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Per Tesla è un periodo no. Cosa non va nella casa di Musk ​ - AGI

Per Tesla è un periodo no. Cosa non va nella casa di Musk ​ – AGI

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Quattro mesi come quattro anni. Elon Musk e la sua Tesla ne hanno viste parecchie. Tanto che il fondatore ha dovuto fare ciò che (almeno pubblicamente) non è sua consuetudine: autocritica. Dalle incognite sulla produzione a un incidente mortale legato (forse) alla guida assistita. Fino alle inchieste sulla sicurezza degli impianti. Ecco quello che è successo (fino a ora) nel movimentato 2018 della casa automobilistica.

Musk punta su Musk

A gennaio Tesla ha dovuto confermare nuovi ritardi nella produzione della Model 3. La vettura dovrebbe essere l’ariete che spinge la compagnia fuori dalla nicchia. Per tenere a bada le crescenti preoccupazioni degli investitori, Elon Musk punta su se stesso. Non stupisce, perché il suo nome è un marchio. Il ceo vara un piano di compensazioni che azzera il suo stipendio e ancora i suoi guadagni solo alle performance della società: 12 tappe finanziarie in dieci anni. Se saranno completate tutte, nelle tasche dell’imprenditore arriveranno azioni per circa 78 miliardi di dollari. Se invece saranno tutte mancate, il premio sarà zero. Oltre a dare un segnale di fiducia, l’operazione serve anche a confermare che il fondatore resterà al comando almeno per un’altra decade.

L’attacco informatico

Febbraio. Il cloud di Amazon su cui Tesla si appoggia per i propri servizi è vittima di un attacco informatico. Niente sfruttamento dei dati: l’obiettivo degli hacker era intrufolarsi per succhiare potenza di calcolo e usarla per minare criptovalute. Tuttavia, anche se con un impatto limitato su Tesla, l’offensiva ha esposto alcune informazioni in possesso della società, come mappe e telemetria dei veicoli. A scoprire il problema sono stati gli specialisti di RedLock, ricompensati da Tesla con 3 mila dollari. Come molte società americane, anche la casa automobilistica ha infatti un proprio “bounty program”, cioè un piano che paga chi individua falle informatiche senza sfruttarle.

Il richiamo della Model S

Alla fine di marzo, Tesla ha dovuto affrontare il richiamo più ampio della sua storia, con 123 mila Model S coinvolte. Il difetto riguardava le vetture prodotte prima dell’aprile 2016 e consisteva nella corrosione di alcuni bulloni che avrebbe potuto compromettere la funzionalità del servosterzo. Tesla ha comunque rassicurato i clienti, affermando che – in assenza di problemi alla guida – non ci siamo rischi per la sicurezza. E che il difetto riguarda lo 0,02% dei veicoli richiamati.

L’incidente mortale

Il 26 marzo una Model X si schianta contro il guard rail di un’autostrada californiana. E il conducente, Walter Huang, muore. Secondo la ricostruzione dell’incidente, era in funzione il sistema di guida assistita. La moglie della vittima afferma di essersi lamentata del suo cattivo funzionamento poco prima dello schianto. Tesla si difende affermando che la responsabilità dell’incidente sia di Huang, poco attento alla strada. La famiglia della vittima risponde annunciando una causa contro la compagnia.

Il bisticcio con le autorità di controllo

Il National Transportation Safety Board (Ntsb), ente del Governo che monitora incidenti di auto, treni e aerei, apre un’indagine. Intende chiarire il corretto funzionamento non solo della guida assistita ma di tutti i dispositivi di sicurezza montati sulla Model X. I tempi investigativi dell’agenzia sono però piuttosto lunghi (1-2 anni). Durante i quali la Ntsb preferisce che la casa automobilistica non divulghi in autonomia i dati raccolti. E invece è quello che fa Elon Musk sul blog della società. Risultato: si rompe l’accordo di collaborazione firmato tra la Ntsb e Tesla per far luce sull’incidente. La prima dice di averlo revocato. La seconda di averlo sciolto di propria iniziativa.

La bocciatura di Moody’s

Il 28 marzo, durante quella che è stata probabilmente la settimana più dura nella storia di Tesla, l’agenzia di rating Moody’s abbassa la valutazione del credito della società da B2 a B3. Motivo: dubbi sulla capacità di rispettare gli obiettivi di produzione della Model 3. Il rating è un’espressione di fiducia, ma anche un parametro che rende più o meno semplice reperire nuovi capitali. Il titolo ne risente.

