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"La pazza gioia", come Virzì racconta le donne – Foto

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ROMA. Le donne, che fantastica materia narrativa.

Paolo Virzì ci gira intorno da sempre, da La bella vita a La prima cosa bella, «ma non mi ero mai spinto verso le ‘matte’ vere che mi attraggono, mi ispirano, sono calamite forse perchè ci capita di provare lo stesso senso di smarrimento e disperazione», spiega. E così ha costruito su misura per le due protagoniste Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti La pazza gioia, il film con cui debutta al festival di Cannes, in concorso alla Quinzaine des Realizateurs il 14 maggio e poi in sala dal 17 in 400 copie da 01.

«Un piacere andare al festival ma anche una sorpresa, eravamo pronti per uscire il 3 marzo perfino con i manifesti, quando a fine gennaio è arrivata la lettera del festival che ci chiedeva il film in premiere mondiale e così abbiamo cambiato in corsa i programmi. Sarà una bella emozione», dice Virzì che già a luglio comincerà il nuovo film in America.

Anche se Cannes ha costretto la distribuzione ad un pericoloso (per gli incassi) slittamento in avanti. Scritto con Francesca Archibugi, il film è «realistico ma anche commedia avventurosa che in alcuni momenti diventa addirittura trip psicadelico visto che le benzodiazepine abbondavano».

In un casolare nella campagna toscana un’equipe di medici, psicologi e assistenti sociali oltre che suore bada a un gruppo di donne con disturbi mentali, un’umanità dolente seguita con affetto.

Tra loro spicca Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi), contessa, sopra le righe, vestita di seta e con lo champagne in mano anche in comunità, abituata a comandare, euforica. L’opposto di Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti), scura, depressa, anoressica, con il corpo pieno di tatuaggi, il pensiero altrove, un dolore terribile soffocato dentro.

La storia fa un giro, racconta i loro vissuti attraverso una fuga rocambolesca, pericolosa, che dovrebbe risolvere i loro ‘guai’, ma riapproda lì alla fine in quella comunità/casa dove le due donne si curano l’una con l’altra, dandosi quell’affetto e quella considerazione che forse non hanno mai avuto.

L’unica terapia è l’amore?

«Sì – risponde Virzì – se c’è una cura per tutti e per persone come loro ancora di più è la relazione affettiva. La terapia è l’amore e questa è la lezione che ho imparato facendo questo film».

Quell’amicizia imprevedibile, che è scattata tra le attrici casualmente sul set del Capitale umano si è riverberata durante le riprese della Pazza gioia.

«Le ho amate sul set, bellissime da inquadrare, una coppia comica, buffa, struggente, non mi stancavo di seguirle con la macchina da presa, si gasavano l’una con l’altra, ‘pazze’ come nella sceneggiatura».

Nel film, che è tragedia e commedia come sempre nella cinematografia di Virzì, il tema della salute mentale è affrontato con sufficiente realismo.

«Siamo andati a Trieste, a Montecatini, un posto a Roma che si chiama Villa Santa Chiara dove una paziente bipolare si è presentata vestita da sposa, a Castiglione delle Stiviere dove ci sono le mamme infanticide non ci hanno fatto andare, ma libri, blog come State of mind, professori ne abbiamo visti tanti, non volevamo sbagliare». Ma al di là del realismo sui matti «è chiaro che queste due protagoniste diventano subito due eroine alle quali – dice Virzì – non puoi non voler bene, tenere, ‘sbagliate’, con i loro difetti, per me erano come Stanlio e Ollio femmine».

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