Home / Viaggiare / Isle of Man: appunti di un viaggio

Isle of Man: appunti di un viaggio

Guidare una moto è sempre un po’ una sfida con la propria sorte, anche se vai a 20 all’ora. Solo che quando ci si trova su ce lo si dimentica, per fortuna. Così possiamo goderne a fondo, qualunque cosa significhi per ognuno di noi. Non è necessariamente più bello perché si va veloce. È bello e basta.

Pensavo che trasmettere quello che succede dentro al casco quando si va in moto, potesse essere di stimolo per tutti per tirare fuori le proprie emozioni, ognuno alla sua maniera. perché andare in moto è emozionante, se no non lo faremmo. Ma allora perché tenersi tutto dentro?

Quello che vi propongo è un piccolo diario di un viaggio fatto nel 2012 all’Isola di Man. Per me è stato un viaggio celebrativo dell’andare in moto in tutti i modi possibili. Dalla monotona andatura in autostrada alla folle corsa sullo Snaeffel Mountain Course, leggendario percorso del Tourist Trophy dell’Isola di Man. Dal lento attraversare le campagne della valle della Loira alla discesa dalle Alpi fino al Lago Maggiore, con andature che sembrano danze tra le curve. Un timido scrivere di emozioni molto forti. Sempre. Di Snaefell ce n’è uno solo, per fortuna, e chissà se avrò ancora voglia di correre come ho corso lì. Ero un po’ come in trance, ma poi, dopo qualche oretta, quando l’adrenalina è calata, ho avuto una paura cane! Però sono quelle prove con le quali ci si vuole confrontare, anche senza conoscerne i motivi e da cui si esce diversi. Sono una linea d’ombra che, diversa per tutti, ma per tutti uguale, rappresenta sempre un momento di esplorazione dentro di se. Per poi tornare a casa per scoprire che le nostre cose sono li ad accoglierci con caldo abbraccio.

PROLOGO

Ricordo che era una domenica di primavera degli inizi degli anni ’70. Ai tempi non era così facile poter uscire di casa per andare con gli amici, soprattutto se avevi 11/12 anni ed al sabato, dopo la scuola, eri stato tutto il pomeriggio e parte della sera fuori con la squadra di basket a giocare in chissà quale campo della periferia di una Milano che offriva, anche in primavera, uno spettacolo sempre molto grigio. Molto più di quanto non faccia oggi. Uguale a quello che in quella domenica la tv in bianco e nero offriva di una gara di motociclismo, rigorosamente in differita, dove correva Agostini su MV Agusta.

b_giacomoagostiniin-sella-mv-augusta

Due miti da cui ero affascinatissimo. Mi ricordo che accesi la TV per caso e sentii la voce di Poltronieri, che allora commentava tutto ciò che erano gare di motori, che inneggiava al coraggio dei piloti che si dovevano lanciare per una strada comune che attraversava i paesi in un posto sperduto dell’Inghilterra. Su un’isola: l’Isola di Man. Era il Tourist Trophy. Il ricordo si perde nel tempo e non ho dettagli, ma quello che ricordo bene erano le inquadrature di questi pazzi con le scodelle in testa che giravano come forsennati su e giù per una montagna, con la pioggia e con delle moto che per i tempi sembravano navicelle spaziali. Però ricordo bene l’intervista ad Agostini che mostrava la pelle della sua tuta strappata all’altezza della sua spalla destra, perché in un punto della gara, attraversando Ballacry Bend, si passa talmente vicino al muro della Casa di Gwen Crellin (leggendaria giudice del TT) che la spalla striscia contro il muro stesso. Il tutto a 200 e passa kmh.
A quell’età le moto mi facevano già girare la testa. Era l’era di Agostini e Pasolini che facevano battaglie leggendarie in 250 e 350. Io invece sognavo di guidare una Honda CB 750 Four, che molti di voi sicuramente ricorderanno come una rivoluzione nelle motociclette di quei tempi. Ma mai mi sarei sognato un giorno di andare a vedere quel circuito e di girarci addirittura sopra: lo Snaefell Mountain Course. Un mito che si è trascinato dietro anche i sogni ad occhi aperti di quel bambino che ero allora.

