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La violenza domestica: parlando di sicurezza. Affrontala subito...

La violenza domestica: parlando di sicurezza. Affrontala subito…

11.02.2019 – 16.35 – Approfitto dei fatti di cronaca accaduti in questi giorni e riguardanti la violenza domestica, per trattare di questo particolare tema. Una premessa è doverosa: l’argomento è davvero delicato, ed esula quasi totalmente dal settore “autodifesa”. Ma ritengo importante fornire qualche spunto da tecnico, sperando possa essere utile a qualche vittima e augurandole di trovare la forza per cambiare la sua triste situazione. Vediamo un po’ di definire in modo quasi completo il concetto di “violenza domestica”: “La violenza domestica è il comportamento abusante di uno o entrambi i compagni in una relazione intima di coppia, quali il matrimonio e la coabitazione” (la più generale e diffusa delle definizioni: Wikipedia).

Questo tipo di violenza può manifestarsi in varie forme: violenza sessuale, fisica, verbale e psicologica. Inoltre, comprende anche abusi, minacce, intimidazione, controllo della libertà personale e relazionale, privazione economica, trascuratezza e Stalking [lo Stalking, mutuato dal termine inglese che identifica quel tipo di comportamento – ‘braccare’, ‘inseguire’ – consiste in una serie di atteggiamenti da parte di un individuo che si manifestano in persecuzioni, e provocano uno stato d’ansia e paura compromettendo, in tal modo, il normale svolgimento della vita quotidiana NdR]. Le dimensioni di questo fenomeno sono di difficile valutazione, in quanto le fonti sono molteplici, i metodi di indagine differenti tra loro, l’attendibilità delle informazioni non sempre è garantita e, soprattutto, c’è un numero enorme di vittime che non denuncia gli abusi subiti. La legge prevede vari tipi di intervento, dall’ammonimento al divieto di avvicinamento, dagli arresti domiciliari al carcere vero e proprio (nei casi più gravi), ma lo strumento più importante che si cerca di sviluppare è la prevenzione, sia attraverso la l’informazione, sia attraverso progetti mirati. Inoltre, per completezza, ricordo che i costi annui diretti, come ad esempio quelli sanitari, ed indiretti come l’assenza dal lavoro o il calo di rendimento e produttività, relativi alle violenze domestiche, si aggirano intorno ai 17 miliardi di euro, a fronte dei pochi milioni spesi per la prevenzione del fenomeno.

Adesso che abbiamo un quadro molto sintetico, ma spero abbastanza chiaro e completo, facciamo qualche considerazione. La prima domanda che nasce spontanea è: “Ma perché non molla il partner”? La risposta è davvero delicata e complessa, e se c’è l’interesse sull’argomento, prometto che lo affronterò con l’ausilio del dottor Nardelli, lo psicoterapeuta che ha già collaborato con me in questa rubrica. Quello che posso suggerire, a livello di prevenzione, è di fare molta attenzione ai comportamenti del partner stesso, soprattutto nel primo periodo passato insieme. Attenzioni morbose, comportamenti aggressivi e intimidatori, eccessivo controllo e prevaricazione non sono espressione di un amore appassionato e di una gelosia innocua, ma spesso sono solo il prologo di una violenza e di una prigionia davvero difficili da affrontare.

Leggendo gli articoli di cronaca che parlano dell’argomento, una delle costanti è che la persona – il partner – era già stata segnalata in passato per lo stesso motivo, o era già noto alle forze dell’ordine per episodi simili.
Ecco, dal punto di vista della prevenzione, questa la reputo una falla importante nel sistema. È vero che è sempre molto delicato capire quanto sia grave e reale una segnalazione, ed è anche vero che le forze in campo sono poche. Sarebbe auspicabile poter fare molta più attenzione e seguire i casi di chi ha avuto il coraggio di denunciare. Perché di vero coraggio si tratta.

Per paura di ritorsioni, o per non far soffrire troppo i figli, o per motivi emozionali e psicologici, purtroppo l’azione di denunciare l’autore del sopruso domestico richiede forza, coraggio ed energie notevoli. Non tanto per l’azione stessa del segnalare la propria condizione, quanto per riuscire a sopportarne le conseguenze, spesso lunghe e per niente prive di sofferenza. Altre volte, purtroppo, si può arrivare addirittura alla sudditanza (psicologica, affettiva, economica), la quale rappresenta una barriera veramente potente, che spesso inibisce la vittima dal denunciare la sua triste condizione. La denuncia, o la richiesta di aiuto, viene fatta solo in casi ormai estremi, dopo molti maltrattamenti subiti; si ha spesso paura di arrivare alla scelta estrema, alla separazione e alle conseguenze legali. Si vuole risparmiare un così grande impatto emotivo ai figli. Si cerca di evitare il fallimento del proprio matrimonio (anche per motivi di tipo sociale: “Chissà cosa penserà la gente”). Si teme di sentirsi persone sbagliate (“Avrei potuto fare così”, “Avrei potuto agire in un altro modo”, “Probabilmente è colpa mia”). Si ha paura di esser stati partner inadatti. Addirittura ci si sente donne fallite (“Potevo cambiarlo,ma non ce l’ho fatta”). Allora si aspetta. Si sopporta, e si aspetta. Ma nel frattempo il mostro cresce, e il dolore aumenta. E ci si decide ad agire solo dopo aver passato anni di sofferenze fisiche, psicologiche e sociali. Quali soluzioni, quindi?

