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La piccola Eleonora e quella richiesta delle assicurazioni: «Ridateci i soldi, morirà presto»

La piccola Eleonora e quella richiesta delle assicurazioni: «Ridateci i soldi, morirà presto»

Eleonora ha dieci anni. La sua canzone preferita – papà Davide lo racconta sempre – è Balliamo sul mondo di Ligabue. Fa i biscotti con la mamma, aiutandola con le formine: sopra, poi, ci scrivono con la Nutella Mamma, Papà, Eleonora. Va in piscina e ha un grande peluche rosso a forma di orso.

Ma Eleonora è tetraplegica e vive su una sedia a rotelle che pesa 60 kg. Qualcosa, all’ospedale di Rovigo in sala parto, in quel dicembre di 10 anni fa, è andato molto, molto male. A dirlo sono le sentenze: un anno fa la Corte d’Appello di Venezia ha «accertato la penale responsabilità» delle due ginecologhe Dina Cisotto e Cristina Dibello per la grave disabilità della bimba.

Alla famiglia è stato riconosciuto – dieci anni dopo – un risarcimento di 5,1 milioni di euro per far fronte alle cure e al mantenimento di Eleonora per tutta la sua vita: una sentenza del Tribunale di Rovigo, a settembre dello scorso anno, ha condannato a pagare le ginecologhe, l’azienda sanitaria e i due gruppi assicurativi LLoyd’s e Am Trust Europe Limited. C’è voluto però l’intervento dell’Ivass, l’istituto per la vigilanza sulle assicurazioni, per far sbloccare l’importo. Che è arrivato a gennaio e che è ora bloccato.

Le assicurazioni chiedono indietro i soldi: «La bimba morirà presto»

Nei prossimi giorni i giudici decideranno o meno se ammettere una perizia di un neonatologo presentata ieri, mercoledì 13 marzo, dagli assicuratori dei Lloyd’s e dall’Am Trust Europe Limited alla Quarta Sezione Civile della Corte d’Appello a Venezia. L’obiettivo è quello di riaprire il caso giudiziario e chiedere che la famiglia restituisca parte del maxi-risarcimento predisposto dal Tribunale di Rovigo. Secondo la perizia la bambina ha basse aspettative di vita: tra i 10 e i 20 anni. Insomma, morirà presto.

I due gruppi assicurativi, contattati da Open, non hanno rilasciato dichiarazioni. «Abbiano appreso della richiesta solo stamane dalla stampa», spiegano invece dall’Ivass. «E ci siamo già attivati subito, inviando le nostre lettere sia all’autorità di sorveglianza – gli omologhi nel Regno Unito – ma soprattutto con il management delle due società interessate. Abbiamo dichiarato il nostro disappunto e comunicato che monitoreremo da vicino la vicenda».

Il parto

Una doccia gelata che ha lasciato i genitori della piccola, Davide e Benedetta, increduli. E arrabbiati. «È una perizia che non ha senso, la bambina non è mai stata visitata dal medico che ha fatto quella consulenza pagata dalle assicurazioni», racconta a Open il papà di Eleonora, Davide Gavazzeni. Eleonora «è una bambina che mangia da sola, beve da sola. Sì, va aiutata, non riesce a portare il cibo alla bocca con le mani. Ma da un certo punto di vista lei è nata sana», dice Davide. «Solo che gli è stato danneggiato il cervello al momento del parto con quelle ore e ore di manovre di Kristeller e poi l’uso delle ventose».

Davide torna indietro con la memoria a quel terribile giorno che ha cambiato per sempre le loro vite. Stavano per diventare genitori per la prima volta. «Eravamo in cura con un ginecologo di quell’ospedale e avevamo programmato il cesareo. Quando ci siamo recati in ospedale, dopo che a mia moglie si erano rotte le acque a casa – erano le nove di mattina – ci ha accolti il ginecologo e instradati per il cesareo. Ma secondo le ostetriche di turno la bambina era ben incanalata e stava scendendo bene: si poteva procedere con un parto naturale. Cosa sconsigliata, perché Benedetta aveva subito un intervento all’occhio e lo sforzo non era consigliabile».