IN VIAGGIO VERSO MAN

E’ domenica 24 giugno. Oggi ho 52 anni e da 40 almeno seguo le gare di moto e palpito per due ruote corredate da un motore a uno, due, tre quattro, cinque o sei cilindri. Non importa. Quello che conta è che siano due ruote ed un motore e che gli scarichi facciano quel rumore così bello, quando quel motore lo si tira a regimi alti, che ancora adesso sento i brividi ogni volta che lo faccio. Non credo che ci sia una spiegazione per questo. Non so darne un motivo. Salgo sulla moto e mi sento diverso. Forse dovrei dire che salgo sulla moto e finalmente mi sento a mio agio, ma forse questa è troppo forte. Comunque sia, sono qui. A Ijmulden, in Olanda. Tira un vento della madonna, fa freddo e piove. Il mare del Nord è incazzato ed io con i miei tre compagni di viaggio devo prendere un traghetto che ci porterà a New Castle. Penso che sono un deficiente. Ho viaggiato per un giorno intero per fare 820 km che da Zurigo ci hanno portato ad Amsterdam; andando come un pazzo per stare dietro agli altri che hanno una moto molto più potente della Marlis.

Lei si è comportata bene, ma ha sofferto. Il contachilometri si è smontato per le vibrazioni e nonostante tutti i tentativi di aggiustarlo, non funziona più. Il navigatore ha cercato di spegnersi continuamente per tutto il viaggio in Germania. Ho dovuto avvitare di nuovo tutta la viteria e cercare di rialzare i contatti. Ora sembra che vada, ma sono un po’ in apprensione, perché è l’unico strumento che misura la velocità che ho e dovrò stare attento nei prossimi giorni, perché in Inghilterra, ma soprattutto in Francia, quando ritornerò a casa, sono molto rigorosi con i limiti. Ho preso un giorno di pioggia autunnale ad Amsterdam, girando la città a piedi, senza nemmeno un cappello in testa, perché quando ho preparato il bagaglio, a Milano c’erano 41 gradi e non mi è venuto in mente di portarlo. Ho rischiato di volare sulla strada da Amsterdam al porto per le raffiche, che Briccone stima a 40 nodi e che mi hanno fatto sbandare tre o quattro volte facendomi venire un tuffo al cuore. Ma ora sono qui e sto per salire su quella nave. Accerchiato da motociclisti dalle facce dure, che mi fanno sentire un po’ un ragazzino, perché io non mi immagino avere una faccia così. Sono inglesi, tedeschi, olandesi, norvegesi e poi ci siamo noi. C’è Bricco, che spippola sul cellulare. Max, che appare rilassato e distaccato. Pino, che nella tuta antipioggia sembra Amundsen sull’Artico e fuma il sigaro guardando il Mare. Sembra che nulla gli faccia paura. Lui, di tutti noi, è quello che si può certamente assimilare agli altri motociclisti. Io decisamente no.

equipaggi
Quando salgo sulla nave e lascio la Marlis nella sua pancia, comincio a realizzare che sto andando dove non pensavo che sarei mai andato. Ci sono ancora tanti chilometri da fare, ma attraversare il Mare del Nord è come varcare una soglia immaginaria che mi porta indietro a quella domenica di primavera degli inizi degli anni ’70.

Lunedì 25 giugno. Sono a Heysham. La notte è passata bene. Il Mare del Nord ci ha fatto ballare per un po’, ma poi, nel corso della notte si è calmato ed anche il vento è sceso. Abbiamo dovuto attraversare da est ad ovest l’Inghilterra senza poterci gustare troppo lo spettacolare paesaggio della campagna del Lancashire. Ci ritornerò. Assolutamente. Mi è sembrato un posto da sogno. La guida a sinistra non mi ha dato problemi, nemmeno in ingresso delle rotonde, che qui sono più numerose che in Svizzera. Dal ponte della nave vedo la diga foranea su cui si assiepa un gruppetto di persone che mentre passiamo ci saluta come se stessimo andando chissà dove. Ma in effetti stiamo andando in un posto che per me ha la sua importanza: l’Isola di Man. Mi mancano solo tre ore e mezza di nave e poi sarò a Douglas.

