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Gay pride e multiculturalismo: si può marciare a Molenbeek?

Gay pride e multiculturalismo: si può marciare a Molenbeek?

“Offendere” la sensibilità religiosa è un rischio che la comunità gay si è sempre assunta senza troppe esitazioni. Ma quando visioni altrettanto arretrate e bigotte di quelle della cultura cattolica tornano a bussare alla porta in nome di un altro dio, le grida blasfeme si fanno rauche, le armi spuntate, le marce, una volta compatte e ben allineate, si sciolgono come neve al sole. Riportiamo allora il Pride al suo originario significato e sfiliamo – orgogliosi e blasfemi come sempre – per le strade di Molenbeek.

di Matteo Gemolo

La settimana scorsa, cercando tra gli scaffali della mia biblioteca personale, mi capita tra le mani un vecchio libro di Panofsky, dal titolo Tre saggi sullo stile. Nell’afferrarlo dalla sua mensola, il testo si apre a pagina 48, sul cui margine sinistro una piccola piega era stata misteriosamente apposta. Nello scorrere il testo veloce con lo sguardo, trovo sottolineato quanto segue: “Il ritratto barocco torna ad essere libero e aperto al mondo. L’atteggiamento della Costanza Buonarelli di Bernini è di un’esuberante sensualità, di una vitalità vibrante non repressa, armoniosa nonostante la sua reattività a ogni forma di emozione. Il barocco (mi riferisco all’Italia, dove lo stile ebbe origine) ha superato la crisi della Controriforma.”

Rileggo la frase una seconda volta e solo allora noto la qualità aggressiva ed irruente del tratto con il quale avevo sottolineato quel passo: un segno che risaliva a circa un decennio fa, periodo in cui ero studente di filosofia all’università; all’improvviso ricordo di quell’energico, vitale e appassionato giovane me, orgogliosamente irretito da uno sfacciato e radicale anticlericalismo; rivivo così anche quella stessa eccitazione che si prova nell’imbattersi casualmente al cospetto di una seppur piccola e trascurabile traccia di secolarismo tra le infinite pagine dedicate all’armoniosa relazione tra Chiesa e arte nei testi di estetica che frequentavo nei miei vent’anni.

Sarà persino banale dirlo ma, da convinto umanista e da omosessuale, come potrei non vedere di buon occhio il processo di laicizzazione interno alla nostra società?

Se ci è possibile al giorno d’oggi passare con disinvoltura dalla satira di Charlie Hebdo alla visione senza censura del Caso Spotlight è grazie a quel lungo processo di secolarizzazione, cominciato con l’ermeneutica e l’esegesi biblica di matrice razionalista ed illuministica, post-Controriforma.

Criticare ancora oggi la Chiesa per le sue ingerenze sul piano politico, sociale ed etico, senza correre il rischio di venir multati per blasfemia o peggio ancora imprigionati per eresia, è una conquista di cui ogni progressista e democratico dovrebbe andare orgoglioso.

Per quanto oltraggiosi ed “offensivi” possano apparire certi sberleffi nei confronti del papa e delle gerarchie ecclesiastiche, non vi è quasi nulla che possa scioccare coloro che si professino autenticamente laici. E la ragione è semplice: le critiche alla Chiesa non sono assimibilabili ad un attacco diretto alla comunità o al singolo fedele; esse incarnano, tuttavia, un’obiezione morale ad un sistema di credenze, valori e pratiche che hanno costituito uno dei maggiori ostacoli al progresso sul piano delle libertà individuali e che riguardano, dunque, la storia di tutti noi, credenti e non credenti.

Mai avrei pensato che nel trasferirmi in Belgio, un paese realmente laico e dai paesaggi multiculturali ben più variegati di quelli italiani, in cui vivo felicemente da quasi 10 anni, il mio approccio razionale di critica alla religione venisse qui diagnosticato come una sorta di deplorevole manifestazione psicopatologica solo perché indirizzata nei confronti di una diversa monolatria: l’Islam.

Mai avrei immaginato che, nell’esercitare quella stessa libertà di espressione a cui sono affezionato sin dai tempi delle prime manifestazione al liceo, sarei stato ripetutamente accusato di essere vittima di un grave disturbo d’ansia “islamofobica” nei confronti di una dottrina che, pur attraverso diversi e più esotici abracadabra, professa l’esistenza di un’entità suprema molto simile a quella a cui gran parte dei miei concittadini italiani cattolici sembrava così ben disposta a sacrificare, tra le varie, una tra le più intime e autentiche libertà in loro possesso: quella sessuale.

