sabato , febbraio 23 2019
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Tracey Emin in ”A Fortnight of Tears” alla White Cube

Tracey Emin in ”A Fortnight of Tears” alla White Cube

La White Cube di Bermondsey (Londra) ha appena inaugurato A Fortnight of Tears, personale di Tracey Emin visitabile fino al 7 aprile. Tra sculture, neon, dipinti, video, fotografie e disegni, il lavoro nasce dalle memorie ed emozioni di perdita, passione, rabbia e amore dell’artista inglese, espandendosi attraverso tutto lo spazio della galleria. Si parte con una serie di cinquanta autoritratti scattati durante diversi momenti nei periodi di insonnia dell’artista, che catturano il tormento abituale e la disperazione di quegli estenuanti stati prolungati di solitudine. Diversa è invece l’energia disinibita dei dipinti più recenti, nei quali Emin si districa tra la gioia e il dolore connaturati all’esistenza umana, spaziando dal territorio teso delle relazioni sessuali attraverso il trauma fisico dell’aborto alla recente morte della madre. L’artista usa il suo corpo come mezzo per esprimere i suoi sentimenti, con una gestualità che deriva dal realismo di Käthe Kollwitz, l’angoscia di Edvard Munch ma anche la sessualità pronunciata delle donne di Egon Schiele. In molti dei suoi lavori, Emin dipinge con il rosa e il rosso scuro e crea quella fisicità che allude al percorso degenerativo tra la nascita e la morte. In un nuovo film proiettato accanto a questi dipinti, la camera scivola lentamente attraverso un tavolo verso una scatola di legno disposta ad un angolo, bagnata da una luce eterea, mentre l’artista ricorda il peso delle ceneri di sua madre nel suo tragitto verso casa.

Questa celebrazione della maternità e della forma femminile riappare tra l’altro in una sua scultura di bronzo – The Mother (2017) – che Emin ha fatto per l’Oslo Museum Island, ma anche nei suoi più intimi disegni su carta, insieme a temi come l’amore, il sesso, la paura e la morte. La mostra si conclude con un lavoro centrale nella carriera dell’artista, How It Feels (1996). In questo video, Tracey cammina lungo le strade di Londra, ripercorrendo il calvario del suo primo aborto nel 1990 e la consapevolezza a cui arrivò in quell’occasione, una rivelazione di come l’arte non possa essere fatta per l’arte stessa, perché intrinsecamente legata alla propria vita.  «L’essenza della creatività – dichiara l’artista – il momento del concepimento… L’intero essere di ogni cosa… deve riguardare il luogo da cui tutto ha avuto origine».

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