Il mare d’Irlanda è piatto come il lago di Como. L’acqua ha il colore del mercurio ed in lontananza si vedono piattaforme e centinaia di generatori eolici. Una foresta. Mi domando come fanno a piantarli così, in mezzo al mare, senza che quello stesso mare se li porti via quando arrivano le tempeste oceaniche. E’ uno spettacolo che fa impressione. Non so se è bello o meno. Li guardo sfilare dalla murata della nave fino a quando scompaiono a poppa.
Poi, quando ormai sento la noia dell’ennesimo trasferimento, comincia a vedersi distintamente l’Isola di Man. La vedo che ormai si distinguono le case e le colline dietro di loro. E mi chiedo se quelle che vedo sono le stesse colline dello Snaefell Mountain Course. Entrando nella baia di Douglas ci accoglie un rudere di un castello su un isolotto. Sono le cinque del pomeriggio e c’è la luce che noi abbiamo alle undici del mattino, anche se il cielo è velato e, naturalmente, per domani è prevista pioggia.

Quando scendiamo dalla nave ho qualche problema a guidare a sinistra. Credevo di aver superato l’esame ed invece ora mi trovo a dover prestare ogni volta il triplo dell’attenzione. Ad ogni incrocio mi fermo e guardo a destra e a sinistra perché non riesco a capire da dove arrivano gli altri. Per fortuna l’hotel è vicino e potrò riposarmi.
La stanza, non so perché, mi ricorda quelle descritte nei romanzi di Miss Marple. E’ piccola, ma è incredibilmente inglese. Quando la sera ci ritroviamo per andare a cena, siamo accolti subito dal proprietario del ristorante, che poi è lo stesso dell’Hotel, con un bel sorriso ed i complimenti per una partita di calcio, a conferma che gli inglesi, fuori da Londra, sono sportsmen e accoglienti. Lui è un tipo simpatico. Gli faccio subito un milione di domande sulla storia dell’Isola e sul perché del nome e sulle origini celtiche e sul TT. Non ho resistito e lui ci ha dato dentro. E ci ha anche raccontato delle sue Ducati, del circuito, del pericolo e, al commiato, ci ha raccomandato, venendo giù dallo Snaefell, di non fare “crash”, mentre con il polso mimava una spalancata che avrebbe rotto il filo dell’acceleratore. Ci siamo toccati … tutti … e voglio pure vedere. La notte ho dormito profondamente e non so cosa ho sognato. Ma sono certo che, nei sogni, il ricordo della pelle strappata sulla tuta di Ago un giro lo ha fatto.

AGO’S LEAP, LO SNAEFFEL E BRAY HILL

Matedì 26 giugno. Mi alzo alle 5, le 6 ora italiana. Tutto è chiuso, ma è già luce da almeno un’ora. Mi infilo un paio di calzoncini, le scarpette e la maglietta e decido di andare a farmi una corsetta lungo la spiaggia di Douglas. Mezz’ora, non di più. La marea si è ritirata e la spiaggia è nuda. Sono apparsi moli che la sera prima erano sommersi. Le alghe in putrefazione puzzano un po’, ma va bene lo stesso. Ho bisogno di scaricare un po’ di tensione. So che andrò a fare lo Snaefell. So che è pericoloso e so che, per quanto mi possa dire di non fare il cretino, quando sarò lì, non saprò tenere il gas chiuso. Confesso a me stesso che questa cosa mi fa un po’ paura.

Fracassarmi all’Isola di Man non rientra nei programmi.

Quando esco dalla doccia sono un po’ più calmo e tranquillo. Sento che potrò dominare l’istinto che mi prende quando vedo le curve e da cui spesso non riesco a ritrarmi. Vado a fare colazione che il ristorante ha appena aperto ed al cameriere, che mi ha portato le scrambled eggs, gli chiedo: “dov’è Bray Hill?”. Lui mi guarda con un sorriso complice e con precisione mi indica la strada. E’ vicinissima. Nemmeno un miglio. Torno in camera. Recupero tutti gli opuscoli che ho letto preparando il viaggio. Metto sul navigatore tutti i percorsi che nel lungo inverno avevo studiato ed introduco, subito, senza nemmeno pensarci un momento, la variante Bray Hill sul giro lungo attorno all’isola.

agos-lea
Quando con gli altri cominciamo a muoverci, inizia a piovere. I navigatori danno percorsi differenti e ci perdiamo. Io resto con Briccone, che smadonna, e ci fermiamo un momento per aspettare e vedere se gli altri stanno arrivando. Mi guardo in giro e … non ci posso credere. Siamo fermi a Bray Hill esattamente all’Ago’s Leap! Il salto di Agostini. Mi giro eccitatissimo verso Briccone che però non capisco se mi sente perché sta parlando al telefono con gli altri. Sono eccitatissimo e affascinato da questa collina che piomba giù in picchiata a più del 10% di pendenza. Fa veramente paura. E Ago l’ha fatta a oltre 200 all’ora. Volando. Solo un altro è stato capace di fare la stessa cosa con la stessa eleganza e la stessa bellezza: Joy Dunlop. La vera leggenda del TT, che ha vinto l’impossibile con un VTR SP-1. Anche per questo volevo e dovevo passare di lì.

