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Siracusa. Caso Eligia Ardita, ascoltato Christian Leonardi: “non ho ...

Siracusa. Caso Eligia Ardita, ascoltato Christian Leonardi: “non ho …

“Non ho mai usato violenza contro mia moglie” sono queste le parole di Christian Leonardi, unico indagato per la morte della moglie Eligia Ardita e del procurato aborto della figlia che la donna portava in grembo da otto mesi.

In Corte d’Assise, quest’oggi, udienza “fiume” con l’esame ed il contro esame dell’imputato che tolte le manette ai polsi ha accettato di rispondere alle domande poste dal Pubblico Ministero Fabio Scavone, dai difensori delle parti civili gli avvocato Francesco Villardita e Cristiano Leonardi.

Con i capelli legati, una camicia bianca ed un golfino grigio Christian Leonardi ha ripercorso le tappe chiave della sera del 19 gennaio del 2015 quando la casa coniugale di via Calatabiano si trasformava da “nido d’amore” a “scena del crimine”. Una scena del Crimine primaria dove il corpo di Eligia, ormai esanime,
fu vanamente rianimato dal personale del 118.

“Ti amo. Buonanotte amore. Ho dato un bacio a mia moglie ed uno al pancione prima di levare i panni dalla lavatrice per infilarli all’interno dell’asciugatrice per poi tornare a letto” – continua con queste parole l’esame di Christian Leonardi che in aula mostra calma e sicurezza, alternate da qualche “non ricordo”.

“Mi sono messo a letto quando ho sentito Eligia respirare male e le ho detto ‘oh amore ma che hai? Rispondimi’ mia moglie respirava male, rantolava” – dice Leonardi in udienza.

Un continuo negare, quello d’imputato, assistito legalmente dalle avvocate Vera Benini Celesti, Felicia Mancini, che ha sottolineato la sua “innocenza” attribuendo la sua “falsa” confessione ad una sorta di induzione da parte dell’avvocato e parente Aldo Gioacchino Scuderi (che sarà sentito durante le prossime udienze, ndr).

“L’unica speranza per non passare il resto della vita in carcere era quella di confessare una cosa che non avevo fatto e di questo vi chiedo scusa ma ero disperato e terrorizzato – dice ancora Christian Leonardi attribuendo la colpa di questa “falsa confessione” (ritrattata nell’udienza del 28 aprile 2016) indotta dal suo primo legale.

Leonardi, in sintesi, riporta durante l’esame la versione dei fatti a quella iniziale, ovvero di aver sentito la moglie rantolare, di aver chiamato il 118 (arrivato immediatamente come dichiarato dall’imputato stesso, ndr).

Erano questi i primi stralci, che riportiamo, della confessione resa da Christian Leonardi e pubblicata in esclusiva da Siracusa Times grazie agli amici di Quarto Grado:

