essere raggiunti. Dobbiamo tenerci pronti per la Singolarità: aperti ma critici, scientifici ma umanistici, avventurosi e curiosi ma armati di prudenza, con spirito imprenditoriale ma con il pensiero rivolto alla collettività.

La fantascienza è sempre più un fatto di scienza. In un futuro ormai prossimo, le macchine saranno in grado di fare cose un tempo appannaggio esclusivo dei lavoratori umani, colletti blu o colletti bianchi che fossero: comprensione del linguaggio, riconoscimento di immagini complesse, utilizzo estremamente flessibile e adattivo del corpo. A quel punto, dipenderemo senza dubbio interamente dalle macchine in ogni aspetto della nostra vita. Probabilmente assisteremo anche a una rapida fusione di uomo e macchina attraverso nuovi tipi di interfacce come la realtà aumentata, la realtà virtuale, gli ologrammi, gli impianti, le interfacce neurali (o BCI, acronimo inglese per Brain-Computer Interface) e parti del corpo realizzate con le nanotecnologie e la biologia sintetica. Se e quando cose come i nanobot nel sangue e gli impianti di comunicazione nel cervello diventeranno possibili, chi deciderà che cos’è umano e che cosa no? Se (come mi piace affermare) la tecnologia non ha (e probabilmente non dovrebbe avere) un’etica, che ne sarà delle nostre regole, dei contratti sociali, dei valori e della morale quando le macchine gestiranno ogni cosa per noi? Per il prossimo futuro, nonostante i proclami dei suoi araldi, sono del parere che l’intelligenza artificiale non includerà una componente emotiva né preoccupazioni di carattere etico, perché le macchine non sono esseri senzienti: si limitano a duplicare e a simulare. Eppure, alla fine, saranno in grado di leggere, analizzare e possibilmente comprendere i nostri sistemi di valori, i nostri contratti sociali, la nostra etica e le nostre credenze. Tuttavia, non potranno mai «esistere» nel mondo o farne parte come noi (una qualità che i filosofi tedeschi amano definire Dasein).

A prescindere da tutto ciò, vivremo in un mondo in cui dati e algoritmi prevarranno su quelli che chiamo androritmi – tutta quella roba, cioè, che ci rende umani? (Nel prosieguo del libro fornirò una definizione esatta di quello che considero essere un androritmo.) Ancora una volta: raddoppiare da 4 a 8 a 16 a 32 si ripercuote in un impatto ben diverso che non raddoppiare progressivamente da 0,1 a 0,8. Questa è una delle sfide più difficili cui dobbiamo far fronte oggi: immaginare un domani esponenzialmente diverso e farci amministratori di un futuro la cui complessità potrebbe oltrepassare di molto l’attuale comprensione umana. In un certo senso, dobbiamo coltivare un’immaginazione esponenziale.

Personalmente, trovo che questa battuta tratta da Fiesta di Ernest Hemingway descriva alla perfezione la natura del cambiamento esponenziale:
«Come sei finito in bancarotta?»
«In due modi» disse Mike. «A poco a poco e poi all’improvviso.»

Quando pensiamo a un futuro da modellare è essenziale comprendere questa coppia di memi (esponenzialità da un lato, «a poco a poco e poi all’improvviso» dall’altro), perché sono entrambi messaggi chiave di questo libro. Ci capiterà sempre più spesso di assistere alle timide origini di quella che in potenza potrebbe rivelarsi una clamorosa opportunità o un’enorme minaccia. E poi, all’improvviso, sarà sparita e dimenticata; oppure sarà lì, davanti a noi, e molto più grande e incombente di quanto non immaginassimo. Pensate all’energia solare, ai veicoli a guida autonoma, alle valute digitali e alla blockchain: tutte queste cose hanno impiegato parecchio tempo a venir fuori, ma tutt’a un tratto sono qui e quasi ne sentiamo il fragore. La storia ci dice che quanti si adattano troppo lentamente o non riescono a prevedere i punti di svolta ne patiscono le conseguenze. Restare a guardare significherà molto probabilmente aspettare di diventare irrilevanti o, semplicemente, condannarsi all’obsolescenza e a un’uscita di scena nell’indifferenza generale. Ci serve dunque una strategia diversa per definire e mantenere vivo ciò che ci rende umani in questo mondo sempre più digitalizzato.