joy-dunlop
Ripartiamo e ci ricongiungiamo con gli altri sulla strada per Castle Town. La pioggia va e viene, ma io sono ancora lì a Bray Hill. Ho visto il Salto di Ago. Cazzo! L’ho visto davvero! Lo so che pensate che sia un rimbambito, ma non m’importa. Raramente mi è successo di andare in un posto dove avrei voluto andare e non rimanerne poi deluso. Questa è una di quelle rare volte.

Il tempo è infame. Piove, fa freddo e c’è la nebbia. Giriamo sulla panoramica senza vedere niente perché la nebbia è così fitta che si poggia sulla visiera e passo più tempo a pulirla che a cercare di capire dove sono. Quando usciamo dalla nuvola decidiamo che la giornata sfigata non permette di fare troppi giri panoramici. Andiamo allo Snaefell e finiamola lì. Al solito io sono lento a partire. Voglio piazzare le telecamere e mentre ci lavoro su, gli altri vanno. Devo impegnarmi per recuperare ed alla sosta successiva devo purtroppo ammettere che la telecamera digitale non la posso montare. Il sostegno balla troppo. E’ pericoloso e potrei anche perderla. Perciò monto la micro sul casco, utilizzando il nastro di alluminio per fissarla. Sembra che funzioni. Nel tempo che mi serve per risalire in moto gli altri sono già spariti davanti. Hanno mollato Peel e si stanno dirigendo a Kirk Michael a palla. Davanti Briccone, dietro Pino e Max, che mi da l’impressione di non fidarsi troppo delle gomme. Li intravvedo da in cima una collina: sono lontanissimi.

Apro.

Marlis ruggisce e comincia a correre. Entro in una curva a sinistra con il bagnato a terra e mi corre un brivido nella schiena perché non me n’ero accorto e non ho preso nessuna precauzione. Ma le gomme tengono benissimo ed esco come una furia. Scarico la quinta e passo due auto. Salgo di nuovo su una collinetta e li rivedo. Stanno tirando come bestie verso la salita che porta a Sulby. Faccio un paio di curve a velocità folle (ho visto dopo sui dati del navigatore che ci sono passato a 86 mph!). Passo Sulby come un missile e li vedo. Si sono avvicinati molto. Adesso la strada è uscita dai boschi e siamo in montagna. La Marlis in staccata sbatte un attimo, ma tiene la strada da dio e le gomme che monto sono un vero spettacolo. Tra me e loro ci sono 4 macchine. Vedo Briccone che piega come un ossesso e Pino che gli sta dietro. Il primo che riprendo è Max. Lo passo e mi lancio in una discesa che finisce con una curva a destra che faccio ad una velocità pazzesca. Li prendo. Pino è davanti e non molla un centimetro. Vedo la curva in fondo. Faccio una staccata criminale con la Marlis che flette il telaio e tende a traversarsi. Lo passo interno mentre lo sento accanto a me che apre il gas, ma l’ho anticipato e me ne vado. Bricco è più avanti ed è più veloce di tutti. Lo avvicino mentre ci tuffiamo in una valle con a sinistra l’oceano e a destra una vallata. Gli sono dietro e cerco di capire come imposta le curve. Il mio cervello pensa solo “moto, marce, strada”.

Sento l’odore dei suoi scarichi.

La curva è veloce, ma forse non si fida troppo. Ed io lo passo. E spalanco ancora, perché la strada te lo fa fare e la discesa aiuta. E’ una strada incredibile! E’ bellissimo, ma non posso immaginare come possano farla a 300Kmh. E’ impossibile. Tiro per tutto il percorso come un matto. Entro ed esco da queste curve velocissime senza tirare indietro il gas nemmeno un momento. Senza nemmeno respirare. La Marlis sembra tutto tranne che una paciosa moto da turismo. Ha voglia di correre anche lei e quando è così io le lascio le briglie sciolte, anche se ho paura. In fondo vedo una curva che sembra a gomito. Stacco, ma appena pochi metri dopo vedo la corda ed allora riapro scaricando quarta e quinta.