Pesce d’aprile indigesto

Nonostante il momento complicato, Elon Musk non rinuncia al suo pesce d’aprile. Anzi, scherza proprio sulle difficoltà dell’azienda e prende in giro che la critica. In una serie di post su Twitter si fa ritrarre appoggiato a una Model 3, con i capelli spettinati, la barba incolta e circondato da bottiglie di “Teslaquilla”. Tiene in mano un cartello con scritto “bancarotta”. Annuncia il fallimento della società. Ma investitori e azionisti non sono in vena di scherzi. La decisione di Moody’s, l’incidente mortale e le indagini delle autorità statunitensi creano le condizioni per un ribasso significativo del titolo (in passato sordo anche a notizie assai negative): il 2 aprile le azioni chiudono a 252,48 dollari (ai minimi dell’ultimo anno), con un calo del 17% nel giro di quattro sedute.

I ritardi della Model 3

Il 3 aprile Tesla dichiara di aver prodotto 2020 Model 3 nell’ultima settimana del primo trimestre. L’obiettivo era di 2500. Il conto del periodo arriva a 9.766 vetture prodotte e 8.180 consegnate in tre mesi. L’obiettivo di 5 mila auto a settimana, in un primo momento fissato a dicembre, è ancora lontano. Ma Musk conferma quanto detto a inizio anno: Tesla sarà in grado di produrre 5 mila Model 3 a settimana entro giugno.

Dopo averlo rimandato, l’appuntamento non può essere mancato. Perché la Model 3 è la prima prova sulle capacità produttive di Tesla su vasta scala. Pochi giorni dopo, su Twitter e in un’intervista alla Cbs, Musk ammette alcuni errori. Afferma di aver puntato troppo sull’automazione. Aveva già fatto autocritica alla diffusione del bilancio 2017: “Siamo stati troppo sicuri di noi stessi”. Ammissioni che per l’imprenditore sono una rarità.

Produzione sospesa (due volte)

Il 17 aprile Tesla annuncia, per la seconda volta dall’inizio dell’anno, una sospensione della produzione della Model 3. Durata: 4-5 giorni, necessari – spiega la società – per modificare la linea di montaggio e “migliorare l’automazione”. Tesla ribadisce quanto già affermato a febbraio (quando la produzione si era già bloccata), cioè che si tratta di “pause comuni”, decise per accelerare la produzione.

Durante l’interruzione, che riguarda solo la vettura più economica della società e non le Model S e X, i lavoratori potranno “scegliere” se rimanere a casa senza paga o usufruire delle ferie non godute. A ogni intoppo, però, è abitudine di Musk rilanciare. Poche ore dopo l’annuncio della sospensione, Tesla dichiara che spingerà la produzione 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per superare l’obiettivo delle 5 mila Model 3 a settimana entro giugno e arrivare a 6 mila.

Sicurezza sul lavoro

Un’inchiesta di Reveal afferma che Tesla avrebbe “sottovalutato” alcuni infortuni sul lavoro, derubricandoli a piccoli inconvenienti medici per migliorare le statistiche. In altre parole: la sicurezza degli impianti sarebbe meno buona di quanto i documenti ufficiali affermano. Tanto che il numero reale di infortuni sarebbe superiore rispetto alle media delle altre case automobilistiche americane. Secondo diverse fonti “la società ha posto la produzione di auto al di sopra delle preoccupazioni per la sicurezza dei lavoratori”.

Nonostante le segnalazioni che sarebbero arrivate ai vertici. Il risultato è un’inchiesta delle autorità californiane. La Occupational Safety and Health Administration (l’ente statale per la tutela dei lavoratori) fa visita allo stabilimento di Fremont per verificarne lo stato. L’organizzazione conferma che l’indagini è volta a verificare se tutti gli infortuni sul lavoro siano stati effettivamente riportati nei documenti ufficiali di Tesla. Un portavoce della società respinge le accuse, affermando che “la compagnia non ha mai violato le regole riguardanti la registrazione inaccurata o incompleta degli infortuni”.

Se avete correzioni, suggerimenti o scrivete a dir@agi.it

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