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Quando le vittime sono loro

di Maria Sorbi

Li fanno sentire dei completi falliti a furia di lavaggi del cervello logoranti. Li umiliano, li minacciano di portare via i figli e di ridurli sul lastrico. Sono le donne che odiano gli uomini. Molto più di caratteri impossibili e di liti in famiglia. Anche le loro sono molestie, distruttive quanto quelle fisiche, e punibili per legge. I casi in cui è l’uomo a vestire i panni della vittima sono sempre di più: finora quelli accertati sono 3,7 milioni, di (…)

(…) cui 1,3 milioni negli ultimi tre anni. Le denunce per maltrattamento sono piano piano in aumento anche se è dura che un uomo ammetta di aver subito abusi e vessazioni. Il sottobosco è ancora vasto e al momento i numeri non aiutano a dare una fotografia a contorni definiti della situazione. «Soprattutto perché – spiega l’avvocato cassazionista Veronica Coppola del centro antiviolenza Ankyra, dedicato principalmente agli uomini – molti intentano una causa contro la moglie o la compagna ma a metà percorso hanno un ripensamento e bloccano tutto. Preferiscono trovare un accordo e stoppare il procedimento». E di conseguenza le loro storie non finiscono nelle statistiche ufficiali degli uomini vittima di violenza. Restano in un limbo difficile da interpretare e ancora difficile da accettare socialmente.

LE FALSE DENUNCE

Una delle «violenze» più gravi di cui rimangono vittima gli uomini sono le false denunce, escamotage utilizzato dalle mogli soprattutto in fase di separazione: basta che le signore si presentino di fronte alle forze dell’ordine raccontando di essere state picchiate, spinte o prese a sberle per mettere nei guai la controparte anche quando non ha mai alzato un dito.

Non a caso, a fronte di 55mila denunce presentate da donne contro gli uomini, le condanne effettive sono state poco più di 5mila. Idem per i reati di stalking: nel 2016 su 15.700 casi denunciati, solo la metà sono finiti a processo e solo 1.600 persone sono state effettivamente condannate. E proprio nelle pieghe di questi numeri si nasconde anche una buona quota di mosse studiate a tavolino, frutto di totale fantasia. «Abbiamo affrontato molti casi del genere – spiega la sociologa Patrizia Montalenti di Ankyra – e spesso capita che le donne fingano di avere subìto violenza. Probabilmente nelle loro famiglie di origine hanno imparato a convivere con padri che picchiavano le madri, hanno una certa famigliarità con la violenza e per questo non esitano a fare denuncia su fatti mai accaduti. Costringere i compagni a difendersi da un reato penale significa metterli in una condizione di debolezza perché rischiano di trovarsi imbrigliati in una legge che, diciamolo, tutela maggiormente le donne». Le false denunce sono un guaio anche per la giustizia: intasano i calendari delle udienze nei tribunali e rallentano l’iter dei casi veri.

Secondo Davide Stasi, autore del blog «Stalker sarai tu», il problema delle denunce fasulle sta nascosto nell’eccesso di soggettività tollerato dalla legge anti stalking: «È una legge scritta di pancia – sostiene -. Anche un mazzo di rose rosse non gradito dalla vittima può essere considerato stalking. Questo per dire che il provvedimento è molto strumentalizzabile e viene usato spesso come arma di vendetta dopo un tradimento o una lite durante le cause di separazione». Da qui la richiesta dei centri antiviolenza di non trascurare l’emergenza sommersa degli uomini molestati: sarà pur vero che i numeri sono molto più bassi rispetto a quelli delle violenze contro le donne, ma non per questo il problema va trascurato. Anzi, il disagio è lo specchietto di un equilibrio che sta cambiando e di una nuova fragilità, quella del «sesso forte».

A Roma è appena stata fondata l’associazione L’Altra Parte: uno staff di avvocati dà consulenza per vedere, caso per caso, se ci sono gli estremi per una denuncia per violenza domestica o no. «E poi vogliamo iniziare un’opera di sensibilizzazione nei confronti della magistratura – spiega la presidente Magdalena Giannavola, avvocato penalista – Spesso ci siamo trovati di fronte a un muro quando in ballo c’erano denunce contro gli uomini. C’è ancora molto sessismo a senso unico dietro alle sentenze. L’uomo vittima non è tutelato quanto la donna».