Mai avrei creduto che agli occhi di molti, troppi ancora, una stretta di mano, un abbraccio o un bacio sulle labbra tra persone dello stesso sesso non costituissero semplici e banali gesti di quotidiano affetto tra individui adulti e consenzienti, del tutto normali se esercitati sul suolo liberale e democratico di una delle varie democrazie occidentali, bensì assumessero la dimensione di audaci imprese eroiche o, alternativamente, di incauti atti di sfida nei confronti delle comunità locali, se praticate in quartieri ghetto come Molenbeek, Schaerbeek, Anderlecht, Saint-Josse e perfino in pieno centro storico a Bruxelles, la così designata capitale dell’Europa.

In occasione del Pride belga 2018, UNIA, il centro interfederale per le pari opportunità, ha svelato le sue cifre sull’omofobia: nel 2017 sono stati riscontrati 84 casi di discriminazione violenta (e non), perpetrati nei confronti di persone omosessuali in Belgio. Un piccolo calo rispetto al 2016, che aveva registrato una media di 90 casi.

Il 30% di questi dossier fa riferimento al campo del cosiddetto “vivere in società”: questo significa che le aggressioni omofobe sono avvenute in un contesto pubblico come, per esempio, in occasione di un contezioso tra vicini di casa o per strada, compiute da gruppetti di giovani banditelli.

Tuttavia, come spesso accade con statistiche e proiezioni, questi numeri sono capaci di offrire solo una visione parziale di un fenomeno che è in realtà ben più complesso; sventolare questi dati per dimostrare un’inflessione dei reati rispetto a qualche anno fa, rischia di sminuire le perpetue e talvolta persino crescenti difficoltà a cui gli omosessuali sono quotidianamente esposti. Infiniti episodi di omofobia si verificano quotidianamente senza che vi sia la possibilità concreta di denunciarli, a causa della loro volatilità e apparente liceità. Vivere all’interno di società parallele e in porzioni di città fortemente ghettizzate, dove la comunità musulmana praticante è di fatto maggioranza, costringe molti omosessuali ad adattarsi e a modificare le proprie abitudini sul suolo pubblico. In questi territori, sono le leggi non scritte delle tribù locali a prevalere generalmente sullo stato di diritto. Prodigarsi in gesti d’affetto tra persone dello stesso sesso non è cosa consigliabile. Celebrare dunque i dati dell’UNIA come il segnale netto di una maggior tolleranza nei confronti degli omosessuali in Belgio sarebbe un grave errore.

Continuano a non potersi fotografare gli sguardi di disprezzo o le battute sussurrate a mezza voce per la strada, né tanto meno è possibile far comprendere a chi non li ha mai esperiti sulla propria pelle, cosa significhi separarsi da una stretta di mano col proprio compagno quando, nel voltare angolo si percepisce fulmineo, come un istinto animalesco, il pericolo concreto che il protrarsi di quella stretta potrebbe comportare alla propria incolumità.

Se da un lato ci si è liberati da quell’omertosa condizione di repressione sociale che, fino al secolo scorso, ci confinava al silenzio assordante di un amore che “non osava pronunciare il proprio nome”, dall’altro lato, per la prima volta nel corso della storia, questa nuova condizione di “apertura” ha portato alla luce quanto sia diffuso quel fenomeno di “chiusura” che ne fa da controaltare, chiamato omofobia: questo sì, da definirsi come una reale avversione ossessiva ed irrazionale nei confronti dell’altro in quanto omosessuale, interpretato da individui spesso sessualmente repressi, come un numero sempre crescente di studi psichiatrici tende ormai a dimostrare.

Per decenni, a partire dai primi movimenti di liberazione sessuale sul finire degli anni ‘50, individui di diverso genere, età e provenienza si sono riuniti, sulla falsariga delle comunità afroamericana, con l’intento di costituire un consorzio forte ed eterogeneo che si potesse far carico collettivamente di combattere questo fenomeno di intolleranza e, contemporaneamente, promuovere tutta una serie di diritti individuali fino ad allora negati.

Questa comunità, dalle sigle variabili a seconda dei momenti che io per comodità sintetizzeró con l’acronimo un po’ démodé e reazionario “LGBT”, ha permesso di trasformare le esigenze e le frustrazioni di singoli individui in un potente grido collettivo di rabbia ed orgoglio dal respiro universalistico.

