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Patologie e Dolori Fisici dei giocatori professionisti eSport

Patologie e Dolori Fisici dei giocatori professionisti eSport

I videogiochi, da qualche tempo a questa parte, sembra siano diventati un affare da prendere tremendamente sul serio. Non passa giorno senza che vi parliamo di tornei eSport, eventi internazionali, dei milioni di spettatori estasiati, di squadre professionistiche e dei prize pool da capogiro. Questi ultimi, di solito, si aggirano su migliaia – se non milioni – di dollari. Insomma, stiamo parlando di una montagna di soldi. Molto spesso messi in palio da sponsor (endemici e non endemici, come Mercedes e Pringles) estremamente importanti e, ovviamente, assai interessati a inserirsi in un mercato in costante ascesa, nonché a raggiungere (in modo innovativo) fette di pubblico estremamente giovane, estraneo ai vecchi “media”. Quando inizia a girare tanto denaro, giocoforza, la competizione si fa accesa rendendo estremamente difficile emergere dalla massa e raggiungere la vetta. Il gioco, in questi casi, trascende il puro divertimento trasformandosi in qualcosa che non possiede più i crismi di una pura e semplice attività ricreativa. Come accade in qualunque competizione, da che mondo è mondo, per battere gli altri e raggiungere l’ambito premio (nonché la gloria eterna) serve allenamento – tanto -, dedizione e spirito di sacrificio.

Dal pensiero comune all’approccio scientifico

Per quale motivo il pensiero comune persevera nell’associare la categoria dei videogiocatori a ragazzini asociali, quando non sociopatici, affetti da forti disagi e lobotomizzati davanti a uno schermo, quando ci sono ragazzi non ancora ventenni che con la loro passione guadagnano uno stipendio? Può essere semplice invidia, certo, ma può essere anche il frutto di una mentalità radicata che porta a scindere concetti come “lavoro” e “sport” dal termine “gioco”. In verità, gli sport non sono un gioco? Le Olimpiadi, non sono forse i “Giochi Olimpici”? Insomma, gli esport cosa hanno di diverso dagli sport tradizionali? Il punto nodale della questione deve essere necessariamente risiedere nel concetto di attività fisica. Ce l’ha ricordato la campionessa di nuoto Federica Pellegrini, poco tempo fa. I videogiochi non possono essere sport, perché lo sport è, prima d’ogni altra cosa, fatica fisica. A stretto giro di posta Marconi, un altro campione – questa volta di tuffi – ha, però, esplicitamente riconosciuto il grande lavoro mentale e fisico necessario per diventare campioni, anche nei videogiochi. Chi, tra i due, ha considerato il quadro generale e la situazione attuale?

Chi pratica sport, è indubbio, svolge un’attività fisica. Allena il corpo, i muscoli, ogni fibra del proprio essere non solo per mantenersi in forma, ma anche per superare limiti e per raggiungere traguardi che altri possono solo sognare. Non bisogna però togliere dall’equazione il fondamentale ruolo giocato dalla mente e da una psiche equilibrata. Accanto agli allenatori tradizionali, infatti, gli sportivi da tempo si circondano di un discreto numero di esperti e preparatori specializzati e – per non dire “allenare” – anche il fattore mentale. Equilibrio mentale, preparazione fisica, gestione del regime alimentare sono da considerarsi fattori equipollenti e parimenti degni di attenzione al fine di una corretta attività sportiva. Questo accade ormai in ogni singola disciplina, senza distinzioni. Quindi, perché non applicare la stessa metodologia scientifica all’esport?

