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[L'analisi] Francesco chiede di andare oltre i social: il messaggio del Papa al complesso mondo di Internet

[L’analisi] Francesco chiede di andare oltre i social: il messaggio del Papa al complesso mondo di Internet

Traguardi nuovi e umanizzanti per la comunità umana papa Francesco li propone anche al complesso mondo di internet: strumento prezioso che l’uomo deve dirigere verso il bene comune senza lasciarsi irretire dai tanti incantesimi che la Rete propaga e che solo una forte presa di coscienza e l’amore per il bene comune può rendere innocui.

L’occasione per dare una misura di quanto il suo pontificato è al servizio dello sviluppo della qualità della vita per tutta l’umanità sostenendo gli elementi positivi della Rete e contrastando gli elementi pericolosi e distruttivi che vi si annidano è stato offerto al papa dal Messaggio per la 53ma Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali che in genere si celebra a primavera inoltrata ma che viene diffuso il 24 gennaio, festa liturgica di San Francesco di Sales protettore dei giornalisti.

L’obiettivo di Francesco è ambizioso poiché si alimenta alla rapida evoluzione che la Chiesa ha dovuto seguire per stare al passo dei tempi sul piano della tecnologia della comunicazione sociale.

Attenzione allo sviluppo tecnologico

Non si può negare un’attenzione singolare della Santa Sede allo sviluppo tecnologico prima industriale e ora informatico e nonostante la minuscola dimensione dello Stato della Città del Vaticano ha sempre cercato di stare all’avanguardia. La comunicazione sociale, infatti, è stata sempre considerata uno strumento prezioso della pastorale per evangelizzare secondo le esigenze dei tempi. Tempestive pertanto le tecniche innovative adottate. Più lento il cammino della riflessione sociale e teologica per governare il fenomeno della comunicazione sociale.

Tuttora in ambito cattolico si fatica a distinguere l’uso dei media nell’opera di evangelizzazione che dovrebbe restare distinto e diverso dalla predicazione del Vangelo e della morale cristiana. Ma il più delle volte i media anziché nella loro autonomia secolare vengono visti come mezzi dipendenti dall’autorità ecclesiastica. L’opposto cioè di quello che è la funzione della stampa in generale, ossia come garanzia di libertà e giustizia, controllo democratico del potere in tutte le sue espressioni che con frequenza è in grado di manipolare la verità che viene identificata con l’agire dei potenti.

Il concilio Vaticano II (1962-65) celebrato e terminato con straordinari documenti innovativi, sul versante della comunicazione non fu altrettanto profetico e coraggioso. Anzi il tema era per lo più ignorato dai padri conciliari che approvarono in materia  dei mezzi di comunicazione sociale un Decreto che entusiasmò poco e venne giudicato molto povero rispetto all’ampiezza di visione di altri testi chiamati Costituzioni che hanno impresso e guidato la grande riforma della Chiesa tuttora non conclusa. Fu il primo dei documenti approvati in data 4 dicembre 1963 da concilio che nello stesso giorno approvò in via definitiva la Costituzione sulla Liturgia, vero documento rivoluzionario in seguito al quale vennero introdotte le lingue moderne parlate oggi dai popoli e fu relegato in seconda linea il latino che i più non comprendevano ormai da secoli.

Internet allora non era neppure all’orizzonte, ma la riflessione culturale sui media allora conosciuti, non riuscì a galvanizzare nessuno. Tuttavia furono introdotti alcuni semi che negli anni furono sviluppati e approfonditi dal magistero cattolico arrivando con l’elaborazione di alcuni grandi documenti a quanto Francesco scrive oggi nel suo Messaggio.

Diritto all’informazione

Il concilio sottolineò il diritto all’informazione “su quanto convenga  alle persone sia singole, sia associate. Tuttavia – si ammoniva – il retto esercizio  di questo diritto  richiede che la comunicazione nel suo contenuto sia sempre vera e, salve la giustizia e la carità, integra; inoltre, nel modo, sia onesta e  conveniente, cioè rispetti scrupolosamente le leggi morali, i legittimi diritti  e la dignità dell’uomo, sia nella ricerca delle notizie, sia nella loro divulgazione. Non ogni cognizione infatti giova, mentre la carità è costruttiva”.