A partire degli anni ’70, le marce colorate e provocatorie che si sono susseguite a cadenza annuale nelle strade delle principali capitali occidentali (e più recentemente anche in alcuni paesi a maggioranza musulmana, non privi di ancor più recenti retromarce, si veda la situazione in Turchia), sono state capaci di far emergere molte delle contraddizioni interne ad un ceto medio-alto ancora oggi intrinsecamente bigotto e reazionario, influenzato da un retaggio religioso estremamente sessuofobico: la borghesia bianca e benestante occidentale è stata negli ultimi decenni sfidata su questioni fondamentali rispetto ai diritti dell’uomo, come quelle riguardanti la parità di genere, i matrimoni egualitari, le adozioni omogenitoriali e la libertà di autoderminazione anche dal punto di vista sessuale.

I linguaggi ed i costumi adottati durante le parate di resistenza civile omosessuale chiamati gay pride si sono sempre voluti offensivi ed insolenti. Uno degli obiettivi dei militanti era proprio quello di estremizzare e caricaturare comportamenti altamente stereotipati (attraverso il travestitismo, per esempio) che potessero assurgere a simbolo di liberazione sessuale ed innescare conseguentemente un meccanismo di cortocircuito all’interno di un sistema eteronormativo che ha sempre stigmatizzato qualsiasi forma alternativa di affettività che deviasse, appunto, dalla propria “norma”.

Transessuali vestiti da Vergine Maria intente a “benedire” i partecipanti, crocefissi impugnati come oggetti sessuali, tuniche, talari e abiti corali indossati da manifestanti impegnati a mimare atti sessuali in pubblico hanno offeso il buon gusto di molti, non solo tra le fila dei cattolici. Al di là del giudizio estetico che ognuno di noi potrebbe partorire a tal proposito, questo genere di militanza è riuscita innegabilmente ad imporre la propria visione di sessualità ad ampie fette della popolazione occidentale e non solo. Grazie anche all’assunzione di un linguaggio spiccatamente battagliero e fieramente radicale, questi peccatori incalliti sono riusciti a diffondere un messaggio tanto innovatore quanto nobile: la sessualità è esercizio libero, ludico ed anti-dogmatico, al di là dei vincoli procreativi e familiari.

“Offendere” la sensibilità religiosa di qualcuno era un rischio che la comunità LGBT era pronta a correre senza troppe esitazioni. Difendere il singolo nell’esercizio della propria autonomia e libertà significava spesso schierarsi contro la comunità da cui il singolo proveniva; nel mio caso, la comunità cattolica estremamente conservatrice della provincia veneta.

Ma cosa succede quando visioni altrettanto arretrate e bigotte tornano a bussare alla porta in nome di un’altra comunità religiosa? Cosa accade quando omofobia e disprezzo per le libertà individuali vengono esplicitamente manifestate da ampie fette della popolazione in nome di un altro dio?

Le grida blasfeme di un tempo si fanno rauche. Le armi spuntate. E le marce, una volta compatte e ben allineate, si sciolgono come neve al sole.

Che senso ha oggi radunare migliaia di persone per il gay pride nazionale se non si è disposti a marciare con lo stesso orgoglio e coraggio anche nei quartieri dove vivere apertamente la propria omosessualità costituisce una condizione del tutto idionsicratica rispetto al panorama multiculturale che si è imposto nel corso degli ultimi 30-40 anni?

Un membro di Rainbow House, una delle tre associazioni che organizza il Gay Pride a Bruxelles, mi ha recentemente confessato: una delle principali priorità di chi gestisce l’annuale marcia per il pride nazionale è quella di racimolare abbastanza denaro per riuscire a pagare gli onerosi cachet di alcuni cantanti gay provenienti dall’Eurovision che si vorrebbero invitare a Maggio 2019. Non vi è alcuna volontà né tanto meno interesse, a trascinare questi fenomeni da circo, assieme ai loro sponsor, in quartieri marginali come Molenbeek.

Una parte del movimento LGBT, purtroppo non del tutto irrilevante, si specchia quotidianamente nello stagnante panorama culturale in cui affluiscono tutte le correnti più inquinate del neoliberismo occidentale: a Manchester per marciare per i propri diritti quest’anno si dovranno pagare 64.50 £, una cifra assurda che servirà poi a finanziare le serate nei club ed i concerti dal dubbio profilo artistico che costituiranno il principale calendario di quell’evento.