Mens sana in corpore sano

Per i giovanissimi giocatori professionisti il percorso non appare poi diverso da qualunque altro atleta “tradizionale”. Può cambiare il contenuto, la tipologia di competizione, gli sforzi necessari, ma la cornice che lo racchiude è esattamente la stessa.
La gestione dello stress, le intense sessioni di allenamento, un corretto ciclo del sonno e il regime alimentare, sono solo alcuni dei fattori che incidono sull’equilibrio mentale e sulla forma fisica di un ragazzo. I rischi legati alla depressione, ad esempio, sono molto alti. Soprattutto tra i giocatori asiatici che, per contratto, devono sottostare a regole inflessibili legate non solo alla durata degli allenamenti (fino a dodici ore), ma anche a quella che concerne i legami sociali e affettivi. Stiamo parlando di ragazzi estremamente giovani in una fascia d’età in cui l’equilibrio psichico ed emotivo appare estremamente instabile e difficile da gestire. Tale situazione, se non correttamente gestita, può condurre persino all’abituale assunzione di psicofarmaci e alla facile dipendenza da sostanze stimolanti.

Inoltre, possono insorgere problematiche fisiche legate, ovviamente, a una vita giocoforza sedentaria. Difficilmente un pro player di League of Legends, o di Hearthstone, si romperà il crociato oppure starà fuori diverse settimane a causa di uno stiramento muscolare. A meno che non cada dalla sedia o dal palco durante una partita. Non è la prima volta, però, che i giocatori riscontrano infiammazioni e infortuni a determinati muscoli della mano e delle braccia a causa dell’intensa sollecitazione e di quei pochi, fulminei movimenti reiterati per ore, giorni, anni. Le lesioni ai tendini, ad esempio, sono molto comuni e non è raro che possano svilupparsi problemi alla vista, alla postura e al sistema nervoso. Tutti guai fisici che, se non trattati adeguatamente, rischiano di compromettere quasi del tutto un’intera carriera.

La maturità sportiva

In un mondo frenetico e in continua evoluzione come quello degli esport, infatti, doversi fermare, anche solo per qualche settimana, significa mettere in discussione un’intera carriera. Soprattutto quando un giocatore si trova nel pieno della propria “maturità” sportiva. Proprio come avviene nelle discipline tradizionali (ma potremmo applicare il concetto per qualunque altra cosa, nella vita), anche per gli esport esiste “il” momento perfetto. Per un vegliardo di trent’anni è impensabile diventare professionista. L’eSport non è un mondo fatto per carriere longeve. Già oltrepassati i vent’anni il corpo e la mente non sono più in grado di mantenere la reattività di prima. Rallentano.
E, nella competizione, tale decadimento fisiologico può essere letale. Non a caso allenatori, preparatori atletici e mental coach hanno trent’anni, alcuni addirittura meno, e un trascorso da professionisti del settore. “Quando non puoi più fare, insegni”, questo è il motto.

Le organizzazioni professionistiche attive nel framework competitivo hanno ormai da tempo colto questa esigenza ed è per questo che gli ingaggi di questi “nuovi esperti” stanno schizzando alle stelle. I loro consigli e la loro esperienza possono rivelarsi fondamentali per la stesura di una corretta tabella d’allenamento profilata sulle esigenze di ogni singolo giocatore e, ovviamente, sulle differenti tipologie di competizioni. Non tutti i titoli, infatti, richiedono la medesima preparazione psico-fisica.
Esercizi correttivi, fisioterapia, sostegno psicologico, sessioni in palestra, esercizi aerobici specifici e allenamenti mirati al progressivo aumento della soglia di resistenza sono solo alcuni degli accorgimenti che aiutano i giocatori a essere atleti migliori e, soprattutto, a distinguersi e a competere ad altissimi livelli. I giocatori meno hardcore (o quelli che rincorrono il sogno di diventare, un giorno professionisti), seppur non dotati di una squadra di preparatori attenti alle loro esigenze, dovrebbero comunque iniziare a prestare molta attenzione alla cura del proprio corpo e della propria mente. Mantenersi in forma non è solamente una questione di salute, ma rappresenta la base su cui costruire un percorso di successo, nella vita così come nello sport.

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