Ma proprio attenendosi ai semi positivi e sempre validi contenuti nel testo conciliare pubblicato con il titolo “Inter mirifica” (Tra le meravigliose invenzioni tecniche) i testi successivi sono stati non di rado anticipatori di sviluppi e difensori del diritto universale all’informazione.  E così, anche nel testo di Francesco si coglie qualche eco del concilio proposto nei termini del nuovo contesto che la Rete ha davvero rovesciato. La Rete è la strada dell’informazione in un mondo globalizzato, ma il papa non manca di proporre una lettura critica, nel senso che discerne gli aspetti positivi che sono tanti e vanno conservati e incrementati e gli aspetti pericolosi per un equilibrato sviluppo umano e la formazione di società solidali. La rete si presenta come un bel problema specialmente per l’educazione delle persone, giovani soprattutto. Pertanto, già dal titolo “Dalle social network communities alla comunità umana » Francesco scopre le sue carte

“Occorre riconoscere – scrive tra l’altro il papa – che le reti sociali, se per un verso servono a collegarci di più, a farci ritrovare e aiutare gli uni gli altri, per l’altro si prestano anche ad un uso manipolatorio dei dati personali, finalizzato a ottenere vantaggi sul piano politico o economico, senza il dovuto rispetto della persona e dei suoi diritti. Tra i più giovani le statistiche rivelano che un ragazzo su quattro è coinvolto in episodi di cyberbullismo.

Le comunità

È a tutti evidente come, nello scenario attuale, la social network community non sia automaticamente sinonimo di comunità. Nei casi migliori le community riescono a dare prova di coesione e solidarietà, ma spesso rimangono solo aggregati di individui che si riconoscono intorno a interessi o argomenti caratterizzati da legami deboli. Inoltre, nel social web troppe volte l’identità si fonda sulla contrapposizione nei confronti dell’altro, dell’estraneo al gruppo: ci si definisce a partire da ciò che divide piuttosto che da ciò che unisce, dando spazio al sospetto e allo sfogo di ogni tipo di pregiudizio (etnico, sessuale, religioso, e altri). Questa tendenza alimenta gruppi che escludono l’eterogeneità, che alimentano anche nell’ambiente digitale un individualismo sfrenato, finendo talvolta per fomentare spirali di odio. Quella che dovrebbe essere una finestra sul mondo diventa così una vetrina in cui esibire il proprio narcisismo”.

“Può potenziare l’autoisolamento”

“La rete è un’occasione per promuovere l’incontro con gli altri, ma può anche potenziare il nostro autoisolamento, come una ragnatela capace di intrappolare. Sono i ragazzi ad essere più esposti all’illusione che il social web possa appagarli totalmente sul piano relazionale, fino al fenomeno pericoloso dei giovani “eremiti sociali” che rischiano di estraniarsi completamente dalla società. Questa dinamica drammatica manifesta un grave strappo nel tessuto relazionale della società, una lacerazione che non possiamo ignorare.

Questa realtà multiforme e insidiosa pone diverse questioni di carattere etico, sociale, giuridico, politico, economico, e interpella anche la Chiesa. Mentre i governi cercano le vie di regolamentazione legale per salvare la visione originaria di una rete libera, aperta e sicura, tutti abbiamo la possibilità e la responsabilità di favorirne un uso positivo.

È chiaro che non basta moltiplicare le connessioni perché aumenti anche la comprensione reciproca. Come ritrovare, dunque, la vera identità comunitaria nella consapevolezza della responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri anche nella rete online?”. Solo a questo punto Francesco suggerisce un contributo tipico dell’essere cristiano, richiamandosi all’apostolo Paolo che sosteneva che tutti al mondo “Siamo membra gli uni degli altri”.

“Membra gli uni dagli altri”

“L’essere membra gli uni degli altri è la motivazione profonda, con la quale l’Apostolo esorta a deporre la menzogna e a dire la verità: l’obbligo a custodire la verità nasce dall’esigenza di non smentire la reciproca relazione di comunione. La verità infatti si rivela nella comunione. La menzogna invece è rifiuto egoistico di riconoscere la propria appartenenza al corpo; è rifiuto di donarsi agli altri, perdendo così l’unica via per trovare se stessi.

[…]Non c’è più bisogno dell’avversario per auto-definirsi, perché lo sguardo di inclusione che impariamo da Cristo ci fa scoprire l’alterità in modo nuovo, come parte integrante e condizione della relazione e della prossimità”.

 

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