Mi sembra di volare. Mi sembra di essere Ago. Mi sembra di essere un airone.

Arrivo a Ramsey col cuore in gola e mi fermo. Sono un pazzo. Avrei potuto morire. Bastava un attimo. Bastava niente. Ma è stato come l’amore: ti ci butti dentro, anche se sai che puoi farti davvero male. Ma chissenefrega: è bellissimo!
Li aspetto. Briccone, quando arriva, è incazzato e mi rimbrotta dicendo:”Ma non avevamo detto che ci saremmo fermati ad un ristorantino? Ce n’era uno dietro”. Eggià, perché io sono lanciato a tutta manetta sullo Snaefell e mi metto a guardare se c’è un ristorante? Scordatevelo! Il resto è più o meno un ritorno alla base con un paio di pieghe rilevanti, ma senza più separarci.
Ci fermiamo a Douglas a mangiare un panino e poi nanna. Devo riposarmi e devo vedere i filmati dello Snaefell. E qui si consuma la tragedia. bray-hill-2Tutto il filmato riprende il cockpit della Marlis e nemmeno un centimetro di strada. La telecamera mi si è piegata in avanti e addio! Ma la delusione dura veramente poco. Il ricordo di quella folle corsa, durata forse solo dieci minuti o forse di più non lo so, difficilmente potrà andarsene dalla mia memoria.
Ma io, lì, su quell’isola, non ho ancora finito. A pomeriggio esco di nuovo, questa volta da solo, e mi raccolgo la raccomandazione di Max: “mi raccomando, eh!”. “Tranquillo, vado a fare qualche foto a Bray Hill”.

E così monto di nuovo sulla Marlis, perché glielo dovevo ed andiamo insieme a Bray Hill. Lì dove tutto inizia. Lì dove si parte per la corsa più folle del mondo

Lì dove Ago e Joy hanno aperto le ali e si sono librati in volo come albatros.

TORNANDO A CASA

Venerdì 29 giugno. Oggi ho viaggiato da solo. Ero stremato dai giorni di viaggio passati e non me la sono sentita di tenere il ritmo alto degli altri. Non mi sentivo sicuro. Ho lasciato che facessero la loro strada ed io ho preso la mia. Così mi sono portato fuori dall’autostrada ed ho ripreso la strada normale, tra le campagne francesi ed ho lasciato che il tempo mi scorresse addosso lentamente.
Ho attraversato decine di paesini all’apparenza tutti simili, ma ognuno di questi aveva una chiesetta, un palazzo del comune o semplicemente un giardinetto che lo rendeva diverso. Mi è sembrato un mondo fermo a un po’ di anni fa. Io e la Marlis ci siamo concessi velocità di crociera perfettamente in linea con i limiti. e come due fidanzatini abbiamo fatto una passeggiata mano nella mano.

Viaggiare ha molti modi di essere. A me piace perdermi; andare per il gusto di andare. Guardando cosa mi circonda. Guardando la gente che vive un’altra vita. Guardando un fiume che scorre, per me, solo in quel pezzo di strada che facciamo assieme, senza sapere da dove viene e dove andrà. Mi piace quasi galleggiare in un universo che non conosco, scoprendo mille piccoli aspetti che lo rendono uguale o diverso dal mondo che abito . E così è stato il viaggio di oggi. Non ricordo il nome di un posto, di una città, di niente. In fondo non mi interessa. Se voglio ritornare qui, sfrutterò la tecnologia e mi farò dire dal navigatore da dove siamo passati.

