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La grande fuga dalle tasse

Il numero degli italiani che, per le ragioni più diverse, sposta la residenza all’estero è in costante aumento da molti anni. Nel 2016 coloro che hanno chiesto l’iscrizione all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) sono stati 123.717, il 15% in più rispetto a due anni prima, un record assoluto. E negli ultimi dieci anni questo flusso è aumentato del 49%, tanto gli espatriati sfiorano ormai la cifra di 5 milioni (su 56 milioni di italiani residenti in Italia). Ma una bella fetta di questi spostamenti di residenza è solo fittizia, ha solo l’obiettivo di non pagare le tasse in patria.

Lo stesso discorso vale per le imprese tricolore, anche se in questo caso è più difficile trovare dati affidabili perché le modalità con le quali si può spostare all’estero una o più sedi, o il reddito, sono infinite.

Il fenomeno è comune a tutti i paesi più sviluppati. Secondo dati Ocse, nel 2016, su oltre 30 miliardi di evasione stimata a livello mondiale, oltre due terzi sono causati dall’esterovestizione di persone fisiche e giuridiche, cioè dallo shopping fiscale attuato spostando la residenza o la sede in paesi a bassa fiscalità.

Negli ultimi anni sono stati numerosi gli strumenti legislativi messi in campo per cercare di contenere questo fenomeno: scambio automatico di informazioni, indeducibilità dei costi, transfer pricing, e così via. Ma nonostante ciò Agenzia delle entrate e Guardia di finanza devono nuotare controcorrente. In pratica meno di un contribuente su mille può essere veramente verificato. Anche perché i criteri previsti per contestare la residenza fittizia sono piuttosto complessi e richiedono indagini lunghe e laboriose. Non è certo sufficiente dimostrare che la persona fisica è rimasta in Italia per più di 183 giorni l’anno.

Ad esempio, secondo la recentissima circolare n. 1 della Guardia di finanza «al fine di accertare l’effettiva residenza di una persona fisica, è necessario valutare l’insieme dei rapporti sociali e familiari che un soggetto intrattiene, ragion per cui, indipendentemente dalla presenza fisica e dall’eventuale svolgimento di un’attività lavorativa prevalentemente all’estero, ai fini della permanenza in Italia della residenza fiscale, assumono rilievo: la disponibilità di una abitazione permanente; la presenza della famiglia; l’accreditamento di propri proventi dovunque conseguiti; il possesso di beni anche mobiliari; la partecipazione a riunioni d’affari; la titolarità di cariche sociali; il sostenimento di spese alberghiere o di iscrizione a circoli o club; l’organizzazione della propria attività e dei propri impegni, anche internazionali, direttamente o attraverso soggetti operanti nel territorio italiano». Insomma, una serie di attività investigative laboriose che, di fronte alla crescita esponenziale delle possibilità di comunicazioni e spostamenti, rischiano di costituire un argine più simbolico che reale.

Lo stesso discorso vale per le imprese dove occorre verificare se la società sia effettivamente costituita, se abbia una struttura idonea a svolgere l’oggetto sociale e se le direttive imposte dalla casa madre rientrino nelle normali politiche di gruppo volte a creare e raccordare la gestione unitaria e non invece a rendere totalmente eterodiretta la società estera (per un’analisi più precisa si veda l’insertino pubblicato all’interno di questo numero di ItaliaOggi Sette).

Contro la fuga delle persone, dei redditi, delle imprese e dei capitali alla costante ricerca di lidi a bassa fiscalità, gli strumenti a disposizione degli organi dell’accertamento sono sostanzialmente azioni dimostrative, attuate preferibilmente colpendo personaggi dello sport e dello spettacolo, per intimorire tutti gli altri contribuenti. La stessa Guardia di finanza riconosce, nella circolare diffusa pochi giorni fa, che «la dimensione globale raggiunta negli ultimi anni dall’economia si manifesta in maniera sempre più evidente nella mondializzazione dell’impresa, fortemente agevolata dall’abbattimento delle barriere doganali all’interno dell’Unione europea, dall’integrazione dei mercati finanziari e dall’avvento delle tecnologie telematiche».

La crescita impetuosa dell’economia digitale rende ancora più rapida la trasformazione epocale verso un mondo sempre più liquido, senza barriere, sempre più governato da invisibili algoritmi e che fa emergere problemi ai quali nessuno aveva mai pensato. Per governare fenomeni di questa portata ci vorrebbe un sistema fiscale mondiale. Ma questo è un capitolo ancora tutto da immaginare.

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