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Licenziamento in malattia: cosa succede se è causata da mobbing

Licenziamento in malattia: cosa succede se è causata da mobbing

Chi resta a casa e supera il periodo di comporto per una patologia provocata dall’atteggiamento persecutorio dell’azienda può essere cacciato?

La legge e la giurisprudenza si mettono dalla parte dei cittadini quando questi sono vittime di mobbing. Perché una cosa è restare a casa in malattia per troppo tempo a causa di un banale raffreddore ed un’altra ben diversa superare il periodo di comporto perché al lavoro si subisce un’eccessiva quanto ingiustificata pressione che supera il confine della persecuzione. Non è una situazione facile da gestire, questo è certo. Allora, in caso di licenziamento in malattia, cosa succede se è causata da mobbing, cioè se il motivo per cui il lavoratore ha un certificato medico che gli consente di stare a casa è che si sente perseguitato al lavoro da un superiore?

Succede che se l’azienda prova ad interrompere il rapporto di lavoro, quel licenziamento è illegittimo. Anche se è stato superato il tetto massimo dei giorni in cui un dipendente può usufruire della malattia, cioè il periodo di comporto. Così ha stabilito la Corte di Cassazione in una sentenza di qualche anno fa [1] sul caso di un lavoratore vittima di contestazioni disciplinari, sanzioni, visite fiscali eccessive ed altri comportamenti persecutori da parte del suo datore di lavoro. Un vero e proprio mobbing, insomma, sfociato in una crisi psicologica che richiese altri giorni di malattia e che portò al superamento del comporto. L’azienda provò a cacciarlo via per questo motivo ma la magistratura ha dato ragione al dipendente determinando che in caso di licenziamento in malattia, se questa è causata da mobbing, il provvedimento disciplinare non è legittimo. Vediamo perché.

Mobbing: quando si presenta?

Si può parlare di mobbing quando ci sono nei confronti di un dipendente dei reiterati e prolungati comportamenti ostili. Per dirla in maniera estremamente semplice, il classico «ce l’ha con me» ma in forma aggravata. Se a manifestare questi atteggiamenti è un superiore (il capoufficio oppure lo stesso datore di lavoro) si è di fronte ad un mobbing verticale, o bossing, che dir si voglia. Invece, gli atti persecutori che arrivano dai colleghi sono quelli noti come mobbing orizzontale.

In qualsiasi caso, il lavoratore che viene preso di mira subisce delle umiliazioni, delle angherie, delle pressioni eccessive. Dei comportamenti che possono provocare una malattia fisica o psichica, oltre a minare la sua carriera professionale.

Secondo la Cassazione, il mobbing esiste certamente quando si manifestano questi comportamenti:

pluralità di atteggiamenti ostili;
vessazioni ripetute per almeno sei mesi;
danno alla salute e alla dignità del lavoratore;
danno provocato dalla condotta del superiore o dei colleghi con un evidente rapporto di causa-effetto;
comportamenti messi in atto con un chiaro intento persecutorio, cioè mirati a fare del male.

Come si traduce tutto questo nella pratica e come può portare il dipendente a mettersi in malattia? Basti pensare al datore di lavoro che toglie delle mansioni ad un dipendente fino a portarlo ad una noiosa quanto snervante inattività forzata per farlo sentire inutile e incapace. Oppure a chi costringe un lavoratore a svolgere delle mansioni tipiche di un livello inferiore. Immagina che il tuo capo ti tenga in ufficio solo per portargli il caffè quando in realtà sei stato assunto per fare un lavoro ben diverso.

Ma, come dicevamo, anche i colleghi possono essere responsabili di mobbing. Ad esempio, quando si mettono d’accordo per non rivolgere la parola ad un lavoratore o per escluderlo nei momenti di pausa, per parlare male di lui anche ai superiori, per criticare tutti insieme il suo lavoro.

Malattia per mobbing: quando restare a casa?

Essere costretti a vivere in un ambiente del genere non può che avere delle conseguenze sulla salute del lavoratore vittima del mobbing. Buona parte di chi subisce ogni giorno dei soprusi o delle persecuzioni al lavoro presenta delle difficoltà a relazionarsi anche fuori dall’ufficio o della fabbrica, con gli amici, con la famiglia. Perde la propria stima, accusa attacchi di ansia e cade in depressione. Quando basta per chiedere e ottenere dei giorni se non delle settimane di malattia.

In altre persone il disagio si manifesta da un punto di vista fisico, non soltanto psichico. Lo stress, infatti, può causare disturbi anche gravi a livello neurologico, gastrico o intestinale, frequenti e violenti mal di testa, ecc. Patologie come la colite ulcerosa o la gastrite sono spesso causate da una pressione eccessiva che trova sfogo laddove una persona è fisicamente più vulnerabile.

Sarà un medico, e non il dipendente stesso, a decidere quanto può essere lungo quel periodo di assenza. Durante il quale, però, il mobbing potrebbe manifestarsi ancora. Immagina, infatti, che un datore di lavoro chieda in continuazione delle visite fiscali, quasi a voler dire al dipendente: «Non ti mollo anche se sei a casa». Ciò non fa altro che esasperare ancora di più la vittima del mobbing e prolungare la malattia.

Malattia per mobbing: le visite fiscali

Citavamo, appunto, le visite fiscali. Quando sono troppo frequenti, possono essere considerate mobbing durante la malattia? Su questo aspetto ci sono diversi orientamenti.

Per la Cassazione non si parla di mobbing se non esiste da parte del datore di lavoro un intento persecutorio provato [2]. Intento che non esiste con riferimento all’orario delle visite, dato che lo sceglie il medico fiscale e non l’azienda [3].

