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L’orgoglio di Cinquini: «La mia vita sospesa tra galera e medicina»

PIETRASANTA. Quella del dottor Cannabis, al secolo Fabrizio Cinquini, è una storia professionale fatta di ricerca, sperimentazioni e tanti guai con i tribunali: ha dedicato la sua vita allo studio delle proprietà curative della marijuana. Laureatosi in chirurgia con una tesi in scienze neurologiche ha cominciato una battaglia per le terapie alternative che lo ha portato anche in carcere. Oggi si è riscattato con un’assoluzione.

Quando ha scoperto che la marijuana ha effetti benefici?

«L’ho capito nel 1992 quando ero a Cagliari: stavo studiando i casi di alcuni pazienti affetti da disturbi alimentari: anoressia e bulimia. Avevo cominciato a trattarli con l’ipnosi ma gli effetti erano limitati. Lessi in una rivista scientifica dei risultati della marijuana su questo tipo di malattie e la proposi ai genitori dei pazienti che accettarono».

Questi sono stati i suoi primi pazienti con la marijuana?

«No. La prima paziente è stata mia madre. Aveva dei danni enormi alla memoria a breve termine. Quando uscii da una delle mie carcerazioni la trovai in pessime condizioni».

Qual è la parte che le interessa in queste piante?

«Il Thc, il componente che poi dà l’effetto drogante, è solo uno dei principi attivi della marijuana. L’edestina per esempio è una proteina vegetale immunostimolante che è molto presente nei semi e che è più interessante a livello medico. Per produrre i semi devo far crescere le piante. Più piante, più semi».

Non si possono utilizzare quelli agroalimentari?

«Hanno anche quelli una discreta quantità di principio ma io riesco a produrne di migliori, con più principi attivi».

Per coltivare la marijuana ci vuole una licenza?

«Tra i requisiti è richiesto quello della registrazione come società farmaceutica, cosa che non voglio. Come non desidero l’approvazione dell’Aifa (l’associazione italiana della farmacovigilanza). Questi sono prodotti che non dovrebbero avere la vidimazione, come non ce l’ha la camomilla».

Questo però le ha provocato problemi con la giustizia…

«Sono stato tre volte in carcere, in due istituti diversi e in un Opg (un ospedale psichiatrico giudiziario, ndr). La prima volta 110 giorni, poi 28 e l’ultima volta 17. 155 giorni. L’equivalente di poco più di cinque mesi. Ma chi li conta più. Per non parlare del fatto che dal 2005 al 2016, tra domiciliari, obbligo di residenza e di firma, ho passato praticamente quattro anni e mezzo sotto provvedimenti».

Ora che è libero continuerà a coltivare marijuana?

«Non in Italia. Adesso lavoro nella comunità Valenciana, in Spagna. Ho conosciuto là un centinaio di coltivatori e sono diventato un “ganjelier”, il sommelier della ganja: li aiuto a selezionare e sviluppare semi e piante sempre migliori sul piano terapeutico. Abbiamo creato quattro ibridi ma stiamo percorrendo le strade della legislazione “grigia”, cioè troviamo escamotage».

Sta esplorando…

«Cerco quelle terapie che abbiano pochi effetti collaterali. Non solo con la cannabis ma mi sto interessando al potere curativo dei cristalli e tutte quelle tecniche non tradizionali che i miei colleghi medici si rifiutano di prendere in considerazione».

E le medicine tradizionali?

«Sono estremamente grato

all’industria farmaceutica per il lavoro che ha fatto e per i prodotti che ha immesso nel mercato. Io mi sento ancora un dottore, è la cosa che ho sempre voluto fare da quando ero un bambino. Ma penso che ci sia anche altro oltre alla medicina d’accademia».

Cesare Bonifazi Martinozzi

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