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Quelli che si inventano le tragedie su Internet

I Dirr sembravano una coppia in carriera della provincia canadese del Saskatchewan. John “JS” Dirr era un agente della Royal Canadian Mounted Police – la polizia a cavallo canadese – mentre sua moglie Dana lavorava come chirurgo traumatologo in un ospedale. Avevano una famiglia piena di figli sorridenti e adorabili, dieci in tutto, tra cui Cliff Elias, di cinque anni, soprannominato “il guerriero Eli” per via della sua lotta contro il cancro. Nel 2012, il giorno della Festa della mamma, Dana morì tragicamente in un incidente frontale con un’altra auto che viaggiava a tutta velocità. Sopravvisse giusto in tempo per partorire l’undicesimo figlio della coppia, Evelyn Danika. Gli struggenti post su Facebook in cui JS descriveva la lotta per la sopravvivenza di sua moglie e la sua morte diventarono virali, e con loro arrivarono moltissime manifestazioni di vicinanza e dispiacere da parte di migliaia di estranei. Da lì a poco, però, le molte persone che avevano seguito la storia scoprirono che i Dirr non erano mai esistiti.

I profili su Facebook della famiglia e della sua cerchia – almeno 71 – erano tutti gestiti da una sola persona: per undici anni Emily Dirr, una ragazza dell’Ohio che all’epoca aveva 23 anni, aveva passato moltissime ore ogni giorno a creare post, profili e raccolte fondi virtuali per fondazioni per il cancro infantile, tutti falsi. La trovata di Dirr è stata definita un esempio della cosiddetta “sindrome di Münchausen” su Internet, una variante moderna di un disturbo mentale che porta a fingere di avere una malattia per attirare l’attenzione degli altri. Secondo le autorità sanitarie la versione online della sindrome non è solo uno stratagemma online per estorcere dei soldi, ma una vera malattia. «Oggi la sindrome di Münchausen su Internet è diventata più comune della sindrome di Münchausen tradizionale, perché è molto facile da mettere in atto. Una volta le persone affette dalla sindrome di Münchausen dovevano andare in una biblioteca medica, fare ricerche sulla malattia che volevano simulare, e andare in un ambulatorio medico per fingere di averne i sintomi», ha raccontato Marc Feldman, il professore di psichiatria della University of Alabama che nel 2000 coniò il termine “sindrome di Münchausen su Internet”. «Ora tutto questo non è più necessario: basta andare su Internet e ingannare centinaia o migliaia di persone», ha detto.

A differenza delle persone che si fingono malate per guadagnare dei soldi ed evitare di fare qualcosa che non vogliono fare, le persone affette dalla sindrome di Münchausen su Internet desiderano solo la gratificazione emotiva derivante dalle preoccupazioni e dall’interessamento altrui. Emily Dirr aveva chiesto esplicitamente ai suoi amici su Facebook di non mandare a lei le donazioni, e li aveva indirizzati a una pagina di una raccolta fondi i cui proventi erano davvero destinati alla ricerca sul cancro infantile. Queste persone fanno di tutto per toccare i sentimenti degli sconosciuti su Internet, postando aggiornamenti del proprio status e foto tristi: pubblicano le immagini delle loro teste rasate, rubano foto di malati veri e le postano spacciandole per loro, sfruttano le loro competenze mediche per inventare bugie verosimili sui loro presunti infortuni o malattie.

Vista la sua specializzazione in disturbi fittizi, Feldman conosce le storie sia delle persone raggirate dalla sindrome di Münchausen su Internet, sia di quelle che ne sono affette. Uno dei suoi casi preferiti è quello di Chris, un presunto 15enne che soffriva di terribili emicranie. Chris pubblicava post in cui raccontava le tante difficoltà della sua vita in un forum di sostegno alle persone che soffrono di emicranie: sua madre era sorda, il suo patrigno un alcolizzato, suo fratello era da poco morto di AIDS e suo padre aveva abusato di lui, abbandonandolo anche se era malato di epilessia. Ciononostante Chris raccontava in modo convincente e motivante della sua vita da studente di medicina, della sua passione per lo skateboard e del suo lavoretto come batterista nei locali, che faceva per pagarsi i farmaci contro l’emicrania. «Non dimenticherò mai quel caso, nonostante siano passati 15 anni da quando lo scoprì», ha raccontato Feldman. «Era così eclatante e complesso da diventare il caso di scuola perfetto. Ho parlato con cinque delle sue vittime, tutte persone fantastiche e intelligenti; deve esserci stata una parte di loro che voleva credere fosse vero. Era il periodo in cui andava molto Doogie Howser [una serie TV americana su un 16enne che lavora come medico, Ndt]: chissà, forse è per questo che hanno pensato che un 15enne potesse fare lo studente di medicina».

La sofferenza e la sensazione di tradimento provate dalle vittime della sindrome di Münchausen su Internet, però, sono reali. Le persone possono farsi coinvolgere molto dal punto di vista emotivo, e prendere decisioni sulla loro salute sulla base di informazioni mediche false. «Nessuna persona soddisfatta della sua vita decide di inventarsi 71 profili Facebook falsi e un bambino malato di cancro», ha detto Taryn Wright, la blogger che nel 2012 smascherò Emily Dirr. Tramite una ricerca su Google Immagini, Wright scoprì che le presunte foto dei Dirr – che ritraevano momenti come ricoveri, incidenti d’auto, e feste di compleanno dei suoi figli – erano tratte da blog e profili Flickr. «La cosa non mi convinceva. Pensai che i tg avrebbero parlato di questa storia, fosse stata vera, ma non riuscii a trovare niente. Pensai che fosse davvero strano, e in più su Google non riuscivo a trovare niente su questa storia che non fosse stato scritto dalla famiglia stessa», ha raccontato Wright. «Queste persone avevano dei lavori piuttosto importanti: pensai che se fossero esistite veramente avrei trovato qualcosa». Il giorno dopo la Festa della mamma, Wright pubblicò tutte le sue scoperte su Warrior Eli Hoax (“la truffa del guerriero Eli”), un blog che aveva creato. Wright ha raccontato che la sera stessa il sito ha registrato centomila hit (nel gergo di Internet, il numero di file che vengono richiesti a un server, come le immagini scaricate), molte delle quali da parte di membri della comunità sul cancro infantile che si era fatta imbrogliare dalla storia.

Oggi Wright dirige una squadra di persone che la aiutano a indagare sui possibili imbrogli in cui ci si può imbattere su Internet. Tutti i membri del gruppo – tra cui una persona guarita dal cancro, un paramedico e un insegnante di medicina – hanno un’area di competenza. A oggi – racconta Wright – il gruppo ha scoperto e pubblicato 17 imbrogli medici.

© 2016 – The Washington Post

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