«La verità che è già stata detta vorrei ribadirla».
«Mi scuso di aver dato una falsa confessione attribuendomi una colpa che non mi appartiene».
«A mezzanotte circa, mi telefonò mio fratello dicendomi: “Scendi, siamo qua sotto”.
Scuderi (l’avvocato difensore di Leonardi, che in seguito ha rimesso il mandato, ndr) iniziò dicendomi: “Christian, io penso che sia stato tu a fare questo gesto, dimmi la verità!”. Mentre mio fratello mi diceva: “Non posso crederci, Christian”. Gli dissi che non ero stato io e gli chiesi perché mi dicevano quelle cose… Scuderi mi disse che i RIS avevano prelevato una marea di tracce, che mi avrebbero incolpato e che mi avrebbero abbandonato al mio destino se non avessi confermato.
Dopo circa un’ora di discussioni molto accese nei miei confronti in merito alle mie responsabilità e viste le mie negazioni, Scuderi disse a mio fratello: “Va bene, accompagnalo a casa, non vuole capire, ci penseranno i Carabinieri”.
Dopo un’ora circa, Scuderi iniziò dicendomi che correvo un grosso rischio nel non confessare l’accaduto, accaduto di cui non ero a conoscenza.
Dopo qualche spinta e urla contro di me, mi fu detto da Scuderi: “Sono venuti i RIS a casa tua e hanno rilevato impronte digitali dai muri riconducibili a una feroce colluttazione; sono state rilevate tracce di vomito per terra, nel muro e sui mobili, e segni di trascinamento che vanno dal salotto alla camera da letto passando per il corridoio. Tutto questo, vuoi o non vuoi, ti inchioda. O ti consegni tu domani mattina o ti vengono a prendere i Carabinieri”. Mio fratello, piangendo con me, mi disse: “Ti prego, Christian, consegnati, risparmia questo dolore a mamma e papà nel vederti portare via di casa con le manette… o vero o falso, sei giunto a un punto di non ritorno”. Al che dissi a mio fratello: “Se è questo che vuoi, lo farò”».
«Ci tenevo a dire che non è mai esistita nessuna colluttazione tra me e mia moglie, quello che sono stato costretto a confessare dietro pressione di coloro che mi assistevano non è la verità nella maniera più assoluta, non è mai accaduto».
«I miei suoceri lasciarono casa mia verso le ore 22. Mia moglie mi disse: “Amore, sto impazzendo dal dolore al ventre”. Mi disse: “Fammi la puntura di seleparina”. Mi chiese di preparargli la solita tazza di camomilla… dopo esserci messi a letto, siamo rimasti a parlare e sorseggiare la camomilla… guardando mia moglie, diedi un bacio a lei e uno al pancione e dissi: “Buonanotte amori, vi amo”, e mi appinnicai…
Verso le 23:05 circa, sentivo mia moglie che respirava male come un rantolo e dissi: “Amore, che hai?”. Non ricevendo risposta, non dava segni di ripresa ai miei insistenti richiami. “Amore che hai? Eligia, rispondimi”. Al che, presi il telefonino e chiamai il 118 spiegandogli che mia moglie non respirava, respirava molto a fatica e che era all’ottavo mese di gravidanza».
«Il medico mise due dita sul collo di mia moglie ed esclamò: “Presto, sta entrando in arresto cardiaco”. Ordinò all’infermiera che era con loro di andare a prendere il defibrillatore».
«Dopo averla messa in ambulanza, i medici sono partiti alla volta del pronto soccorso seguiti dai miei suoceri, io sono salito a casa per mettermi le scarpe».
«Dopo essere arrivato al pronto soccorso, mi fecero entrare. Dopo qualche tempo un medico – dopo la mia domanda “cosa ha mia moglie?” – mi rispose: “Sono spiacente, sua moglie è deceduta ed è stata portata in sala parto con la speranza che almeno sua figlia nasca viva”».
«Sono uscito per raggiungere mio suocero. Successivamente, ci mettevamo d’accordo per andare dai carabinieri a sporgere denuncia, per capire cosa fosse successo a mia moglie e mia figlia e cosa avesse causato la loro morte».

L’udienza, anche questa volta, prende dei toni “hot” quando si parla della ormai “famosa” torta con un chiaro simbolo fallico donata al suocero in occasione del compleanno e della biancheria intima “spinta” donata alla famiglia Ardita durante il capodanno del 2014, quando Eligia era ancora viva, per “gioco”. Una modo di scherzare, secondo Leonardi, usuale tra lui ed i familiari della moglie.

Le luci della Corte d’Assise si spengono alle ore 18. La Corte lascia l’aula. Ai polsi di Leonardi tornano le manette. Papà Agatino resta ancora nel lungo corridoio del Tribunale di Siracusa a pensare. Gli avvocati si spogliano delle toghe. Di oggi resterà scolpita la calma di Leonardi ed un accenno di lacrime quando ha ricordato di aver appreso dal decesso della bambina che lo avrebbe fatto diventare a breve papà. Si torna in aula il 18 aprile sia per continuarne l’esame dell’imputato sia con una nuova tappa di un delitto che tanto ha scosso l’intera città di Aretusa.

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