Mi sono ritrovato ad un certo punto a risalire una montagna che mi ha ricordato le “scalate” che si fanno sugli appennini tra Piacenza, Parma e Reggio. Con la differenza che le vallate erano più profonde. Dei veri e propri canyon che finivano in fondo con un rivo o magari anche con niente. Ho viaggiato in questo mondo perduto per un’ora senza incontrare nessuno nè incrociare una macchina. Solo. E’ stato emozionante. Sentivo il motore che girava regolare ed il vento, finalmente un po’ fresco, colpirmi in faccia. La strada era bellissima, ma l’asfalto era criminale. Il concrete appena posato era tutto sbriciolato. Impossibile curvare senza poggiare i piedi a terra. Quando poi è iniziata la discesa è stato ancora più difficile. Avevo paura a frenare e tenevo con forza il manubrio e la spalla ha cominciato a fare male al punto che mi sono dovuto fermare a tendere il tutore per cercare di avere un po’ di sollievo. Quando è finita questa tortura, la discesa è stata bella. Una strada di curve che ho fatto dolcemente, adagiando la moto a destra e a sinistra come una danza. Niente a che vedere con la cattiveria dello Snaefell. Oggi io e la Marlis abbiamo ballato un lento valzer,marlis divertendoci come matti. Nessuna staccata feroce. Nessuna accelerazione brutale. Una semplice danza, come tra due ballerini, però, che si conoscono bene.
E passando da un valzer ad un paso doble, perché la strada allargava e quindi si poteva andare anche un po’ più veloci, siamo arrivati a Voguè. Circa 280Km in 5 ore.

A Voguè faceva un caldo feroce, ma per fortuna i baretti erano preparati a fornire birre ghiacciate e così, prima che gli altri arrivassero, mi sono rinfrescato con una buonissima birra francese. Stasera c’è la cena del DMD. Domani riparto per tornare a casa.

30 giugno, sabato. Quando apro gli occhi fa caldo e sono sudatissimo. Pino dorme profondamente e fuori è ancora buio. Guardo l’orologio: le 4 e 46. E’ ora di tornare a casa. Raccolgo le mie cose, sveglio Pino e lo saluto. E’ stato un grande compagno di viaggio. La sua sicurezza mi ha dato sempre molta tranquillità. Ma adesso la strada è lì fuori e c’è chi mi sta aspettando, dall’altra parte del confine

Quando esco dal complesso di Voguè, comincia ad albeggiare. Il navigatore mi porta verso l’autostrada. Non vorrei, ma non ho molta altra scelta. Ho più di 600 Km e non ho molte energie, me la devo per forza far andare bene. Fino a Grenoble il tragitto è noioso, ma nel casco mi tiene compagnia Glenn Gould con le Goldberg. Tutto sembra più leggero. La strada non si fa sentire e la noia è sostituita dal piacere delle note di Bach. Per tutto il viaggio ho ripensato ai giorni passati. Mi sembra di essere partito da due mesi ed invece sono passati solo otto giorni. Intensissimi. Pieni di emozioni e di scoperte anche interiori. Otto giorni che si sono conclusi con la cena di ieri sera dove ho rivisto gli altri, anche i cosiddetti “fuoriusciti”, che sono stati come sempre gentili ed affettuosi. Bel gruppo. Belle persone. Tanto diverse tra di loro che solo una passione forte come la moto avrebbe potuto far incontrare, eppure è evidente che c’è dell’altro. Un pezzo di ferro non può bastare a legare la gente in questo modo. Nel bene e nel male.

A Grenoble esco e prendo una strada che mi porta a Saint-Michel de Maurienne, sulla strada per il Moncenisio. La strada sale e comincia finalmente a fare fresco. Non ne potevo più. Il caldo era asfissiante ed il traffico cominciava ad essere intenso. Ma sulla statale si incontrano solo motociclisti e per la prima volta incontro anche degli italiani. Il confine si sta avvicinando. Cominciano i tornanti che portano al passo e l’aria è pulitissima. Tira vento, ma certo niente a che vedere con Ijmulden. Ad un certo punto faccio una bella curva a sinistra e vedo il passo. Non c’è nessuno. Sono ancora una volta da solo a godermi uno spettacolo notevole. Il cielo è terso e fa un bel fresco. Ci saranno al massimo 15 gradi. Faccio le foto di rito e risalgo sulla Marlis. Faccio poche centinaia di metri e mi fermo di nuovo ad ammirare uno spettacolo veramente grandioso: il lago. E’ bellissimo. Una macchia azzurra che riflette il colore del cielo. Nessun commento. Solo stare in silenzio e guardarlo. Però nel giro di 5 minuti scendono come una mandria di cavalli delle nuvole nerissime da un versante della montagna e coprono il sole. Il vento aumenta ed ho freddo. Ho paura che da un momento all’altro possa scatenarsi un temporale e non mi sento sicuro. Io non sono un uomo di montagna e la montagna mi fa paura, perché non ne so leggere i segnali. lagoPerciò decido di scendere velocemente. Inforco la moto e parto. La strada si snocciola tra qualche tornante e qualche bella curva prima di arrivare a Bar Cenisio, dove c’è la vecchia frontiera. In cima il tempo si deve essere risolto perché adesso ha ripreso a splendere il sole. La strada si fa bella. I motociclisti che salgono verso il passo sono tanti, ma io ho strada libera e comincio a sentire di nuovo la voglia di correre un po’. Lei, la Marlis, non si fa certo pregare. Cominciamo a piegare bene su queste curve con asfalto nuovissimo. Ma la guida non è aggressiva. Per questo giro ho già dato. Cambio poco e tengo quasi sempre una quarta che mi consente di scendere tra i 70 e i 90, per altro toccando un paio di volte le pedane. Direi che va bene così. E’ una sensazione bella sentirla andare giù in piega a gas costante, senza percepire il minimo movimento scomposto. Devo dire che il lavoro sulle sospensioni fatto dal meccanico e le nuove gomme, assieme, fanno un lavoro egregio.