Soluzioni, in un articolo dedicato alla sicurezza, è quasi impossibile proporne. Al massimo qualche suggerimento, dettato dall’esperienza maturata in tanti anni nel settore, dalla collaborazione con specialisti di alto livello e da ciò che dice il buon senso. Iniziamo.

Innanzitutto, se stai frequentando un ragazzo, cerca di fare attenzione al suo background (culturale, familiare, sociale, etnico, caratteriale), il suo passato con le partner prima di te, e le sue reazioni di fronte a situazioni che fa fatica a gestire, o che lo mettono sotto pressione. Questo perché se è cresciuto, o è stato educato, con l’idea che le donne non siano allo stesso livello dell’uomo, siano comunque inferiori, o siano di proprietà del marito e si possano maltrattare, eccetera… allora forse è meglio “drizzare le antenne”. Siamo ancora un po’ lontani, in Italia, da quell’idea di parità o di emancipazione che le donne, invece, lottano per ottenere. Prove? Tre esempi.

Quante sono le famiglie che conoscete nelle quali, lavorando entrambi i partner, i lavori di casa siano veramente equamente distribuiti? Poche? Nessuna? Ancora oggi, pur lavorando entrambi, i lavori di casa spettano ancora in gran parte alla donna. Non è così? Esistono le eccezioni, ma sono poche.
Quante volte si è sentito, difendendo magari una donna che ha preso una sberla dal marito, opinioni del tipo: “Va bene, ma per una sberla…”, oppure “Magari se la meritava”. Anche questo è un indice. Ci dice che spesso gli uomini predicano bene ma razzolano male.
Quante volte si sentito di qualcuno raccontare che, tornato a casa, stanco dal lavoro, stressato per una scadenza, nervoso per qualche motivo, non ha sopportato le parole della moglie e ha finito per maltrattarla? Capita molto frequentemente. Capita perché è facile, lei sopporta, qualunque cosa faccia lui, lei comunque è sempre li. E l’uomo medio è abituato così. È un po’ provocatorio; ma sono un tecnico, non un diplomatico, e vogliamo far riflettere.

Il mio consiglio, fin da subito, è quello di pretendere rispetto. Se vedi che all’inizio va tutto bene, ma dopo un po’ lui inizia a cedere e, magari sporadicamente, scappa un insulto, o si mette a urlare senza che tu abbia fatto niente di diverso dal solito, o ti maltratta, allora metti subito in chiaro le cose e sii molto diretta nel dirgli che deve cambiare atteggiamento. Devi pretenderlo. Se, peggio ancora, alza le mani, magari anche solo una spinta, drizza le antenne, perché non è un buon segnale: magari sarà l’unica volta che capita (meglio così: perdere il controllo è qualcosa che può succedere), ma non trascurare la cosa. Prova a pensarci: quando è sotto stress, lui tratta male o alza le mani sui suoi amici? No? E allora perché dovresti accettare che lo faccia con te? Devi andare oltre la mentalità “È sempre stato così”, oppure “Appena si calma torna ad essere dolce”. Sappi che non funziona così. Diventerà dolce per il senso di colpa, ma quando si troverà di nuovo sotto stress, la storia si ripeterà. Quindi: antenne dritte, tanta comunicazione, e pretendere sempre rispetto. Per il tuo corpo, per i tuoi obiettivi di vita, per le tue esigenze, per le tue idee. Ricorda che amore è rispetto. Se non ti rispetta, o non ti ama, o non sa come farlo.

Altri consigli riguardano il fare attenzione alle anomalie nel suo comportamento, soprattutto a quelle che indicano possessività nei tuoi confronti. Si altera se vuoi uscire con le amiche,  per come ti vesti, perché dedichi tempo ai tuoi interessi, o perché vuoi andare a trovare i tuoi genitori o parenti? Se senti che con queste esigenze non porti via niente al vostro rapporto e che non gli stai mancando in alcun modo a tua volta di rispetto, allora sii pronta ad affrontare la cosa e, di nuovo, comunicazione e “antenne dritte”. Lo so che la donna è più emotiva dell’uomo, e che ragiona con il cuore; ma per una volta sii razionale, affronta la situazione con il cervello, e prendi la decisione migliore per la tua vita, presente e futura. Di vita ne hai soltanto una.

Ci vuole forza, e non sempre è facile. Più cose ci sono in comune  – la casa, i figli – e più ce ne vuole. Allora diventa importante parlare con qualcuno che può aiutarti o che ti vuole bene: i tuoi genitori, uno specialista, degli amici veri o qualche altra persona che ci è già passata ma è riuscita ad uscirne. Affronta la cosa fin dal primo episodio che ti è sembrato strano. Ne vale la pena, ne va del tuo futuro.

Ok. In teoria, ho concluso. Ho scritto quello che penso (non tutto, ma va bene così), e spero che in un modo o nell’altro possa esser stato d’aiuto per comprendere meglio il problema, o per vederlo da un’altra prospettiva. Il rischio di subire violenza da parte di un altro membro della stessa famiglia è mediamente assai più elevato rispetto a quello di essere aggredita per strada da sconosciuti. Episodi di violenza fisica di una certa serietà si verificano, almeno una volta, nel 30% di tutti i nuclei familiari.

Prenditi cura di te. E se ci sono argomenti specifici, dubbi o situazioni sulle quali vuoi avere chiarimenti, opinioni o informazioni, scrivici. Ci sentiamo tra due settimane.

Parlando di sicurezza.

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