Precedentemente, la Suprema Corte aveva stabilito il risarcimento del danno al dipendente che riceve delle continue visite fiscali richieste dal datore di lavoro indipendentemente dal risultato di quelle precedenti in cui si certificava la persistenza della malattia. In altre parole: il medico ti vede questa mattina, stabilisce che sei ancora malato e torna nel pomeriggio su richiesta dell’azienda per vedere se sei guarito. Questo sì che può essere ritenuto un intento persecutorio e, quindi, mobbing [4].

È stata sempre la Cassazione a determinare che non si può abusare delle visite fiscali in quanto ciò limiterebbe la libertà di movimento prevista dalla Costituzione. Anzi: costringere il lavoratore a restare sempre a casa potrebbe pregiudicare la sua guarigione, soprattutto nei casi in cui uscire ogni tanto giova alla salute del malato. La Corte dice a chiare lettere che se il dipendente è già stato sottoposto ad un accertamento da parte del medico fiscale, non è più tenuto a rispettare per l’ulteriore decorso della malattia e nei limiti della prognosi accertata le fasce orarie di reperibilità e, quindi, non può essere licenziato per l’assenza domiciliare a meno che non sia stata decisa una nuova visita con il dovuto preavviso [5].

C’è da ricordare, però, che quest’ultima sentenza è stata superata dalla creazione del polo unico delle visite fiscali che, dal 2018, permette all’azienda di chiedere un secondo controllo nell’arco della stessa giornata.

Malattia per mobbing: il licenziamento è legittimo?

Come detto all’inizio di questo articolo, la Cassazione ha escluso il licenziamento in malattia se è causata da mobbing. Nella sentenza in commento, la Suprema Corte ha esaminato il caso di un dipendente più volte vessato da ammonizioni disciplinari seguite da multe e sospensioni. Rimasto a casa in malattia, ha avuto 15 visite fiscali in tre mesi. A seguito di una ricaduta per motivi psicologici, determinata sempre da un rimprovero di un superiore, è stato licenziato perché aveva superato il periodo di comporto, cioè il numero massimo di giorni di assenza, fissato dal contratto nazionale di categoria.

Un comportamento, quello dell’azienda, censurato dai magistrati già dal primo grado: per i giudici, si trattava di sanzioni sproporzionate. Inoltre, grazie ad una perizia, è stato accertato che il malessere era determinato dall’ambiente lavorativo e dalla condotta dell’azienda.

Arrivati in Cassazione, la Corte ha confermato sia il nesso causale tra la malattia ed il mobbing sia il mancato superamento del periodo di comporto. Per gli ermellini, infatti, quando la malattia è provocata da un atteggiamento negativo da parte dell’azienda, i giorni di assenza non devono essere conteggiati nel comporto.

Pertanto, quando la malattia è causata da mobbing il licenziamento è illegittimo.

Malattia per mobbing: c’è un risarcimento?

Che succede, dunque, quando si viene licenziati in malattia se è causata da mobbing? La prima cosa da fare è impugnare il licenziamento. Dopo aver sentito un avvocato, si può avviare una causa legale per ottenere il reintegro in azienda oppure per avere un risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale.

Inoltre, al di là del licenziamento in sé, c’è la possibilità di ottenere una tutela civile per il risarcimento del danno subìto da mobbing, sempre con un ricorso in tribunale.

Servono, però, delle prove che accertino il nesso causa-effetto, cioè che dimostrino che la malattia ed il danno patito sia stato provocato dal comportamento vessatorio e discriminante del datore di lavoro o dei colleghi prolungati nel tempo (che non si tratti, cioè, di un episodio o di un rimprovero isolato). Cosa non semplice, perché spesso i superiori esercitano delle pressioni sui colleghi affinché restino zitti.

In sostanza, la vittima di mobbing deve dimostrare:

che ci siano stati degli atteggiamenti persecutori nei suoi confronti tali da creare attorno a lui un ambiente ostile e insopportabile. Ad esempio, dei costanti rimproveri anche in pubblico volti a mettere in ridicolo o in cattiva luce il dipendente, le accuse di incapacità o di negligenza anche ingiustificate, le critiche sul suo modo di lavorare, il demansionamento ingiustificato, ecc.;
il danno alla salute o alla propria personalità, certificato da una perizia medica. Si parla, come dicevamo, di depressione, di ansia, di esaurimento nervoso fino ad arrivare alla perdita del lavoro perché, nei casi estremi, il dipendente decide di dimettersi pur di non mettere più piede in quell’ufficio;
il legame tra entrambe le cose, cioè tra il comportamento di azienda o colleghi ed il danno subìto.

Raramente, però, un collega andrà in tribunale a testimoniare contro l’azienda e ad accusare il proprio datore di lavoro di vessare un collega. Conviene, in questi casi, contattare una persona esterna che abbia assistito a questi comportamenti, come può essere un fattorino, il tecnico della stampante o un altro fornitore.

Così come sarà piuttosto raro che il superiore eserciti pressioni del genere per iscritto. Tuttavia, se ci fossero delle e-mail o delle comunicazioni di rimprovero ingiustificato o recanti ordini di servizio che non competono al dipendente (nel caso, ad esempio, di un demansionamento), conviene sempre stamparle per mostrarle al giudice nel tentativo di dimostrare il mobbing.

Mai, però, registrare di nascosto una conversazione o una discussione con il capo: non solo viene violato il diritto di riservatezza sul luogo di lavoro, ma costituisce anche un motivo per essere licenziati in tronco.

note

[1] Cass. sent. n. 22538/2013.

[2] Cass. sent. n. 22721/2015 e n. 21028/2008.

[3] Cass. sent. n. 27429/2005.

[4] Cass. sent. n. 475/1999.

[5] Cass. sent. n. 1942/1990.

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