martedì , novembre 13 2018
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Il crollo del ponte a Genova, dall'ex portiere del Cagliari al ...

Il crollo del ponte a Genova, dall’ex portiere del Cagliari al …

(Cesare Giuzzi, inviato a Genova) Il furgone è rimasto quasi sospeso, i tergicristalli ancora accesi nonostante ora su Genova splenda il sole. I fari restano lì, ad illuminare qualcosa che non esiste più.

Dieci metri più avanti la strada è scomparsa. Il vuoto per sessanta metri e un enorme cubo nero che dal greto del Polcevera sembra un pezzo di pilone, o il tetto di una casa.

Da vicino, invece, si scorgono le righe bianche sull’asfalto e il giunto tra le due campate di cemento armato. La strada nera è adagiata sul greto del torrente, in verticale, rivolta al cielo.

Il camioncino è in alto, incredibilmente ancora lì, mentre tutto il resto è sparito. Alla guida del furgone c’era un uomo di 37 anni, lavora da un anno per una ditta di trasporti della provincia di Genova, la Damonte.

Sul cassone verde le insegne della catena di supermercati Basko. Il suo è il racconto di un sopravvissuto, di un miracolato come ripete al telefono quando pochi istanti dopo il crollo chiama Annalisa Damonte, la responsabile dell’azienda di trasposti.

In quel tratto, la strada — il tracciato urbano dell’A10 — è a due corsie. Il camioncino era sulla prima e viaggiava da Savona in direzione di Genova, da Ponente a Levante, come si dice in questa lingua di terra e montagna affacciata sul mare.

«Mi aveva appena superato una macchina. L’ho vista arrivare negli specchietti, mi ha passato e poi s’è messa davanti.

Avevamo appena iniziato ad affrontare il viadotto — racconta l’autista —. Pioveva, pioveva a dirotto e non era possibile andare forte.

Quando mi ha passato ho rallentato, per tenere una certa distanza di sicurezza, perché frenare con quella pioggia era impossibile, si vedeva poco. Avete presente un diluvio?».

Il suo ricordo, come quello di altri sopravvissuti, indugia proprio sulla pioggia, sul temporale e su quelle nuvole basse sul cielo di Genova. «A un certo punto è tremato tutto.

La macchina che avevo davanti è sparita, sembrava inghiottita dalle nuvole. Ho alzato gli occhi, ho visto il pilone del ponte cadere giù.

Ho frenato. Non ho solo frenato, ho inchiodato quasi bloccando le ruote.

Istintivamente quando mi sono trovato il vuoto davanti ho messo la retromarcia, come per cercare di scappare da quell’inferno».

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