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Weekend e 45 Anni: il dittico dell'amore, che nasce e che muore

Weekend e 45 Anni: il dittico dell’amore, che nasce e che muore

Con Weekend e 45 Anni, il regista inglese Andrew Haigh realizza due piccoli gioielli, parlando di amore con rara delicatezza.

Classe 1973, Andrew Haigh è ad oggi uno dei più appassionati alfieri del cinema indie inglese. Pronto a sfilare sul Red Carpet dell’imminente Festival del Cinema di Venezia con l’atteso Lean on Pete, selezionato tra i film in corsa per il Leone d’Oro, Haigh è regista di due pellicole che gli hanno meritatamente permesso di balzare agli onori della cronaca cinematografica; a queste si aggiungono le due stagioni di Looking, serie-tv di discreto successo prodotta dalla HBO. Soffermandoci sulle due opere destinate al grande schermo, l’impressione è che siano legate da un unico filo conduttore, ovvero la voglia di Haigh di scandagliare tutte le facce dell’amore, senza essere mai ricattatorio né imboccando le facili vie della retorica. Il risultato è un prezioso dittico dell’amore, quello che nasce e quello che muore.

Weekend racconta di un incontro. Il bagnino Russell (Tom Cullen) e l’artista Glen (Chris New) si conoscono di venerdì sera in una chiassosa discoteca, si scelgono con lo sguardo, passano la notte insieme. Tuttavia, quella che sembrava l’attrazione fugace di una sera qualunque si trasforma presto in reciproca curiosità. Unico inconveniente è che Glen partirà la domenica seguente per gli Stati Uniti, dove rimarrà per i prossimi due anni; non resta che godersi al massimo i pochi giorni che il destino ha concesso. Ci sarà il sesso, ci saranno le confidenze, ci sarà il confronto tra due modi diversi di concepire la vita, di coppia e non: sarà una storia d’amore lunga tre giorni. Il film è del 2011, anno in cui ricevette parecchi riconoscimenti, nonché il parere entusiastico di pubblico e critica. In Italia arrivò al cinema soltanto nel 2016, in un numero ridottissimo di sale, a causa di una medievale censura propugnata dalla CEI (Comunità Episcopale Italiana). Ad ogni modo, Haigh dimostra che, anche con pochi mezzi, è possibile realizzare una grande opera. Il budget è irrisorio e la resa è più che essenziale, ma tutto ciò passa in secondo piano davanti al delicato realismo della messa in scena. I due protagonisti sono tallonati da una telecamera a spalla che cattura l’intimità dell’innamoramento, tra la disillusione dell’estroverso Glen, ancora troppo scottato dalla fine di una storia precedente per viverne una nuova, e la paura del timido Russell, inguaribile romantico avvinto dal timore del giudizio altrui. Se si trascura l’inutile caratterizzazione stereotipata dei due come sniffatori seriali di cocaina, la pellicola è emozionante e densa proprio nel suo minimalismo voyeuristico: lo spettatore diventa spione di un sentimento intenso vissuto da due anime terribilmente umane, tanto nelle loro incertezze quanto nei loro istanti di tenerezza.

In maniera affine e speculare, Andrew Haigh ritorna sul tema anche nel secondo capitolo del suo trattato sull’amore: infatti, nel 2015, dirige 45 Anni. Qui si racconta di Kate e Geoff Mercer, coppia prossima a festeggiare quarantacinque anni di matrimonio; tuttavia, appena una settimana prima della festa, giunge la notizia che il corpo della precedente compagna di Geoff, morta in un incidente alpino più di cinquant’anni prima, è stato trovato perfettamente intatto in un ghiacciaio. La notizia farà precipitare equilibri faticosamente costruiti per una vita intera: per la coppia sarà l’inizio della fine. Questo film consacrò definitivamente questo talentuoso regista, ancor più perché le interpretazioni di Charlotte Rampling e Tom Courtenay sono semplicemente perfette. Infatti, i due furono premiati con l’Orso d’Argento del prestigioso Festival di Berlino e per la Rampling arrivò anche la candidatura all’Oscar, che (insieme alla Cate Blanchett di Carol) avrebbe meritato sicuramente più di Brie Larson (Room). Il regista perfeziona la cura tecnica, ma non tradisce la propria idea di cinema, ovvero la volontà di filmare l’invisibile, di dare spazio ai caratteri piuttosto che ad un intreccio attivo. È sempre dinamicità intima quella ripresa dal regista. E qui Haigh ci dice che come un amore può nascere in tre giorni, negli stessi tempi può anche morire nonostante il peso di un passato pluriennale. Se in Weekend si descrive la purezza di un sentimento che sorge rapido e inaspettato, in 45 Anni si racconta di una verità inattesa che viola la tacita ipocrisia di un lungo matrimonio.

Senza alcuna pretesa didattica (Deo Gratias!), il regista si chiede quali siano i tempi dell’amore. E se da una parte, alla maniera di Seneca, sembra suggerire che il tempo non vale mai in quantità bensì in qualità, dall’altra sembra essere più cinicamente disilluso, quando per l’ultimo ballo dei coniugi Mercer opta per le sconsolate parole dei Platters: they said you’ll find all who love are blind; when your heart’s on fire you must realize that smoke gets in your eyes (Ti hanno detto che capirai che tutti coloro che amano sono ciechi; devi capire che, quando il cuore brucia, il fumo va negli occhi). In fondo, il buon Andrew Haigh non ha la pretesa di dare una risposta univoca, sapendo bene che l’amore è una percezione soggettiva della quale non si diventa mai davvero esperti: ora sembra accarezzare l’idea di eternità, ora si conferma il più volubile tra i sentimenti.

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