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Ricerca, Ferrari: “Nel sistema Italia pochi fondi e fuga di cervelli”

Ricerca, Ferrari: “Nel sistema Italia pochi fondi e fuga di cervelli”

“Nel 2017 l’investimento governativo italiano in ricerca è stato di circa 9 miliardi di euro, la Germania ne ha investiti 30, la Francia 15, l’Inghilterra 12. Il 24% dei giovani talenti nazionali che studia per ottenere un dottorato di ricerca lo fa all’estero, mentre la media europea è del 7%. Questi numeri sono indicativi di disagi nel sistema ricerca italiano”. Parola di un ‘cervello’ tricolore trapiantato negli Usa ormai decenni fa. Ma soprattutto prossimo presidente del Consiglio europeo della ricerca (Erc).

E’ Mauro Ferrari – pioniere del nanotech applicato alla medicina che nella lunga carriera a stelle e strisce ha anche vestito i panni di vice presidente esecutivo di un colosso da 25 mila dipendenti, lo Houston Methodist Hospital – a evidenziare all’AdnKronos Salute le falle che, a suo modo di vedere, rallentano la macchina della ricerca nel Belpaese. Disfunzioni riconducibili “alle modeste dimensioni dell’investimento governativo, ormai da decenni”.

Quanto ai finanziamenti assegnati dall’Erc agli scienziati per sviluppare progetti ritenuti innovativi, “complessivamente i ricercatori italiani sono risultati vincitori di circa 850 grant. Di questi, circa 400 sono assegnati a istituzioni non italiane, ovvero a ricercatori italiani operanti all’estero”. Circa il 47%, poco meno di uno su due, dunque vince per progetti che vengono condotti fuori dai confini nazionali. L’Italia è però, prosegue Ferrari, “tra i primi 6 Paesi come numero totale di grant vinti da ricercatori che si trovano sul territorio nazionale. E il flusso netto dei vincitori è a favore dell’Italia”, fa notare il nuovo numero uno dell’ente, nel senso che sono di più i connazionali con borse Erc vinte all’estero che si sono trasferiti nel Belpaese, piuttosto che il contrario.

Un percorso a ritroso “favorito dalle politiche di assunzione di ricercatori titolari di grant Erc da parte di università e strutture italiane. Gli italiani che gestiscono” i loro assegni “all’estero li hanno in grandissima parte vinti mentre erano già fuori Italia, quindi non sono usciti per ‘colpa’ dei grant, ma per altre ragioni”. Altro dato messo in evidenza da Ferrari: “I ricercatori italiani sono tra i primi per progetti presentati, ma penultimi per percentuale di successi, davanti solo alla Grecia. Ed esiste una chiara correlazione tra percentuale di successo Erc dei ricercatori di un Paese, e l’investimento governativo del proprio Paese nella ricerca.

Quindi – è il monito dello scienziato – non posso che incoraggiare le autorità italiane a investire in ricerca, così come faccio per tutti gli altri Stati membri, ricordando che il vantaggio competitivo delle nazioni, e il benessere delle loro generazioni future, dipende grandemente da quanto investono” in questo campo. Dagli Usa all’Europa, Ferrari è pronto per il nuovo incarico che comincerà nel gennaio 2020, ai vertici dell’organizzazione europea che finanzia la ricerca di frontiera e ha sostenuto ad oggi oltre 9 mila scienziati in varie fasi della loro carriera (e oltre 50 mila post doc, studenti Phd e altri professionisti impiegati nei loro team di ricerca). L’iniezione di fondi che arriva dall’ente è considerevole. Il budget dell’Erc per il 2018 è stato di 1,86 miliardi di euro, quello complessivo dal 2014 al 2020 è di oltre 13 mld. Ferrari assicura di aver accettato la poltrona di presidente “con spirito di servizio, sincera umiltà, entusiasmo”, si definisce “un servitore della scienza europea” e si dice onorato per la grande responsabilità affidatagli.

Lo scienziato si riconosce nei principi che guidano l’azione dell’Erc (merito, caccia a scoperte in grado di imprimere una svolta, autonomia dei ricercatori sui progetti da perseguire). “Sono gli stessi che ho utilizzato nella mia vita professionale negli Usa, che fosse da professore a Berkeley, da amministratore delegato allo Houston Methodist Research Institute, o quando ho formulato il piano di nanomedicina oncologica per gli Stati Uniti”. Dell’attività dell’Erc evidenzia in particolare un aspetto: il fatto che non indichi le direzioni della ricerca da perseguire. “Sono i ricercatori a proporle, con i loro progetti. Trovo molto bello e incoraggiante vedere che sono loro stessi ad allineare le loro proposte con le grandi sfide dell’umanità, come la protezione dell’ambiente, la lotta alla povertà, l’accesso equo a sistemi sanitari”. Problematiche che, conclude, “necessitano di scoperte scientifiche fondamentali, che partono sempre dalla scienza di frontiera”.

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