Le sfilate in pieno centro storico con le loro carrellate di luoghi comuni, fiumi di alcool e canzonette dal sapore vintage sono una fortissima arma di distrazione di massa; gli slogan triti e ritriti, urlati a squarcia gola ogni anno dai microfoni di ormai stanche ed affaticate drag queen dalle parrucche ingrigite, nulla hanno da dire ad intere fette di popolazione omosessuale quotidianamente discriminate all’interno di sempre più soffocanti quartieri multiculturali.

A Schaerbeek, secondo comune per densità di abitanti nella regione di Bruxelles Capitale, luogo dove vivo da ormai 3 anni, la popolazione di origine magrebina e turca supera il 40% (una percentuale leggermente inferiore a quella di Molenbeek). Questa comunità, nonostante abbia piazzato con successo i propri rappresentati tra le fila del Partito Socialista francofono ormai da decenni, è ben nota per le sue posizioni conservatrici e reazionarie in materia di politica nazionale. Nel 2017, una schiacciante maggioranza costituita dal 74,9 % degli elettori turchi residenti in Belgio con doppia nazionalità, ha votato a favore del referendum costituzionale voluto da Erdogan, contribuendo di fatto a trasformare quella che un tempo fu una delle prime repubbliche laiche ed anticlericali sorte dalle macerie dell’impero Ottomano in una dittatura presidenziale autoritaria e neo confessionale; nelle più recenti elezioni nazionali del 2018, i turchi-belgi hanno confermato ancora una volta la propria passione sfrenata nei confronti del loro sultano, tributandogli il 73,6 % dei consensi. Nel mio quartiere, da dozzine di balconi, le bandiere turche hanno sventolato trionfanti per settimane e settimane in seguito alla vittoria dell’AKP, mentre i poster del neo-rieletto presidente Erdogan in cui veniva immortalato come un semi-dio, sono tutt’oggi affissi alle vetrine di molte macelleria halal e sala da tè.

In questo stesso comune, l’estate scorsa, una famiglia turca, composta da madre, padre e due ragazzi minorenni, aggrediva una coppia omosessuale di loro (e miei) vicini, sulla soglia di casa. Ai preliminari insulti omofobi da parte della donna stessa, che incitava i suoi due pargoli a far vedere “come si combatte da vero uomo”, son seguiti pugni e ai calci da parte dei due minori; per completare il tutto, a dar man forte alla famiglia turca, è arrivato un gruppo di uomini loro compatrioti che, inizialmente omertosi e spettatori silenti dal bar di fronte, sono intervenuti con violenza contro i due ragazzi gay.

In seguito a questa aggressione, una manifestazione di protesta si sarebbe dovuta organizzare i giorni successivi nella piazza limitrofa all’abitazione delle vittime (luogo che dista poche centinaia di metri da casa mia). Privo di alcun intento discriminatorio, questo raduno sarebbe stato, al contrario, un’ottima occasione per esprimere vicinanza ad una coppia che, leggendo le dichiarazioni da loro espresse sui social i giorni successivi all’assalto, stava già considerando di far le valigie e cambiare quartiere. Ma gli organizzatori del picchetto hanno per cautela preferito spostare l’appuntamento alla più lontana stazione nord dei treni, una terra di nessuno dove le uniche persone cha avrebbero assistito all’incontro sarebbero stati i pendolari indaffarati a non perdere la propria coincidenza: la motivazione? Non si voleva correre il rischio di “offendere le sensibilità dei locali”.

Violenze omofobe come queste si registrano in Belgio regolarmente. Ironia della sorte vuole che a due giorni dal Gay Pride nazionale dell’anno scorso, un’altra coppia fosse aggredita in pieno centro storico a Bruxelles da un gruppo di giovani magrebini, a due passi dalla cosiddetta gay street.

Sarà bene dirlo con chiarezza: questi attacchi non sono perpetrati da fondamentalisti religiosi, da bombaroli col kalashnikov in tasca o da terroristi col machete tra i denti. Non si sono sentite le urla à la Allahu Akbar riecheggiare per le strade. Nessuno tra loro ha inneggiato alla guerra santa.

Queste aggressioni omofobe sono commesse da giovani – o meno giovani – spesso uomini, che tanti tra noi definirebbero forse “mainstream” o “moderati”, che con i fondamentalisti condividono qualcosa di cruciale: una forte e radicale avversione nei confronti di chi vuole vivere la propria omosessualità apertamente.