Dalle 9 del mattino alle 9 di sera «Hanno provato il parto naturale. Poi, per altre due ore e mezzo, hanno incominciato a fare le manovre di Kristeller. Noi continuavamo a chiedere il cesareo, disperati. E loro dicevano “no, è il nostro lavoro, fidatevi, è il vostro primo figlio”. Alla fine il prezzo più alto lo ha pagato Eleonora».

I processi

Davide presenta denuncia il giorno dopo la nascita di sua figlia, nel dicembre 2008. Il primo processo, racconta, viene incardinato nel 2013. «Dopo un processo penale vinto in corte d’appello a Venezia che ha riconosciuto la responsabilità delle due ginecologhe e dell’azienda sanitaria, parallelamente abbiamo istruito un giudizio civile», racconta il legale della famiglia, Mario Cicchetti. Giudizio «che si è concluso con la sentenza per il maxi-risarcimento del settembre scorso». La somma «è stata pagata solo a seguito di una serie di attività giudiziarie ed extra: abbiamo interessato il Parlamento, l’Ivass».

Ora «hanno fatto appello dinanzi alla corte d’appello di Venezia e questi due gruppi assicurativi hanno tirato fuori dal cilindro la storia dell’aspettativa di vita di questa bambina». Ma, ragiona l’avvocato, «in nessun processo civile ma neanche penale d’appello è possibile produrre ulteriore documentazione, a meno che la parte non provi di non essere stata in grado di produrre quelle allegazioni nel primo grado di giudizio».

«Abbiamo alle spalle sei anni di giudizio civile e dieci di penale, e nessuno dei gruppi assicurativi coinvolti ha mai prodotto o neanche chiesto di ragionare sull’aspettativa di vita della bambina. È chiaro che questa richiesta deve essere dichiarata inammissibile e i documenti stralciati».

Per il legale «è una mera eresia, una richiesta che non sta nè in cielo nè in terra dal punto di vista giuridico e umano»: «Ammesso e non concesso che questa bambina possa avere un’aspettativa di vita inferiore alla media delle donne, non possiamo non riconoscere che la gravissima patologia che la affligge è diretta conseguenza delle condotte delle ginecologhe. È inutile continuare con questi giochini da parte di chi per dieci anni ha dimostrato di disinteressarsi completamente della vicenda di questa bambina».

A casa di Eleonora

Ora la famiglia di Eleonora si è trasferita a Ravenna, per essere più vicina al centro iperbarico. «Per fronteggiare le spese, spendiamo 5mila euro al mese, tra camera iperbarica, ossigenoterapia, fisioterapia, piscina, farmacia», racconta ancora Davide. La bambina prende sui mille euro di invalidità.

«Ma la farmacia costa 150 euro ogni settimana, la piscina va pagata ogni mese, l’ossigenoterapia anche», dice il papà. «Abbiamo rinunciato a pagare alcune rate di affitto, la proprietaria ci ha aiutati ma giustamente ha dei costi, non è che ci può tenere qui gratis. Le abbiamo chiesto di pazientare un attimo».

L’appartamento «non è idoneo, il bagno è piccolo. A noi fa comodo perché è vicino al centro iperbarico, ma quando finalmente potremo usare quel denaro costruiremo una casa adibita alle esigenze di Eleonora, con un sollevatore a soffitto che la sposti tra le camere senza barriere architettoniche».

Mamma Benedetta, dopo la nascita della figlia, è rimasta a casa: prima faceva l’operaia in una ditta di serigrafia. «Qualcuno si deve occupare di lei. Io quando riesco – quando non siamo tra ospedali e visite – faccio il lavoro di artigiano», dice Davide. «Ma non mi vergogno di dirti che negli ultimi anni sono poche le giornate che sono riuscito a fare pienamente il lavoro». Perché «sul mondo, lo sai – canta Ligabue – si scivola».

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