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Pietro Bartolo, il medico degli sbarchi: “Vengo a Varese a ...

Pietro Bartolo, il medico degli sbarchi: “Vengo a Varese a …

Pietro Bartolo è il medico degli sbarchi a Lampedusa. Da quasi trent’anni è il primo a vedere come stanno tutti i poveri disperati che scendono dai barconi o vengono recuperati in mare dai pescatori della zona. E’ il primo a dichiarane la morte, a visitare i poveri resti per dire come è successo. E’ il primo a vedere i loro sguardi, a toccare le loro ferite.

Venerdì 16 novembre 2018 alle 21 sarà a Varese in un incontro al Teatro Santuccio organizzato dal Centro Gulliver, con il patrocinio dell’Università dell’Insubria e del Comune di Varese e la collaborazione della libreria Mondadori di Varese e di VareseNews, media partner dell’evento. Ad intervistarlo sarà proprio il nostro direttore, Marco Giovannelli.

Bartolo racconterà la sua esperienza di medico in prima linea: un’esperienza di accoglienza che non gli ha tolto umanità, ma gliel’ha aggiunta. Ora infatti non si limita a curare queste persone, ma gira anche l’Italia e scrive libri per raccontare la verità su quello che succede a Lampedusa, e su chi affronta dei viaggi disumani per potere venire in Europa a cercare “un po’ di riparo”.

“GLI SBARCHI SONO DIMINUITI, MA NON C’E’ DA VANTARSI”

«Sono 28 anni che mi occupo, come medico, di gestire gli sbarchi. La situazione non si può dire ne migliorata ne peggiorata. Di sicuro, si sono ridotti gli arrivi, non solo a Lampedusa ma in tutta la Sicilia. Ma dal mio punto di vista non lo considero un miglioramento: sapere che molta gente è trattenuta in Libia mi dispiace alquanto, anche se attraversare il Mediterraneo è un pericolo mortale. In quel paese le persone sono trattate in maniera inumana».

Dalla Libia non arrivano più, ma gli sbarchi non si sono fermati: «Continuano ad arrivare persone,prevalentemente dalla Tunisia, anche se in gruppi piu piccoli. Nella maggior parte si tratta di giovani e maschi, molti minorenni di 16-17 anni. Vanno via dal loro paese per motivi economici: sono dell’entroterra, dove non c’è niente, e tentano la carta dell’Europa. Certo, c’è chi ha detto che sono delinquenti, magari ce ne sarà anche qualcuno. Alla fine però non si può fare di tutta l’erba un fascio, molti sono gentili e beneducati».

“NON NUMERI, MA ESSERI UMANI CHE PER ARRIVARE QUI HANNO AFFRONTATO SOFFERENZE INDICIBILI”

Prima dei respingimenti dei profughi in arrivo dalla Libia la situazione di chi arrivava era ancora più drammatica: «Di norma si trattava di uomini e donne in arrivo dall’Africa sub sahariana, erano denutriti e scappavano da torture e guerre, dalla morte certa. Avevano molte lesioni da torture, segni di violenze. Quelle piu prese di mira erano le donne:  violentate per umiliazione, perché le donne sono considerate esseri inferiori. Noi stiamo parlando di esseri umani, non di numeri. Quando ci si compiace del fatto che arrivino 20mila profughi invece di 100mila non c’è niente da rallegrarsi. Sono esseri umani, trattarli come numeri che aumentano e diminuiscono è segno di superficialità, di spocchia. E quando li vedo arrivare e c’è chi vuole rimandarli indietro, mi dico: “ma stiamo scherzando? potremmo esserci noi su queste barche”»

“I SEMINATORI DI ODIO SONO RIUSCITI A TIRAR FUORI LA PARTE CATTIVA DEGLI ITALIANI. MA NOI NON SIAMO DAVVERO COSI’”

Pietro Bartolo ricorda come queste cose ci siano già successe a noi: l’Italia è stata più volte terra di emigrazione, anche se per motivi meno gravi di quelli che spingono queste persone a cercare aiuto in Europa. «A noi queste cose sono già successe: però ce le dimentichiamo perché ce le vogliono fare dimenticare – ricorda Bartolo –  C’è in giro una campagna orribile di odio e rancore, fatta di bugie:che parlano di una grande invasione, che non esiste, del fatto che ci rubano il lavoro… La gente si fa influenzare da questi discorsi, così finisce che prima o poi arriva chi si atteggia a messia e dice di salvare tutti… Ma da che cosa ci salverebbero, poi?»

La campagna contro i profughi «E’ riuscita a tirare fuori la parte cattiva degli italiani, che invece non sono cattivi, anzi non sono proprio fatti così – sottolinea il dottore di Lampedusa – Tanti di loro sono solo povera gente, anche quelli che dicono cose cattive. A quelli che dicono cose razziste, che gli vuoi dire? possiamo solo raccontar loro la verità su quel che succede, per far cadere quei muri mentali che sono difficili da abbattere. Ma la gente deve capire dove sta la verità. E la verità è che qui si parla di gente che scappa dalle violenze e cerca solo un po’ di riparo da noi. Quello che abbiamo fatto anche noi quando siamo andati in Australia, Svizzera, Belgio…».

Per loro anzi è ancora peggio: «Quando gli italiani sono emigrati non scappavano da guerre o torture. Queste invece sono persone che hanno affrontato viaggi interminabili durati anni, sono arrivati in Libia dove sono stati trattati come bestie. E infine sono arrivati al mare affrontando un pericolo mortale, pur di sperare in un futuro migliore».

A VARESE, E IN TUTTA ITALIA, PER RACCONTARE LA VERITA’ CONTRO LE BUGIE

Con queste persone negli occhi, Bartolo gira l’Italia e l’Europa per raccontare cosa vede a Lampedusa: «Io vado dappertutto: soprattutto mi piace incontrare i giovani, in cui credo tanto. Lo faccio per fare sapere qual è la verità: voglio parlare soprattutto a chi non la pensa come me, cercando di far cadere i pregiudizi. E se, quando parlo, anche una sola persona si ricrede lo considero una conquista. Certo è una cosa pesante, è dura, bisogna muoversi tanto. Ma non vedo altre soluzioni»

Il suo è il punto di vista di un abitante di un’isola che è accogliente e non vuole, chiudere una porta per chi fa tutto questo per una vita migliore: «Lampedusa vive di mare, sapere che quel mare è diventato un cimitero fa davvero male, vogliamo che ritorni un posto pieno di vita e non di morti». 

UN LIBRO SULLA PICCOLA ANILA: “VORREI CHE TUTTE LE STORIE, PUR TRA LE SOFFERENZE, FINISSERO BENE COME LA SUA”

Bartolo presenterà, nell’occasione, anche il suo ultimo libro, “Le stelle di Lampedusa”: un’opera scritta in maniera appassionante. Uno di quei libri da leggere e regalare, per chi vuole diffondere un’altra verità.

In esso si raccontano, tra l’altro, le vicende di Anila: «Vorrei che tutte le storie finissero bene come la sua: Anila è partita da sola, a 8 anni, ha affrontato cose disumane nel suo viaggio, solo per venire a salvare la mamma e il fratellino, e ricomporre la famiglia. Lei ce l’ha fatta, e per fortuna: non tutte le storie devono finire male, anche se in mezzo a sofferenze indicibili. Perchè quelli che sbarcano non sono delinquenti, non sono persone da cacciare via: molti di loro sono persone davvero speciali, e noi non saremmo capaci di fare un centesimo di quel che han fatto loro, nella situazione in cui erano».

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