Cosa si può fare dunque per portare sostegno a chi non vuole più che insulti ed imboscate rimangano impuniti in quelle strade in cui si pratica l’autocensura per sopravvivere? Quale strumento migliore di una marcia per l’integrazione all’interno di quartieri ghetto in cui omosessuali e cosiddette famiglie arcobaleno sono costrette a vivere una doppia vita, tra privato e pubblico, minoranza tra le minoranze?

Una marcia di resistenza civile che, al contrario dell’ode al capitalismo che si riverbera dagli altoparlanti del gay pride in centro storico, potrebbe avere un reale impatto sulla vita di tanti omossessuali tra cui tutti quei giovani gay e lesbiche che, essendo parte integrante della stessa comunità musulmana, sono le prime vittime di discriminazione religiosa, costretti a reprimere, negare e nascondere la propria sessualità a familiari ed amici, esattamente come lo siamo noi, fortunatamente in numero sempre decrescente, all’interno dei nostri gruppi di appartenenza.

E a chi pensa che un gay pride organizzato periferie multiculturali di Bruxelles (ma perché no di qualsiasi altra città medio-grande europea, dalla Svezia alla Germania, dall’Olanda alla Francia) possa costituire un’offesa indigeribile da parte della cosiddetta “minoranza” musulmana, vorrei qui ricordare la recente vicenda di un ex musulmano, Jimmy Bangash, un giovane ragazzo di origini pakistane, nato e vissuto nel Regno Unito, membro del CEMB (Consiglio degli ex-musulmani di Londra) che, in occasione del Gay Pride di Londra del 2018, aveva ideato e conseguentemente marciato sotto l’insegna Fuck Islamic Homophobia (a cui non credo serva alcuna traduzione). Accanto ad altri slogan altrettanto colorati come, per esempio, Allah is gay, Throw ISIS off the roof (con riferimento alla pena di morte che viene inflitta agli omosessuali nelle teocrazie islamiche) e ancora, Islamophobia is an oxymoron, Jimmy Bangash e i coraggiosi membri del CEMB hanno sfilato a Londra con due intenti specifici: da un lato, dimostrare solidarietà nei confronti dei loro “fratelli e sorelle musulmani che”, dalla Cecenia all’Iran, dall’Afghanistan al Pakistan, “rischiano la propria vita quotidianamente, prigionieri delle teocrazie islamiche di mezzo mondo”; dall’altro, per cercare di risvegliare qualche coscienza dormiente anche in Occidente. Come da manuale, in seguito a quella manifestazione, quel ragazzo e i membri del CEMB sono stati accusati di “islamofobia” non solo da diversi portavoci delle più influenti e popolari moschee tra cui quella dell’East London (notoriamente frequentata da prominenti e “moderatissimi” imam sauditi) ma anche da parte di diverse associazioni LGBT.

Al contrario degli insulti al papa, degli sberleffi al clero, della pantomima sessuale esercitata con croci e rosari, i censori del pride di Londra non hanno ritenuto moralmente accettabile sbeffeggiare Allah, caricaturare il profeta, denunciare l’Islam e tantomeno tirare in ballo le teocrazie islamiche che, seguendo alla lettera l’ordinamento sciaraitico, condannano alla pena di morte i peccatori sodomiti: ciò che questa denuncia per “islamofobia” ci rivela è l’esistenza di una paradossale comunità, quella LGBT, che si auto definisce liberale e progressista che, con molta arroganza e una buona dose di razzismo, considera un’altra comunità, quella musulmana, troppo fragile, sensibile, immatura, forse ontologicamente incapace di sostenere alcun tipo di provocazione e critica; dai banchi della prima comunità si preferisce, invece di difendere e farsi carico delle ragioni dei perseguitati come si è sempre storicamente fatto, evitare di entrare in conflitto con la dottrina stessa che ispira direttamente molti dei perseguitatori, parteggiando acriticamente ed irragionevolmente con la seconda fazione.