Tendo a pensare che i mercati non si sapranno autoregolare e che non lasceranno gestire questi problemi a una «mano invisibile». Piuttosto, i tradizionali mercati aperti, basati sul profitto e sulla crescita, non faranno che acuire la contrapposizione tra umanità e tecnologie, in quanto è probabile che queste ultime saranno foriere di opportunità per migliaia di miliardi di dollari all’anno. Sostituire qualità, interazioni o idiosincrasie umane con la tecnologia è un’opportunità di business semplicemente troppo ghiotta perché la si possa mettere in discussione. Tanto per fare un esempio, Peter Diamandis, membro del consiglio di amministrazione di una società californiana giustamente chiamata Human Longevity Inc., proclama che un aumento della longevità creerebbe un mercato globale di 3,5 migliaia di miliardi di dollari21 . Queste nuove, irresistibili frontiere rischiano di surclassare tutte quelle questioni di secondaria importanza come, appunto, il futuro dell’umanità.

Alla fin fine, stiamo parlando della sopravvivenza e della prosperità della specie umana, e credo semplicemente che non bisognerà lasciare la conduzione dello spettacolo a capitalisti di ventura, mercati azionari e militari. Nel prossimo futuro assisteremo di certo a scontri durissimi tra opposte visioni del mondo e paradigmi discordanti, con giganteschi interessi economici posti a confronto, in una specie di resa dei conti tra umanisti e transumanisti. Ora che il petrolio e gli altri combustibili fossili cominciano a perdere la loro forza propulsiva nelle questioni politiche e militari, gli Stati Uniti e la Cina sono già in prima linea nella corsa sempre più affannosa agli armamenti tecnologici. Le nuove guerre saranno digitali, e la contrapposizione avrà come posta in gioco la leadership in quei fattori di cambiamento esponenziale come l’intelligenza artificiale, la modifica del genoma umano, l’Internet delle cose, la cyber security e la guerra digitale. L’Europa (compresa la Svizzera, Paese in cui vivo) è in qualche modo tra due fuochi, più interessata com’è a quelle che per molti sono nobili questioni: i dirttiti umani, la felicità, l’equilibrio, l’etica e il benessere sostenibile e collettivo.

Come avrò modo di spiegare, ritengo che affrontare queste tematiche rappresenti in realtà una grossa opportunità per tutto il Vecchio Continente. Esistono già tribù globali di opinion leader, imprenditori seriali, scienziati, capitalisti e guru tecnologici vari (e sì, anche futuristi) impegnati a promuovere un rapido abbandono volontario dell’umanesimo. Questi tecno-progressisti ci esortano a «trascendere l’umanità» e a intraprendere il prossimo passo nella nostra evoluzione, ovvero, naturalmente, la fusione tra biologia e tecnologia al fine di alterare e aumentare mente e corpo, così da diventare, in effetti, superumani, sconfiggere le malattie (buona cosa) e persino la morte: una ricerca seducente quanto bizzarra. L’interesse per questa nozione di transumanesimo è in ascesa, e per me rappresenta uno degli sviluppi più inquietanti osservati nei quindici anni che ho speso a occuparmi di futuro. Trovo francamente delirante il tentativo di perseguire la felicità umana cercando di trascendere del tutto l’umanità attraverso mezzi tecnologici.

Per contestualizzare, esistono due posizioni contrastanti sul concetto, come illustrato dal propugnatore del transumanesimo (nonché candidato alla presidenza degli Stati Uniti per il 2016) Zoltan Istvan e dal filosofo Jesse I. Bailey. Il primo è il Protagonista. Nel suo romanzo del 2013, The Transhumanist Wager, Istvan scrive: “L’ardito codice del transumanista è destinato a imporsi. È un fatto inevitabile e innegabile. È insito nella natura non democratica della tecnologia e nel nostro progresso evolutivo teleologico. È il futuro. Noi siamo il futuro, che piaccia o no. E questo futuro va plasmato, guidato e gestito correttamente dalla forza e dalla saggezza degli scienziati transumanisti e dalle nazioni pronte a sostenerli con le loro risorse. Va supportato perché la transizione verso i suoi lidi vada a buon fine e non richieda di sacrificarci – né per via del suo potere schiacciante, né per la paura di imbrigliarlo”.

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