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Padre, figlio e rock n’roll

«Gli Irlandesi sono i più negri d’Europa, i dublinesi sono i più negri di Irlanda e noi di periferia siamo i più negri di Dublino, quindi ripetete con me ad alta voce: “Sono un negro e me ne vanto!” », ripeteva Jimmy Rabbitte ai futuri membri del suo gruppo in “The Commitments”, bel film di Alan Parker del 1991. E in effetti, sono gli irlandesi, notoriamente cattolici fino al midollo, a sdoganare la religione nel rock n’roll dei bianchi.

Capofila di questa ondata, ovviamente, gli U2. La band irlandese, e soprattutto il suo leader e songwriter Bono Vox sono infatti riuscìti a trovare il mix perfetto tra temi religiosi e attitudine rock n roll, riuscendo nell’impresa di uscirne credibili. Una poetica, questa, che nei primi dischi della band, “Boy” e soprattutto “October”, è forse talmente smaccata da risultare ingenua – dal ritornello in latino di “Gloria” alla salmodiata “40” -, ma che col passare del tempo e l’affinarsi della composizione è in grado di produrre riflessioni spirituali profonde. Due esempi su tutti: “Until the end of the world“, la quarta traccia di Achtung Baby (1991), che racconta la passione di Cristo vista dagli occhi di Giuda Iscariota, il traditore. E “The wanderer”, ultima traccia di Zooropa (1993), affidata alle corde vocali di Johhny Cash, che recita il ruolo di un vecchio chierico errante, un personaggio che rimanda al Vecchio Testamento e al Libro degli Ecclesiasti.

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