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L'Italia razzista che non sopporta la vista di un nero

L’Italia razzista che non sopporta la vista di un nero

“Un giorno mio nipote mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Hanno ammazzato Idy’, questo è quello che ricordo. Dopo lo shock, come fratello, ho fatto il mio dovere: sono partito dal Senegal per recuperare la sua salma e fare in modo che avesse un funerale nel suo paese”.

“Capisco che anche l’Italia stia vivendo una crisi economica e probabilmente qualcuno qui pensa che noi africani siamo venuti per rubare il lavoro o che dobbiamo tornare nel nostro paese, ma Idy era ben integrato, stava bene in Italia. Non ci aspettavamo che venisse ucciso perché ci sentivamo accettati, ma le cose forse sono cambiate. Cosa è accaduto?”.

Il 5 marzo Idy Diene, ambulante senegalese di 53 anni, è stato ucciso su ponte Vespucci a Firenze. Suo fratello Aliou Diene, racconta a TPI di quegli istanti, dei suoi pensieri e, con poche domande, fa luce su quello squarcio che la morte di Idy ha aperto: l’Italia è diventata razzista? Come è cambiato nel tempo il nostro atteggiamento nei confronti degli stranieri?

Idy Diene lascia 10 figli in Senegal; per aiutarlo è partita una raccolta fondi, Aliou si farà carico di distribuire le donazioni tra tutti i familiari più stretti, tra il Senegal e l’Italia.

“’L’Italia è impegnata a livello internazionale nella lotta contro ogni forma di razzismo, xenofobia e intolleranza. Continuano a registrarsi nel mondo e in Europa episodi di discriminazione razziale, che rappresentano una minaccia grave per il godimento dei diritti e delle libertà fondamentali da parte di tutti. Questi episodi minano la coesistenza pacifica all’interno delle società in cui si manifestano e richiedono sforzi maggiori da parte della Comunità internazionale per contrastarli e prevenirli”.

Le parole del comunicato della Farnesina arrivano nella Giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale e in un momento in cui l’odio razziale sembra aver raggiunto un picco nel paese, particolarmente segnato da una campagna elettorale in cui diversi partiti hanno fomentato questi sentimenti.

“È tangibile che l’atmosfera si sia fatta pesante, non è solo una questione di chi arriva ad essere ucciso o bastonato, c’è un atteggiamento di fastidio nei confronti del corpo nero. Parlare di ‘tolleranza’ significa già dover tollerare qualcosa, in questo caso, la mia presenza”.

Dagmawi Yimer, regista etiope arrivato in Italia come rifugiato, ha raccontato nel suo documentario “Va’ pensiero” di due aggressioni razziste a Milano e Firenze avvenute nel 2009 e nel 2011. Le sue dure affermazioni confermano quello che gli ultimi episodi di razzismo registrati in Italia aveva già in parte preannunciato: qualcosa è cambiato.

“Ci sono diversi punti di vista con cui osservare questo cambiamento, uno è senza dubbio quello politico, ossia il modo in cui gli italiani hanno espresso le loro preferenze. La vittoria schiacciante della Lega e del M5S può avere due chiavi lettura”, ci spiega Dagmawi.

“La prima è che ha avuto la meglio un certo tipo di narrazione dei fatti, specialmente su trasmissioni televisive e giornali, che ha dato il megafono a una minoranza intollerante e razzista. E quando si dà voce all’indicibile, in qualche modo lo si legittima, così che anche i sentimenti razzisti sopiti nella mente delle persone hanno trovato il coraggio di venire fuori”.

“L’argomento stranieri aveva sempre caratterizzato le campagne elettorali, ma non ne avevo mai seguita una così brutta. Le trasmissioni con le tribune politiche e le interviste fatte ad hoc hanno alimentato questo clima in cui anche un piccolo gruppo di persone poteva rappresentare un sentimento nazionale”.

L’altro punto di vista, secondo il regista etiope, è quello che vede nel voto degli italiani alla Lega anche l’espressione delle preferenze dei cosiddetti “italiani di seconda generazione”.

“Non mi stupisco”, afferma Dagmawi, “che anche gli stranieri abbiamo votato Lega e sposino un certo tipo di pensiero. È una questione di contesto sociale nel quale si cresce. Come i meridionali che oggi vivono al nord – un tempo discriminati –, e che non vogliono perdere le conquiste raggiunte, anche gli stranieri che vivono in Italia non vogliono perdere i loro diritti”.

“A questo si aggiunge”, continua il regista, “un atteggiamento per il quale si tende a non voler vedere la propria vita nell’altro perché ti ricorda la propria. Meglio fermare gli arrivi degli stranieri perché in quegli arrivi, in quelle presenze si rivede la propria disgrazia, il proprio passato, che è meglio rinnegare”.

Il punto di vista del regista è supportato anche da episodi personali di cui è stato protagonista.

“Una volta ho portato mia figlia a fare un tampone in ambulatorio. Secondo le regole interne, stando con la bambina sarei dovuto passare avanti, ma la funzionaria mi ha detto ‘si sieda lì come gli altri, anche se con una bambina chi se ne frega’. Il problema non è stato tanto l’atteggiamento della funzionaria, quanto quello di chi l’ha difesa dicendo che non era vero che aveva detto quelle cose”.

“Ma questo fastidio, questo atteggiamento sta diventando sempre più frequente”.

Dagmawi, raggiunto telefonicamente da TPI, si trova a Verona. Eppure le sue parole sono molto simili a quelle che ci racconta di persona Bass, addetto alla sicurezza al McDonald della stazione di Firenze.

“L’intolleranza è cresciuta. Episodi di insofferenza mi capitano tutti i giorni. Sai quante volte persone che entrano qui mi lanciano frasi come ‘bella vita, hai trovato il lavoro in Italia’, come se avessi tolto loro qualcosa. Sai quante volte mi sento osservato dalla testa ai piedi? Tutti i giorni”.

Bass racconta anche di un altro episodio: “Un giorno mia figlia è venuta da me chiedendomi ‘perché il colore della mia pelle è diverso da quello degli altri bambini?’. Ho capito che quella domanda era nata perché qualcuno le aveva detto qualcosa a scuola. Ho una moglie italiana, ci sentiamo integrati, ma questi episodi ci sono”.

“Le ho risposto che doveva essere fiera di quel colore, che la rendeva più bella, che gli italiani vanno al mare per abbronzarsi, lei non doveva”, racconta Bass. “In Francia e Germania, dove ho vissuto, non accadono questi episodi, è brutto da dire ma è un dato di fatto”.

Sougou Mor è un ragazzo di 38 anni, senegalese, che nel 2011 venne ferito da quattro colpi di pistola esplosi da un italiano che voleva ucciderlo. A TPI ha raccontato di quella storia e ha confermato come le cose negli anni siano precipitate.

“Sul volto delle persone leggo il fastidio che provano nel vedermi. Quando entro in un bar troppo spesso capita che qualcuno protegga la borsa appena sono nelle sue vicinanze. È una cosa molto brutta, umiliante”.

“La delinquenza non ha colore di pelle. Noi neri siano qui per fare il nostro lavoro. Sono arrivato per mantenere mia moglie e i miei due bambini che sono in Senegal, non credevo potesse accadere tutto questo”.

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