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Treno deragliato a Pioltello: Pierangela, Ida, Giuseppina. La strage …

Milano, 26 gennaio 2018 – Sono morte tre donne, tre lavoratrici, il simbolo di quel mondo femminile che si divide quotidianamente tra mille incombenze, tra lavoro e famiglia, facendo enormi sacrifici. La sveglia all’alba, un viaggio su treni sporchi e stipati di pendolari, la dura giornata di lavoro e poi ancora una volta il treno, il viaggio di ritorno, stanche, mentre già si sta pensando a come organizzare la casa, a cosa cucinare, agli impegni del giorno dopo. Tre donne diverse, uniche, unite dalla tragedia, dal filo che si è spezzato all’alba di quello che sembrava un giovedì qualunque. I pensieri che si affollano su quello che fra poco si dovrà fare al lavoro e poi un rumore assordante, il treno che frena, la consapevolezza che i vagoni stanno deragliando, la paura, lo schianto, il buio. La fine.

Da ieri un’altra giovanissima donna, di appena 18 anni, è divisa tra la gioia di essersi salvata da quell’inferno e il dolore lancinante di avere perso la sua mamma. Pierangela Tadini, 51 anni, impiegata, viaggiava su quel treno maledetto con la sua Lucrezia, studentessa a Milano, che si è salvata. «Mia nipote ha preso una botta forte, è in ospedale», racconta la nonna Lucia, avvisata dalla stessa nipote della tragedia. «Quando ho sentito suonare il telefono alle 7.35 ho avuto subito il timore che fosse successo qualcosa di brutto».

Un’altra figlia invece non ce l’ha fatta, è riuscita appena a chiamare a casa: «Mamma aiuto, il treno sta deragliando…», ha detto Giuseppina Pirri, 39 anni, poco prima di spirare. «Poi è caduta la linea e c’è stato solo silenzio – racconta il padre, Pietro –. Mia moglie le ha detto scappa ma poi non ha sentito più niente. Sono corso là, era ancora incastrata dentro al treno. Poi mi hanno detto che non ce l’ha fatta. Mia figlia si lamentava sempre perché i treni erano spesso rotti e sempre pieni», dice l’uomo in lacrime fuori dall’obitorio. Giuseppina era ragioniera, ogni mattina si alzava presto per prendere il treno che da Capralba nel Cremonese la portava a Sesto San Giovanni dove lavorava in una società di recupero crediti.

Ida Maddalena Milanesi, 62 anni, di Caravaggio – medico, specializzata in radiologia, neurologia e neurologia oncologica, dirigente dello staff di radioterapia dell’Istituto neurologico Besta di Milano – era un’altra mamma, ma un po’ particolare. Madre della sua ragazza di 22 anni – che ieri mattina ha saputo della sua morte all’università mentre stava dando un esame perché vuole diventare medico come lei – e mamma anche un po’ di tutti i suoi pazienti al Besta.

«È a loro adesso che dobbiamo dirlo», si tormentavano ieri i colleghi straziati dal dolore. Ida Maddalena era amata dai suoi pazienti, e lei amava loro. Nel reparto di Radioterapia dell’Ircccs Besta dagli anni Ottanta aveva a che fare tutti i giorni con il dolore di chi scopre e poi combatte contro malformazioni o tumori cerebrali. «Ognuno di loro per lei era un caso unico, non si dava pace», dice Maria Grazia Bruzzone, la collega e amica («Abbiamo lavorato insieme fin da giovani, tanti ricordi») che non trattiene le lacrime. «Le chiedevo perché non vieni a lavorare con me? Rispondeva: “Lo farei, ma i miei pazienti mi mancherebbero”». Pierangela, Giuseppina, Ida Maddalena: tre donne fra impegni, arrabbiature quotidiane, rimpianti. Ma anche tanti sogni, ancora tutti da vivere, sognati magari proprio mentre quel treno viaggiava veloce verso il lavoro. E ieri invece verso la morte. Tre vite spezzate. «Una perdita enorme, un’ingiustizia».

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