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Ricostruzione del naso, oggi anche senza bisturi

Ci si può ricostruire il naso a fini estetici, ma non solo. La rinoplastica può anche migliorare lo stato di salute. È questo il caso del «perfezionamento della respirazione, in modo da ridurre le infezioni delle vie aeree superiori, dovute alla respirazione con la bocca che non permette di riscaldare l’aria – spiega Marco Moraci, specialista in chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica e ricercatore alla Seconda Università di Napoli -. Le rinoplastiche che prevedono aspetti funzionali migliorano inoltre l’ossigenazione generale, dei tessuti e la qualità del sonno. Spesso dopo l’intervento si osserva una diminuzione significativa degli episodi di russamento e apnee notturne, che nei casi più seri possono rappresentare un fattore di rischio per la salute del cuore». 

 

CHIRURGIA: COME AVVIENE L’INTERVENTO
 

Quello che, secondo i dati dell’Associazione Italiana Chirurghi Plastici ed Estetici (Aicpe), è il quinto intervento più richiesto dai connazionali può avere dunque anche delle finalità «terapeutiche». 

 

Detto ciò, le richieste continuano ad avere per lo più una priorità: quella estetica. Gli interventi, per cui si consiglia di attendere il raggiungimento della maggior età, sono ricercati per ridurre le dimensioni di un naso, eliminare un gibbo, alzare o rimpicciolire la punta, smorzare la deviazione del setto nasale. Fino a pochi anni fa, gli esperti dibattevano soltanto sulle tecniche operatorie: meglio quella aperta o chiusa? «Si tratta di approcci diversi – afferma Giovanni Botti, direttore della Villa Bella Clinic di Salò -. La tecnica aperta prevede una piccola incisione sulla columella (la struttura che sostiene la punta, posta fra le due narici, ndr), consente il sollevamento della pelle che ricopre il naso e quindi una visione diretta di tutte le strutture interne: cartilagini e osso. In questo caso la visione dell’anatomia è facilitata, ma è necessario ricorrere a innesti di supporto, come frammenti di cartilagine, che rendono il naso un po’ più rigido, per controbilanciare la retrazione della cicatrice. Nell’approccio chiuso si lavora senza incisioni esterne e quindi senza alcuna cicatrice, ma nei casi complessi occorre grande esperienza per ottenere risultati perfetti».  

 

La tecnica migliore è quella che il chirurgo padroneggia meglio: nonostante tra i due approcci ci siano differenze oggettive di tecnica, i risultati sono ottimali indipendentemente dall’approccio usato. 

 

RINOPLASTICA MEDICA: QUALI OPPORTUNITÀ?
 

Negli ultimi anni, però, ha preso piede un’altra soluzione: la rinoplastica medica, ovvero senza il ricorso obbligato al bisturi. Nota anche come rinofiller, la tecnica permette di modificare il profilo del naso semplicemente con delle iniezioni a base di acido ialuronico o di idrossiapatite di calcio, le sostanze più utilizzate. La procedura dura meno di un’ora, non è richiesta anestesia, i risultati si vedono immediatamente e si raggiungono man mano che si inietta il filler: motivo per cui si può decidere assieme al paziente quando fermarsi. In questo caso non si tratta di una vera e propria correzione – si corregge solo il problema estetico, non quello funzionale della deviazione del setto nasale – ma di una sorta di «camouflage».  

 

«Va subito detto che la rinoplastica medica ha dei limiti – precisa Emanuele Bartoletti, direttore scientifico del servizio ambulatoriale di medicina estetica dell’ospedale San Giovanni Calibita – Fatebenefratelli di Roma e presidente della Società Italiana di Medicina Estetica -. Non sono consentiti, per esempio, interventi riduttivi. Ma se le dimensioni sono corrette e si vuole correggere un gibbo o alzare la punta, il filler è una valida alternativa al bisturi».  

 

Anche in questo caso, però, è necessaria una buona conoscenza dell’anatomia e una buona esperienza. Meglio stare alla larga da mani poco esperte, dunque, anche perché si lavora in una zona potenzialmente esposta a complicanze. Iniettando una quantità eccessiva di filler, per esempio, si possono comprimere i vasi e provocare una necrosi cutanea.  

Twitter @fabioditodaro
 


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