Ci sono dei momenti, quando arrivano due o tre curve una in fila all’altra, che solo con il gas riesco a rialzarla dalla prima piega e riportarla sulla nuova senza quasi spostare il peso. E c’è un momento, in mezzo, che restiamo come sospesi; leggeri; come se non ci fossero forze che ci trattengono al suolo. Ci siamo davvero divertiti. Lei su queste strade e con questa guida dà il meglio di se.

Arriviamo a Susa che sono circa le 11. Sono 6 ore che viaggio, ma non sono stanco. Decido che è meglio continuare almeno fino all’autostrada a Torino prima di concedersi una pausa. Pausa che regolarmente arriva al primo autogrill. Sono tornato in Italia e ne ho subito un chiaro segnale. L’attenzione e la cortesia che ho trovato in tutti i paesi che ho attraversato è di colpo scomparsa. La commessa che prende le ordinazioni è scontrosa e scortese. Alle mie domande risponde un po’ scocciata e mi passa il panino come se l’avessi offesa chiedendolo. Sull’avambraccio è tatuato uno stemma bianconero. Non mi serve altro per capire con chi ho a che fare. Io sono in una specie di stato di grazia ed annoto soltanto la sua scortesia. Probabilmente se non stessi tornando da un viaggio importante, fuori e dentro di me, sarei esploso. Ma sono positivamente sorpreso del fatto che di lei non mi importa nulla. Siamo in Italia e siamo un paese senza più speranze.
Quando riparto l’autostrada è rovente. I 40 gradi li si passa sicuramente. Ma la prospettiva di arrivare sul lago mi fa superare il patimento. Comunque sia, dietro la schiena scorre il sudore a rivoli.
Quando arrivo all’uscita di Baveno sono stanco, ma ho una bella spinta dentro che mi fa continuare. Passo Verbania e prendo il lago. Ghiffa; Oggebbio e Cannero con i loro maledetti autovelox! Ma dopo Cannero la strada è finalmente libera e, come si faceva da ragazzini prima di lasciarsi con la fidanzata che tornava a casa, io e la Marlis ci concediamo un ultimo giro di danza. Questa volta un tango, perché il lago lo vuole. perché le curve del lago chiedono che le pieghe abbiamo la sensualità di una Milonga. Non troppo piano nè troppo veloce. Giuste. Con la moto che sfiora l’asfalto rigirandosi in rapide virate da destra a sinistra. E poi ai Castelli di Cannero c’è la curva più bella del mondo. A sinistra, lunga e larga e che vuole essere fatta in accelerazione, per mantenerne la traiettoria irregolare. Ci porterei i ragazzini dei corsi di guida, perché su quella curva si impara a guidare la moto. A Cannobio esco dal lungo lago ed entro nella Cannobina. Pochi chilometri e Traffiume si apre a destra. Passo davanti casa e vedo il suo sorriso che mi aspetta affacciato alla veranda.
In fondo, credo che tutto il viaggio l’ho fatto solo per provare, alla fine, quella gioia immensa che mi danno i baci che quel sorriso mi ha regalato riabbracciandomi.

Amen

  • About
  • Latest Posts
Kongo Sauvage
Kongo Sauvage

Leggi Anche

Basket e disabilità. “Tiro libero”: una bella “parabola” | AgenSIR

Basket e disabilità. “Tiro libero”: una bella “parabola” | AgenSIR

È stato presentato il 18 settembre, in anteprima a Roma, al Cinema Adriano, il film …