Riporto qui le parole con cui Jimmy Bangash risponde, durante un’intervista facilmente reperibile su YouTube, a quest’insensata e cinica accusa di “islamofobia” che gli è stata rivolta:

“Il gay pride ha alle sue spalle una decennale storia di lotta nei confronti dell’omofobia religiosa; proprio in ragione di questa storia io, in qualità ex-musulmano, credo di avere tutto il diritto e dovere di articolare la mia frustrazione nei confronti della mia religione (…) Rigetto al mittente l’accusa di ‘islamofobia’ che mi viene lanciata addosso; l’Islam è un sistema di idee e, in quanto tale, può e deve essere soggetto a critiche tanto quanto lo sono stati e lo sono ancora altri sistemi di idee, come per esempio il capitalismo, il comunismo, il socialismo, l’induismo, il cristianesimo ecc.; l’obiettivo di queste critiche è spesso quello di migliorare l’oggetto in questione; ogni tipo di critica dovrebbe essere accolta con enstusiasmo da parte di chi vuol far evolvere un qualsiasi genere di dibattito.”

E poco importa se questi slogan contro l’Islam sono rivendicati da membri appartenenti a quella stessa comunità… e poco importa davvero, poiché la critica ad un sistema di idee e di valori dovrebbe essere concesso a chiunque, indipendentemente dall’appartenenza o non appartenenza religiosa al gruppo la cui dottrina si vuole contestare.

In democrazia, le idee si confrontano con le idee. Gli adulti hanno il dovere di assumersi la responsabilità di ascoltare ed il diritto eventualmente di controbattere alle critiche, lasciando tuttavia al proprio interlocutore sempre la libertà di potersi esprimere. Si tratta di una dialettica del tutto normale all’interno di una società laica. Gli adulti non hanno bisogno di essere difesi con lo strumento della censura; la censura si esercita nei confronti dei minori, incapaci, crediamo noi, di sopportare la visione di qualcosa di oltraggioso. Non c’è comunità di adulti che tenga, sia essa musulmana o cattolica, evangelica o ebrea ortodossa, che non possa affrontare in maniera matura con mezzi democratici tale dibattito. In democrazia, non dovrebbero esistere né totem né tabù.

L’accusa di ”Islamofobia”, lontana dall’essere quella giusta e necessaria denuncia nei confronti di chi stigmatizza un singolo individuo in virtù della sua appartenenza religiosa, diventa sempre più brutale strumento di repressione nei confronti di qualsiasi critica alla religione stessa; una delle armi più potenti a disposizione dei fondamentalisti religiosi, in prima linea nel proporre un’immagine monolitica, acritica e anti-illuministica della propria fede e comunità.

Così come la storia ci insegna da millenni, la resistenza nei confronti di oppressivi sistemi religiosi nasce sempre in seno ad una piccola minoranza, disorganizzata ma resistente, intenta a denunciare una forte maggioranza, aggressiva ed intollerante: quest’ultima, autoproclamatasi rappresentativa dell’intera comunità, ha sempre avuto come unico obiettivo il perpetrarsi dello status quo. È la storia così come la vogliono narrare i vincitori, ci insegnava Walter Benjamin il secolo scorso.

All’interno di ogni “comunità di fedeli” vi sono tantissime persone come Jimmy Bangash che, per troppo tempo, sono rimaste in silenzio e marginalizzate; da un lato, per paura di essere discriminati da parte di familiari, amici e colleghi, dall’altro per il timore ideologico di essere paradossalmente tacciati di razzismo e bigottismo da parte di chi, da posizioni progressiste e liberali, li dovrebbe, invece, difendere.

Questi giovani omosessuali, musulmani o ex musulmani, cercano quotidianamente e a fatica di farsi strada nella lotta contro l’omofobia all’interno del loro stesso gruppo di appartenenza; esplicitamente ispirandosi alla nostra storia recente, essi sono a loro volta fonte d’ispirazione per tutti noi, testimoni viventi di quanto fondamentale sia continuare a opporsi ad ogni sorta di politica identitaria se si hanno davvero a cuore i diritti degli individui.

Continuare a descrivere la battaglia per i diritti civili come uno scontro tra le istanze di due comunità, quella omosessuale e quella religiosa, una contro l’altra, è del tutto fuorviante.

È tuttavia vero, vi sono solo due fazioni a contrapporsi su questo campo di battaglia: chi difende gli interessi comunitari, senza interessarsi al prezzo che i membri stessi di quella comunità sono costretti quotidianamente a pagare sulla propria pelle; e chi difende la libertà dell’individuo ad autodeterminarsi in tutti gli aspetti della propria vita, a prescindere da quali catene si debbano spezzare e da quale dio si debba, alle volte per necessità, rinnegare.

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