«TI TOLGO I FIGLI»

L’arma del «ti tolgo i figli e non li vedrai mai più» resta in ricatto più grosso. Ma non si pensi che il sesso debole non sia capace di mettere in atto abusi sessuali o maltrattamenti fisici: al centro di accoglienza per uomini maltrattati si sono presentate vittime con il lobo dell’orecchio tagliato, con segni permanenti di morsicate dopo scenate di gelosia, oppure presi a calci e minacciati con i coltelli della cucina. Molte le storie di stalkeraggio, i pedinamenti, il furto delle password dei social da parte delle mogli per la pubblicazione di contenuti diffamanti o semplicemente per spiare le loro chat private.

Ci sono casi di uomini che si sono visti mettere contro i figli, che sono stati spolpati economicamente e talmente deboli e avviliti da avere perso il posto di lavoro, convinti dalle compagne di essere dei totali falliti. Altri raccontano di rapporti sessuali cercati con insistenza dalle partner e brutalmente interrotti a metà, di lamentele pubbliche con gli amici per le scarse prestazioni sessuali. Oppure ci sono uomini costretti a rapporti sessuali sul posto di lavoro dal loro capo donna. A raccogliere i loro sfoghi prima e le loro denunce poi è uno staff di professionisti, psicologi, medici e avvocati che piano piano sono in grado di fornire alle vittime gli strumenti morali per ripartire e riprendere in mano la propria vita.

«Solo in quest’ultimo mese abbiamo ricevuto dieci persone – racconta la coordinatrice del centro – e in media le telefonate sono 200 l’anno, provenienti da tutta Italia».

IL NUOVO TABÙ

Si tratta di uomini che hanno un buon livello di istruzione – generalmente diploma o laurea – un’età fra i 30 e i 50 anni e che spesso non parlano del loro incubo nemmeno con gli amici, per un senso di vergogna che li fa tacere fino a quando non arrivano all’esasperazione più totale.

Tra i casi affrontati, ci sono anche storie di genitori maltrattati dai figli trentenni che non se ne vanno di casa ma li spremono come un bancomat senza fondo, umiliandoli e usando le mani se osano smettere di dare soldi. Agli sportelli arrivano anche ragazzi omosessuali aggrediti dal compagno per gelosia, rivalità in amore e incomprensioni. In media la denuncia arriva dopo mesi di violenze subite. Oltre alle violenze domestiche, vengono raccolte parecchie testimonianze di violenze sessuali in luoghi pubblici, dai mezzi pubblici ai pub e alle università. In base ai dati Istat, 435mila uomini dichiarano di avere subito, prima dei 18 anni, palpeggiamenti nelle parti intime o sono stati costretti a toccare qualcuno contro il loro volere. Il 62% delle vittime dice anche di non avere mai parlato con nessuno di quegli episodi. Per questo diventa più facile rivolgersi ai volontari di un centro anziché sfogarsi con un amico o, peggio ancora, denunciare in questura l’abuso.

La strada da fare per infrangere i tabù è ancora moltissima. Il punto di partenza sta nel riconoscimento della violenza contro gli uomini. Riconoscimento che viene anche sancito nel testo della convenzione di Istanbul, ratificata in Italia nel 2014. Il provvedimento firmato dal Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne parla anche di violenza domestica e si riferisce palesemente a «tutti gli atti di violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verificano all’interno della famiglia o del nucleo familiare – o tra attuali o precedenti coniugi o partner – indipendentemente dal fatto che l’autore di tali atti condivida o abbia condiviso la stessa residenza con la vittima». E quando si parla di «autore di violenza» non si esclude che possa essere una donna. «Non vogliamo iniziare una guerra tra chi difende le donne e chi gli uomini – spiegano i volontari delle associazioni – ma è giusto riconoscere pari diritti a entrambe le categorie, a prescindere dal sesso. Si tratta in ogni caso di vittime».

Maria Sorbi

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