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Il senso di Bukowski per l'amore

Il senso di Bukowski per l’amore

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Aggiungere qualcosa al tanto già scritto su Charles Bukowski (1920-1994), poeta e scrittore statunitense di origine tedesca, tanto amato quanto criticato, è impresa ardua. Vale in ogni caso per Bukowski quello che vale per tutti gli scrittori e le scrittrici di “erotismo”: pochi ammettono di leggerli, tutti hanno qualche volume arroccato negli anfratti delle proprie librerie. Non sono poche, del resto, le biblioteche che riservano incredibili sorprese: il libro rosso di Pavese nella biblioteca del professore universitario notoriamente di destra, la collezione dei discorsi del Fhurer (nelle pregiate edizioni del Ventennio) tra gli scaffali della libreria di uno storico militante di sinistra e, per dirla tutta, tutti i volumi di Anais Nin nella biblioteca di un regista teatrale palermitano, fervente cattolico. Possiamo quindi sfatare qualche pregiudizio di troppo, cioè di “facciata”. Cosa vuol dire? Significa che tutto quello che ruota attorno al sesso, se non è affetto da particolari perversioni maniacali e patologiche, pur essendo assolutamente naturale è ancora, in certi casi, carico di pregiudizi. Bukowski, autore esplicito e con una scrittura assolutamente coincidente con la sua realtà vitale, continua ad essere letto con “piacere”, nel senso più “fisico” della parola e pochi hanno saputo parlare dell’amore autentico, quanto lui.

Tra i suoi romanzi, l’opera più esplicitamente erotica è “Donne” in cui racconta le sue vere o immaginarie avventure d’amore. La donna è in grado di esercitare un ascendente potentissimo su Bukowski, tanto da costituire per lui quanto di più enigmatico la vita gli possa riservare, per cui scrisse:

Quando Dio creò l’amore non ci ha aiutato molto

Quando creò te distesa a letto

sapeva cosa stava facendo

era ubriaco e su di giri

e creò le montagne e il mare e il fuoco

allo stesso tempo

Ha fatto qualche errore

ma quando creò te distesa a letto

fece tutto il Suo Sacro Universo

La donna che Bukowski amò profondamente, condividendo con lei una lunga e tumultuosa relazione fu Jane Cooney Baker, la quale soffriva di crisi maniaco-compulsive che la spinsero a bere quotidianamente in quantità smisurata. Sarà proprio questo vizio a portarla alla morte nel 1962, lasciando un profondo trauma nell’animo di Charles. Sfogò il suo dolore in una potente serie di poesie e racconti che piangevano la morte di quella che fu probabilmente l’unica donna mai amata. L’amore diventa per lui il mezzo più sicuro per mantenere un rapporto con la realtà, perché esso stesso è qualcosa di estremamente reale che è possibile racchiudere in una definizione fatta di cose semplici:

[…] amore non è altro che un faro di notte che fende la nebbia

amore è una chiave di casa tua persa quando sei sbronzo

amore è tutti i gatti spiaccicati dell’universo

amore è una sigaretta col filtro ficcata in bocca e accesa dalla parte sbagliata

Anche se la definizione dell’amore cambia di raccolta in raccolta, la capacità di ferire di questo sentimento in Bukowski rimane una costante. L’amore, per Bukowski, è spesso una piaga inevitabile ed incurabile, una contesa continua tra uomo e donna, per questo «se ci fossero discariche di rottami all’inferno, l’amore sarebbe il cane che ne sorveglia i cancelli, perché l’amore è un cane dall’inferno».

Per l’uso di certe espressioni derivanti dalla lingua parlata il realismo di Bukowski viene definito “sporco”, nonostante abbia scritto letteralmente migliaia di poesie ed abbia affidato proprio a loro il compito di custodire i tratti più intimi della sua sensibilità. La vulnerabilità e la fragilità dell’animo di Bukowski, infatti, si manifestano nella poesia più che in ogni altra opera in prosa.

La poesia gli permette di lasciar fluire le parole dalle sue ferite senza alcun bisogno di ordinarle, libero di usare il suo caratteristico linguaggio semplice e diretto che non veste le poesie, ma le spoglia di tutto l’artificio retorico che spesso le appesantisce, rendendole vere, “reali”.

La volontà di liberarsi dalla paura della perdita e della solitudine diventa in lui una forma d’amore, fatta di freni posti al bisogno di condivisione, e allo stesso tempo di un’incontrollata passione per il sesso. Così la sua attenzione si trasferisce tutta sulla necessità di soddisfare la parte più primitiva e animalesca di sé studiando i rapporti sessuali nei minimi dettagli e movimenti, in uno sfogo senza regole che ha un solo compito: tentare di dominare l’imbarazzante grandezza del sentimento d’amore nel quale, anche lui è inciampato:

“[…] guido lungo le strade

a un soffio dal piangere,

vergognoso della mia sentimentalitĂ  e

del possibile amore”

oppure, in una delle poesie piĂą toccanti per il grado di veritĂ  che esprime:

“Non ho smesso di pensarti,

vorrei tanto dirtelo.

Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,

che mi manchi e che ti penso.

Ma non ti cerco.

Non ti scrivo neppure ciao.

Non so come stai.

E mi manca saperlo”.

“Hai progetti?

Hai sorriso oggi?

Cos’hai sognato?

Esci?

Dove vai?

Hai dei sogni?

Hai mangiato?”.

“Mi piacerebbe riuscire a cercarti .

Ma non ne ho la forza.

E neanche tu ne hai.

Ed allora restiamo ad aspettarci invano”.

“E pensiamoci. E ricordami. E ricordati che ti penso, che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,

che scrivo di te.

E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.

Ed io ti penso ma non ti cerco”.

Al di là dell’alcol, del sesso o della solitudine, Bukowski è uno scrittore che viene ricordato per le sue riflessioni e per la sua particolare visione della vita. Evitò sempre gli ambienti frequentati da altri scrittori, preferendo i bar e le camere d’hotel, cosa che l’ha reso una vera leggenda.

«Se non scrivo per una settimana mi ammalo, non riesco più a camminare, mi gira la testa, vomito, non mi alzo dal letto. Ho un bisogno fisico di scrivere a macchina ogni giorno, se mi tagliassero le mani scriverei con i piedi. Non ho mai scritto per i soldi, ma per soddisfare questo stimolo». Per comporre una poesia o il capitolo di un libro, aggiungeva, l’apporto dell’alcool era indispensabile. «Mi ubriaco e poi comincio a lavorare. Il giorno dopo, quando sono lucido, correggo gli errori di ortografia». La dipendenza dalla bottiglia ne alimentò a lungo la leggenda, facendolo apparire l’erede di Henry Miller, di Kerouac o di Burroughs, irregolari che come lui portarono alle estreme conseguenze la figura dell’artista fiero della propria emarginazione sociale. In realtà beveva meno di quanto volesse far credere e la sua opera continua ad essere apprezzata in America e in Europa perché testimonia la straordinaria forza artistica della controcultura Usa durante la seconda metà del secolo scorso. Gli piaceva scandalizzare e così intitolò “Diario di un vecchio sporcaccione” la rubrica che tenne a lungo sui giornali underground californiani, un disinvolto miscuglio di opinioni controcorrente e di episodi scandalosi in parte veri e in parte immaginari. Raccolti nel 1969 in volume, quegli interventi attrassero ben presto l’attenzione della critica e del pubblico e furono seguiti da romanzi e libri di poesie all’insegna di una prolificità notevole che gli permise in breve tempo di vedere stampati una quarantina di titoli nei quali racconta un sottobosco di cui fanno parte magnaccia, giocatori d’azzardo sfortunati, prostitute, barboni, fantini e maldestri lavoratori manuali. «Scrivo di proposito testi che fanno arrabbiare la gente», confida in un’intervista. I giornalisti che lo hanno incontrato si sono soffermati più volte sulla sua timidezza, aggiungendo che Bukowski aveva un carattere dolce anche se poi non riusciva a frenarsi quando andava in collera. Alle letture pubbliche di poesie spesso provocatorie era capace di furibonde risse verbali con gli ascoltatori che osavano dissentire, arrivava persino al contatto fisico con tanto di pugni, denti rotti e labbra sanguinanti. Ma prima di salire sul palcoscenico la paura era sempre in agguato. «Ogni volta per ore vomitava e piangeva come un disperato, poi finalmente si decideva a entrare in teatro», conferma Barbara Frye, una delle mogli e madre dell’unica sua figlia. Anche la sua storia personale sembra la cronaca di una lunga fuga dalla paura che inizia quando, ancora bambino, tenta di sottrarsi a un padre manesco. Per i dettagli occorre riprendere in mano “Panino al prosciutto“, il romanzo autobiografico nel quale racconta l’infanzia in una Los Angeles prostata dalla depressione. Nella saga di Henry Chinaski (la sua controfigura) presenta un protagonista isolato dalla famiglia, deriso dai coetanei, alle prese con una forma di acne che gli deturpa il viso e lo costringe a lunghe cure. In precedenza, sempre attraverso il personaggio di Chinaski, aveva riassunto una fallimentare esperienza come impiegato pubblico (“Post Office“, che lo rese celebre nel 1971), i burrascosi rapporti con le donne, la passione per gli ippodromi, il vizio delle scommesse clandestine. Sosteneva di non aver debiti con narratori o poeti del passato. «Da anni non apro più un libro. – disse nel 1985 – Quando ero adolescente mi piacevano Hemingway, Sinclair Lewis, e D.H. Lawrence. Ma poi mi sono accorto che ero più bravo di loro». Esagerava, come al solito. Perché i biografi hanno dimostrato che non era affatto un autodidatta e che conosceva benissimo i classici americani del secolo scorso. Secondo i critici, è stato un narratore in possesso di una vena praticamente inarrestabile, abilissimo nel ritrarre personaggi con pulsioni autodistruttive. «Le sue pagine – ha commentato Fernanda Pivano – appaiono caratterizzate da uno stile piano, ricco di una lirica brutalità e di una spietata ironia. Per raccontare storie dense di erotismo e di violenza, impiega un linguaggio vernacolare che prende dalla strada e usa con grande abilità». In realtà, non si prendeva troppo sul serio.

