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Italia, un anno per diventare grande

Italia, un anno per diventare grande

L’Italia di Mancini, sia chiaro, fin qui è stata un miracolo. Si poteva pensare di avere una serie di giovani giocatori che ci avrebbero rialzato dal fondo del barile toccato con Ventura, ma non era possibile prevedere che sarebbe accaduto così in fretta. E così bene, aggiungiamo. Perché la Nazionale ha innanzitutto fatto un salto di mentalità, è diventata coraggiosa, aggressiva, sicura – andare sotto e rimontare è sempre un gran bel segno -, e in questo salto ha imparato a divertire e divertirsi. Non è soltanto una questione di tiki-taka, di capacità inattesa ed evidente di saper comandare il gioco. E’ piuttosto la ricerca del difficile, del passaggio non banale, del movimento mandato a memoria, del sacrificio per il compagno e per la causa comune. Mancini ha fatto della Nazionale, storicamente agglomerato mal riuscito di elementi, un gruppo molto simile a una squadra di club. Un posto in cui ciascuno sa cosa fare e tutti lottano per il medesimo obiettivo.

Con grande umiltà, tra l’altro, qualità che non guasta mai. Il ritornello più frequente dell’ultima Italia è “dobbiamo ancora migliorare” ed è un ritornello che suona benissimo perché rende perfettamente l’idea di quanto i giocatori abbiano intenzione di fare. Che, per intenderci, non è partecipare ma vincere. L’Italia che andrà agli Europei – perché andrà agli Europei – non ha la minima intenzione di provarci. Vuole giocare alla pari con tutti e ha un anno davanti per provare a essere competitiva non più contro Grecia e Bosnia, ma contro Francia e Olanda, Inghilterra e Germania, quelle nazionali che da sempre e per sempre sono le nostre avversarie. Per ora c’è solo da essere felici eccome. Perché ci piace di nuovo vestirci d’azzurro e guardare la squadra di tutti e tifarla, seguirla, spingerla. Mai più senza, come un anno fa, ma più spettatori dei successi altrui. Questa è la strada. Mancini, sul quale non in molti avrebbero scommesso un euro, oggi sembra esserselo immaginato da sempre. E allora bravo a lui, bravissimo. E avanti così.

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