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"Non gliela faccio passare liscia". Di Maio dietro l'attacco dei militari a Salvini

"Non gliela faccio passare liscia". Di Maio dietro l’attacco dei militari a Salvini

C’è tensione, tanta, tra Lega e M5S. Tensione che finisce con il propagarsi anche ai vertici delle istituzioni repubblicane. Il ministero dell’Interno e quello della Difesa sono ufficialmente ai ferri corti dopo l’ultima direttiva di Salvini sull’immigrazione e la lotta alle Ong. Allo Stato Maggiore, stando alle indiscrezioni circolate ieri, non avrebbero preso molto bene “l’invasione di campo” del Viminale. Sconfinamento rigettato al mittente dal leader della Lega, che ripete di essere l’unico ministro competente per quanto riguarda la concessione del porto di sbarco alle navi cariche di immigrati.

“Mi cita il nome e cognome di un generale che mi avrebbe criticato? Si dice, si narra, pare, per questo ho smesso di leggere i giornali tranne la Gazzetta dello Sport“, dice oggi Salvini a Radio Anch’io su Rai Radio 1. Ufficialmente, infatti, nessun militare si è esposto e la polemica è sorta da indiscrezioni riportate dall’Adnkronos. Si tratta di “una vera e propria ingerenza senza precedenti nella recente storia della Repubblica”, sussurravano ieri le fonti militari. “Quel che è accaduto è gravissimo” perché “viola ogni principio, ogni protocollo” e costituisce “una forma di pressione impropria” nei confronti del Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli. E ancora: “Non è che un ministro può alzarsi e ordinare qualcosa a un uomo dello Stato. Queste cose accadono nei regimi, non in democrazia. Noi rispondiamo al ministro della Difesa e al Capo dello Stato, che è il capo Supremo delle Forze Armate”. A irritare i soldati il fatto che la direttiva sulle Ong era indirizzata non solo alle forze di Polizia (che dipendono dall’Interno), ma anche ai militari, alla Marina e alla Capitaneria di porto.

Le frasi dei generali, comunque, secondo il leader della Lega sarebbe stata “messa in giro” dalla Trenta. “Non metta in giro veline sui malumori dei vertici militari“, si è sfogato il capo del Carroccio, come riporta il Messaggero. Il via libera allo scontro Difesa-Viminale, però, non sarebbe tutta farina del sacco di Elisabetta Trenta. Sempre secondo quanto riporta il Messaggero in un retroscena per ora non smentito, Di Maio da Abu Dabhi avrebbe dato l’ok alla lite istituzionale. Sarebbe stata la Trenta ad aggiornalo sulla direttiva che, di fatto, vuole ridurre le capacità di movimento alla Ong italiana Sea Watch. E la reazione del vicepremier grillino sarebbe stata stizzita: “Questa non uesta non gliela lasciamo passare liscia – avrebbe detto – Salvini deve smetterla di invadere le competenze altrui. Non è lui il capo del governo ed è ora che si dia una calmata”. Senza contare che pubblicamente Di Maio ha criticato una “dirattiva che nessuno ha mai ascoltato” con cui di certo “non fermi” gli 800mila migranti pronti a partire dalla Libia.

Il ministro dell’Interno si dice “tranquillo”. Tanto che ieri sera ha fatto diramare una note in cui elencava tutte le leggi che legittimano la sua direttiva anti-Ong. “Siamo tranquillissimi perché il Viminale è la massima autorità per la sicurezza interna. Quindi la direttiva sui porti è doverosa, oltre che legittima, a fronte di un pericolo imminente”, si leggeva. Non a caso oggi, dopo gli arresti di Palermo a una cellula jihadista, il leghista è tornato a ripetere che il rischio di infiltrazioni sui barconi è “certo” e che “è necessario” non “far arrivare” altri “potenziali terroristi” via mare. E a decidere sui porti aperti è il titolare del Viminale. E nessun altro.

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