Così si può leggere di lui in un post sui social: “Una mia amica ha postato su Facebook una fotografia bellissima, assurdamente censurata dai gestori del social network (è stata per questo addirittura “bannata”). Raffigura lo scrittore Charles Bukowski e la sua amica Jane nella cucina povera di lui, portacenere ingombro sul tavolino, bottiglie e disordine di oggetti, sulla parete una tappezzeria floreale stinta, e un fantasma di Monna Lisa (un calendario?). Lo scrittore è seduto su una sedia, barba e capelli spettinati, lei in piedi al suo fianco, allegra e completamente nuda. Col braccio sinistro lui le cinge i fianchi, colla mano destra le accarezza delicatamente il sesso, mentre lei divarica e solleva l’altra gamba per dargli più spazio. La fica all’aria, il volto felice e sorridente, e quello assorto e deliziato di lui. Non è tanto che lui sembri suonare l’arpa toccando il corpo di lei, non è solo il perfetto equilibrio formale della foto in bianco e nero a dare la bellezza. E’ la portata liberatoria, in tutti i sensi, di corpo e anima nell’intimità e gioia condivise, e soprattutto la totale assenza di potere e di manipolazione nel loro scorcio di rapporto, una nudità antecedente e più profonda di quella dei corpi. E anche, se volete, l’allegria di essere poveri, e che l’amore e il sesso, come scrisse qualcuno, sono la consolazione dei poveri, non dei ricchi e potenti”. Questo post è diventato poi un testo della rubrica domenicale “acchiappafantasmi”, pubblicato su l’Unità nel 2011.

Il successo tardivo è per Bukowski un vanto, la sua fortuna, perché gli ha dato il tempo di vivere abbastanza per conoscere l’umanità vera, quella degli stenti e dei bassifondi, quella che più lo ha ispirato. Chi non è moralista capisce che gli esseri umani necessitano anche di Bacco e Venere ma alla fine, forse il solo modo di mettere nel sacco la Morte è, come dice Bukowski, proprio l’arte, soprattutto quella della parola perché:

“il lampo abbagliante della

parola

batte la vita in vita,

e la morte arriva troppo tardi

per vincere davvero

contro

di te.”

Una ricezione simile, così distorta, è toccata in Italia a Pasolini, il poeta della contraddizione per eccellenza.. E la figura di Pasolini può tornare utile proprio per capire come collocare quella di Bukowski. Entrambi sono personaggi che vivono una sorta di auto-esilio nel proprio paese, che manifestano a ogni respiro il disagio per il moralismo idiota della borghesia che li circonda, e che anche a causa di un elemento biografico di irriducibilità sociale (per Pasolini è l’omosessualità, per Bukowski la dipendenza dall’alcol) hanno continuato a dare scandalo. La consapevolezza comune a entrambi è quella di far parte di una società che sembra «eliminare inesorabilmente ogni possibilità di negativo in quanto tale, per ripristinare invece il luogo di una resistenza e di una pratica di opposizione, o anche semplicemente di una “critica” all’interno del sistema, come sua semplice inversione». Questa concezione di “sistema totale”, di “pensiero unico” della società contemporanea riduce le scelte di resistenza a gesti anarchici. Quali possono essere allora questi gesti? In che senso l’anarchismo di Bukowski assume le forme dell’anticonformismo?

Bukowski è uno scrittore iconoclasta ma a differenza di altri scrittori iconoclasti, è uno scrittore la cui iconoclastia non risparmia nulla, e quindi neanche la scrittura. D’altra parte però nutre un’immensa gratitudine per chi (come il suo amico editore John Martin) gli ha permesso di vivere senza dover lavorare in fabbrica o all’ufficio postale, ma solo della sua scrittura.

“Poco riconoscente con gli amici, intrattabile da ubriaco, un vecchio depravato, uno stronzo che disprezza le donne, uno che vede di buon occhio la pedofilia…”: il ritratto di Bukowski che viene fuori dalle parole di molte persone che gli sono state vicine è spesso quello di un uomo (a voler essere buoni) cinico, molesto: nulla di diverso da quanto in effetti ci si aspetti. Più difficile da comprendere allora è l’immediata simpatia, se non la tendenza all’immedesimazione, che è la risposta naturale che Bukowski suscita in gran parte dei suoi lettori: ciò è possibile soltanto grazie a una sorta di patto tacito a cui Bukowski presta fede, quello di essere assolutamente, incondizionatamente «onesto e diretto», di non nascondere le sue diverse facce, di dar mostra anzi delle proprie incoerenze e di farne persino gli elementi costitutivi della sua umanità, e della sua scrittura.

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